Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Siti industriali inquinati. L’ennesima clamorosa rimozione del PNRR

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Il caso italiano

Anche per le mancate bonifiche dei siti inquinati, probabilmente, siamo di fronte ad un “caso italiano”. Innanzitutto perché, prima dell’industrializzazione, il territorio dell’allora Belpaese si offriva con magnificenze naturali, paesaggistiche e culturali incantevoli, cosicché, tra Settecento e Ottocento, il viaggio in Italia era d’obbligo tra le mete preferite delle classi dirigenti europee che riempivano carnet di disegni, di incisioni, diari, corrispondenze e resoconti di viaggio. Ebbene, su quell’ecosistema unico per varietà rigogliosa, ma anche sorprendente fragilità, si è abbattuta, in particolare a partire dal secondo dopoguerra, un’industrializzazione scriteriata, che ha fatto del territorio e delle matrici ambientali, acqua, aria e suolo, risorse offerte a titolo gratuito e senza alcuna limitazione a quello che venne con enfasi celebrato come “miracolo economico”. Ebbene, questa sorta di “colonizzazione” pervasiva del territorio in Italia sembra essere avvenuta ad opera essenzialmente di iniziative industriali prevalentemente autoctone, per cui, nel “caso italiano” potremmo parlare di una sorta di “autocolonizzazione” e di “autosfruttamento” del proprio ambiente di vita. In sostanza i meccanismi sono simili a quelli classicamente coloniali (sfruttamento selvaggio delle risorse umane, naturali ed economiche di un territorio da parte di una potenza straniera dominatrice), ma messi in opera da forze interne, che appartengono allo stesso Paese che si autosfrutta, in un contesto democratico e con il consenso pressoché unanime delle forze sociali e politiche rappresentative. Intendiamoci, di quella modernizzazione industriale violenta non si sono avvantaggiati tutti nella stessa misura; quegli anni sono stati anche il teatro del più duro conflitto di classe tra il profitto capitalista e la spinta emancipatrice dei lavoratori. Ma non sembra esservi dubbio che oltre quel conflitto, ambedue i contendenti calpestavano lo stesso ambiente, noncuranti del degrado arrecato. Forse un unico soggetto, il mondo contadino, ne aveva avuto fin da subito percezione, ma non aveva voce, considerato ormai un fardello di una storia proiettata verso l’artificializzazione industriale e il progresso. Infatti, la legittimazione di quell’immane scempio avvenne in forza della necessità dell’Italia di superare d’un balzo il ritardo nei confronti dei Paesi industrialmente avanzati, sfruttando il vantaggio competitivo delle risorse ambientali a costo zero1.

Seveso: evento traumatico periodizzante ancora non del tutto elaborato

È imminente lo scadere di 50 anni dall’evento traumatico di Seveso2, che avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta nell’affrontare il cuore della crisi ecologica, ovvero il rapporto strutturalmente problematico tra economia ed ecologia, tra industria e ambiente, tra Tecnica e Natura. Seveso ha obbligato l’umanità a rendersi consapevole dell’intrinseca pericolosità dei processi industriali per l’ambiente e per la salute, costringendola a mettere per la prima volta in agenda la necessità di por mano alle bonifiche dei territori inquinati e di elaborare una strategia capace di prevenire i disastri industriali. A ben vedere, questi due temi cruciali non erano una novità assoluta. Già negli anni Sessanta il movimento sindacale italiano aveva elaborato una strategia originale e innovativa per affrontare il tema della nocività e della pericolosità dei processi produttivi, costruendo il cosiddetto “modello operaio” di intervento in fabbrica sull’organizzazione del lavoro basato sulla partecipazione, la prevenzione dei danni e la bonifica delle situazioni di rischio3. Su questo retroterra politico, sociale e culturale così vivace e fertile, sboccia quella che Giorgio Nebbia chiamerà “primavera ecologica”4, ovvero la breve stagione tra fine anni Sessanta e primi anni Settanta in cui si percepì per la prima volta la crisi ecologica e sembrò persino possibile che venisse efficacemente affrontata, stagione culminata in particolare, nel 1972, con la prima Conferenza dell’ONU a Stoccolma sull’Ambiente umano5. Quella stagione fu alimentata dalla straordinaria produzione saggistica di altissimo livello che fioriva in giro per il mondo, da parte di tanti scienziati, biologi, economisti, ecologisti6, che spiegavano anche ai più recalcitranti come la “natura non offra pasti gratis”, come l’inquinamento fosse destinato ad aumentare essendo il risultato della pressione del numero degli umani in crescita sulla terra, della quantità di merci prodotte e consumate dall’economia ed, infine, del carico delle tecnologie impiegate, in termini di risorse prelevate dalla natura e di rifiuti e sostanze tossiche immesse nell’ambiente. E poiché la biosfera non è infinita, anche la crescita dell’economia umana ha dei limiti, o meglio deve porsi necessariamente dei limiti se si vuole evitare un esito autodistruttivo7.

Dunque, dopo Seveso, le Istituzioni e il sistema industriale avevano già a disposizione la strumentazione culturale e tecnica per affrontare tempestivamente i due temi cruciali della prevenzione e delle bonifiche. Com’è noto, per quanto riguarda la prevenzione, passarono scandalosamente 12 anni prima che l’Italia adottasse la Direttiva “Seveso”, già frutto di per sé di una laboriosa elaborazione durata 6 anni8; quindi seguirono estenuanti lungaggini con cui vi si diede attuazione, per tacere delle eccezioni ingiustificate e delle omissioni dei controlli che ne hanno depotenziato l’efficacia, come dimostrano le recenti ultime “Seveso”, l’esplosione al Deposito Eni di Calenzano (Firenze) del 10 dicembre 2024 che ha causato 5 morti e 26 feriti9 e l’emersione del devastante inquinamento delle acque da Pfas in una parte del Veneto prodotto dalle emissioni incontrollate per decenni dalla Mitemi di Trissino, sancito il 26 giugno 2025 da una sentenza storica di condanna a complessivi141 anni di carcere per 11 ex dirigenti della fabbrica10.

Per le bonifiche, se possibile, i ritardi e la non curanza sono stati ancor più clamorosi. Abbiamo dovuto attendere 23 anni perché, finalmente, la questione venisse assunta nell’ordinamento come progetto nazionale di bonifiche delle tante eredità di pesante contaminazione lasciate in giro per l’Italia dalla passata industrializzazione11. Del poco che si è fatto nei successivi 26 anni diremo più avanti.

La controffensiva capitalista rimuove il rapporto critico tra industria e ambiente

Come spiegare questi ritardi e inazioni?

A questo proposito ciò che interessa rilevare è che l’inestimabile patrimonio del “modello operaio” e della “primavera ecologica” venne buttato nel cestino dalla furibonda reazione del sistema capitalistico alla stagione dei “cosiddetti trent’anni gloriosi” in cui, secondo Hobsbawm, “la dimensione e l’impatto straordinari della trasformazione economica, sociale e culturale” hanno determinato “la più rapida e fondamentale trasformazione che la storia ricordi”12.

E il 1973 fu l’anno della svolta, in cui il vecchio Occidente cominciò a rialzare la testa e a recuperare il terreno perduto13. La feroce guerra contro il Vietnam ingaggiata dagli Usa per contenere l’espansione del comunismo in Asia volgeva ormai in una cocente sconfitta, mentre con l’oil shock provocato dall’Opec, quadruplicando in poco tempo il prezzo del petrolio, si riaffacciava per l’Occidente lo spettro dei limiti delle risorse naturali e quindi la vitale competizione per il loro controllo. Henry Kissinger fu il grande stratega di quella riscossa del dominio dell’Occidente, che utilizzò una varietà di tasti e che in meno di un ventennio raggiunse una vittoria strategica, con la cancellazione del comunismo sovietico, quindi della gabbia ingombrante del bipolarismo, e con l’annichilimento dei movimenti operai. Richiamo per sommi capi le molteplici frecce dell’arco micidiale di Kissinger: il golpe in Cile del 1973, non solo per reprimere nel sangue l’esperienza democratica e socialista di Unidad popular, ma anche per impartire ad altri popoli la lezione che quell’esempio non si poteva seguire; in primis all’Italia con il più forte partito comunista e movimento operaio d’Europa, oggetto di trame eversive e golpiste neofasciste (nel 1969 la strage della Banca dell’Agricoltura a Milano, nel 1970 il tentato golpe Borghese, nel 1973 la strage alla questura di Milano, prodromo della strage di Brescia del 1974…) e della formazione di gruppi clandestini sedicenti “rossi” decisi alla lotta armata, infiltrati dai servizi e “tollerati” fino al compimento dell’obiettivo, l’uccisione di Aldo Moro, il leader democristiano che, contro il volere di Kissinger, intendeva aprire al governo con i comunisti; sul piano internazionale l’apertura alla Cina per isolare l’Unione sovietica che nel frattempo si era sciaguratamente impantanata in una logorante guerra in Afghanistan, costosissima, sia sul piano economico che dell’immagine; sul piano ambientale, alla crisi petrolifera si rispose con un maggior controllo sulle riserve mondiali espresso dalla “dottrina Carter” del 1980, secondo la quale il Golfo Persico sarebbe stato considerato area di pertinenza della “sicurezza nazionale” statunitense14; mentre a livello geopolitico l’America seppe trasformare un immediato svantaggio in un successo strategico, imponendo il dollaro, opportunamente sganciato dalla parità con l’oro già nell’agosto del 1971, come unica moneta di scambio nel commercio del petrolio; si ponevano così le basi per la destrutturazione del sistema economico mondiale, con la sua finanziarizzazione (i petrodollari ed il conseguente indebitamento del Sud del mondo strangolato dal Washington consensus), con l’uscita dal modello fordista che aveva fatto forti i sindacati e l’avvio del neoliberismo che venne per la prima volta sperimentato, non a caso, nel regime fascista di Pinochet in Cile; la globalizzazione neoliberista si impose come modello vincente, riducendo drasticamente le prerogative degli Stati nei settori decisivi dell’economia e dei servizi sociali affidati alla logica del mercato (non nel settore militare che al contrario venne sempre più rafforzato); il fascino del modello consumistico individualista venne opportunamente sfruttato dai nuovi media e da una cultura addomesticata, promettendo per questa via una nuova crescita della ricchezza che a cascata sarebbe sgocciolata nelle tasche di tutti; il potere delle multinazionali sempre più fuori controllo si sostituì ai poteri degli Stati, svuotando di senso la democrazia; i sindacati vennero ricondotti ad un ruolo sostanzialmente subalterno e i lavoratori privati di buona parte dei diritti; alla crisi energetica si rispose con il rilancio del nucleare (anche in Italia purtroppo); in generale la crisi ecologica venne archiviata facendo tutto il possibile perché la Conferenza di Stoccolma non avesse alcun seguito. Il ventennio di restaurazione del primato assoluto del vecchio Occidente si concluse con la spettacolare caduta del muro nel 1989 e l’implosione dell’Unione sovietica nel 1991 per eccesso di autoritarismo burocratico e con la celebrazione della Conferenza di Rio dell’ONU sull’ambiente del 1992 ideata e progettata direttamente da attori di primo piano del sistema economico internazionale: Pete Bright, responsabile per i problemi ambientali della Shell, multinazionale del petrolio, e Stephan Schmidheiny, il magnate svizzero dell’Eternit15, ovvero del cemento-amianto ritenuto causa di uno dei più gravi disastri ambientali e sanitari globali. In quell’occasione per chiarire quale fosse il nuovo (o vecchio) Occidente che veniva sancito con l’ingannevole proposta dello “sviluppo sostenibile”16, intervenne George W. Bush con la celebre frase: “Lo stile di vita americano non è negoziabile”. E’ solo il caso di riproporre le parole dello storico Snyder, dedicate al nazismo, e che suonano tragicamente profetiche se guardiamo all’oggi: “Quando si confonde il tenore di vita con la vita, una società ricca può dichiarare guerra a quelle più povere in nome della sopravvivenza”17.

Per tornare all’Italia, infine, nel 1993 si ripropose lo stragismo, si aprì la strada all’ultraliberista Silvio Berlusconi e venne firmato l’accordo capestro, per i lavoratori, tra Governo, Confindustria e cgil-cisl-uil18, che sancì il definitivo annichilimento del movimento sindacale italiano, rappresentato plasticamente dal fatto che da allora il potere d’acquisto dei salari italiani è andato sempre riducendosi, caso unico in Occidente.

Può meravigliare, dunque che in questo contesto il tema delle industrie pericolose e dei siti inquinati venisse sostanzialmente archiviato?

Con grande ritardo si individuano i SIN, ovvero il lascito tossico dell’industrializzazione

Com’è noto, di SIN, ovvero i Siti industriali inquinati di interesse nazionale, fino a tutto il 2012 ne erano stati individuati 57, per un territorio di circa 9.000 km2 che coinvolgeva circa 10 milioni di abitanti. Nel 2013 una prima picconata venne dall’allora Ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, che li ridusse a 39 con il declassamento di 18 a SIR, Siti di interesse regionale19. Un’operazione, che apparve più un maldestro tentativo di ridimensionare il problema e di attenuare le responsabilità della pressoché totale e ultradecennale inazione governativa: insomma il classico “scarica barile”. Da annotare che Clini passò alla storia, oltre che per questa drastica “semplificazione” del problema bonifiche, anche per una storiaccia di presunta corruzione, per cui nel 2021 è stato condannato in primo grado a 6 anni di reclusione e nel 2022 a risarcire allo Stato 1 milione di euro20.

Per una valutazione complessiva di quanto fino ad allora era stato, o meglio, non è stato fatto per le bonifiche dei SIN nei primi 13 anni di attuazione del Dm 471/99, si può citare quanto aveva sancito la Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, del 12 dicembre 2012:

Il settore bonifiche, almeno fino ad oggi, è stato fallimentare […] All’interno dei 57 siti di interesse nazionale (Sin) (mega-siti contaminati) ricadono le più importanti aree industriali della penisola, tra cui: i petrolchimici di Porto Marghera, Brindisi, Priolo, Gela; le aree urbane ed industriali di Napoli Orientale, Trieste, Piombino, Taranto, La Spezia, Brescia, Mantova. […] All’esito dell’inchiesta della Commissione, il quadro risulta desolante non solo perché non sono state concluse le attività di bonifica, ma anche perché, in diversi casi, non è nota neanche la quantità e la qualità dell’inquinamento e questo non può che ritorcersi contro le popolazioni locali, sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista economico. Come già evidenziato, nel nostro territorio i siti di interesse nazionale sono 57, coprono una superficie corrispondente a circa il 3 per cento del territorio italiano e, sebbene il riconoscimento quali Sin per taluni di essi sia avvenuto diversi anni fa (talvolta anche oltre dieci anni fa), i procedimenti finalizzati alla bonifica sono ben lontani dall’essere completati21.

Tuttavia l’Italia non può più permettersi di ignorare il problema, di abbandonare aree così estese del proprio territorio e milioni di cittadini al degrado ambientale e a seri rischi per la salute umana. Sugli effetti sanitari delle nocività che incombono sui milioni di cittadini che abitano nei SIN lo studio SENTIER (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) dell’Istituto superiore di sanità era giunto, già nel primo Rapporto del 2010, ad una prima preoccupante conclusione:

Incrementi significativi dell’incidenza di tumori maligni a carico di numerose sedi sono stati messi in evidenza nell’insieme dei siti considerati, in entrambi i generi, nelle tre macroaree in esame (Nord, Centro, Sud e isole). Risultati coerenti nei due generi hanno in particolare riguardato i tumori di esofago, fegato, vie biliari, polmone, vescica e encefalo, oltre che i tumori totali”.

Dati allarmanti confermati dall’ultimo sesto Rapporto di SENTIERI pubblicato nel 2023:

Tra il 2013 e il 2017, nel totale dei 46 siti nazionalimonitorati dalla sorveglianza epidemiologica Sentieri si è stimato un rischio di mortalità maggiore del 2%, pari a circa 1.668 decessi l’anno. La percentuale dei decessi in eccesso rispetto al totale è pressoché costante nel tempo, passando dal 2,7% nel 2006-2013 (Quinto Rapporto SENTIERI) al 2,6% nel periodo più recente (2013-2017). I tumori maligni contribuiscono per oltre la metà (56%) degli eccessi osservati. Scendendo nel dettaglio del nesso tra patologie e fattori di esposizione, la mortalità per mesoteliomi totali risulta in eccesso di tre volte nei siti con presenza di amianto e quella per mesoteliomi pleurici di più di due volte nell’insieme dei siti con amianto e aree portuali. Il tumore del polmone è in eccesso del 6% tra i maschi e del 7% tra le femmine nei siti con fonti di esposizione ambientale ad esso associabili. Inoltre, sono in eccesso la mortalità per tumore del colon retto nei siti caratterizzati dalla presenza di impianti chimici, del 4% tra i maschi e del 3% tra le femmine, e del 6% per il tumore della vescica negli uomini residente nei siti con discariche. Il rapporto ha messo in luce anche un eccesso del rischio di ospedalizzazione che, nel periodo 2014-2018, per tutte le cause naturali nell’insieme dei 46 siti, è risultatodel 3% in entrambi i generi. Un eccesso di rischio di ospedalizzazione viene osservato anche nella classe di età pediatrico-adolescenziale (0-19 anni) per il 43% delle aree studiate e in età giovanile (20-29 anni) per il 15% delle aree contaminate. In 21 siti coperti da Registri delle malformazioni congenite sono state analizzate le anomalie congenite diagnosticate nel primo anno di vita; il maggior numero di casi riguarda le anomalie dei genitali.22

Dunque vi sarebbero ragioni forti per por mano ad un Piano nazionale delle bonifiche: restituire a milioni di cittadini un territorio risanato, risorsa primaria per il ben vivere e per prevenire patologie croniche invalidanti, sofferenze, decessi. Ma anche per restituire a tanti territori devastati e imbruttiti dai relitti della modernità quell’impareggiabile bellezza di una natura splendente di un tempo che fu. E il PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, doveva essere la straordinaria occasione da non mancare anche per l’insperata disponibilità di risorse (191,5 miliardi di euro all’Europa, cui si aggiungono30,6 miliardifinanziati dallo Stato italiano con il Piano Nazionale Complementare).

L’attuale stato delle bonifiche

Innanzitutto facciamo il punto sullo stato dell’arte delle bonifiche ad oggi.

Per quanto riguarda i SIN intanto vediamo quanti sono: dei 18 declassificati a SIR, ovvero di interesse regionale, il Bacino del fiume Sacco, nel 2016, in seguito alla rivolta delle comunità locali, è ritornato nel novero dei SIN, cui nel frattempo se ne sono aggiunti altri due, il SIN Officina Grande Riparazione ETR di Bologna, nel 2017, e il SIN Area vasta di Giugliano nel 2020. Per cui in totale ora sono 42 e 16 quelli declassificati a Sir

Ora, di seguito, per sommi capi quanto risulterebbe sia stato fatto a fine giugno 2024, ovvero in 25 anni, secondo i più recenti dati del Ministero dell’Ambiente. I 42 Siti contaminati d’Interesse Nazionale (SIN) coprono complessivamente 148.594 ettari di superficie terrestre (0,49% del territorio italiano) e 77.136 ettari di aree marine. La problematica riguarda tutte le regioni italiane, eccetto il Molise. Al 30 giugno 2024 solo per il 65% dell’estensione totale dei 36 SIN che vengono considerati sono disponibili informazioni sullo stato di avanzamento delle procedure: la caratterizzazione è completata nel 59% dei suoli e nel 55% delle acque sotterranee, mentre gli interventi di bonifica/messa in sicurezza sono stati approvati con decreto nel 13% della superficie per i suoli e nel 17% delle acque sotterranee. Il 17% dei suoli e il 6% delle acque sotterranee hanno concluso l’iter, ovvero sono stati bonificati. Negli ultimi tre anni monitorati, avanzamenti significativi nei procedimenti avrebbero riguardato solo 13 dei 42 Sin: per 9 Sin (Venezia-Porto Marghera, Priolo, Taranto, Pioltello e Rodano, Sulcis – Iglesiente – Guspinese, Brescia-Caffaro, Broni, Porto Torres, Bussi sul Tirino) si registra un avanzamento delle attività per entrambe le matrici, suolo/sottosuolo e acque sotterranee; per 4 Sin (Napoli Orientale, Manfredonia, Cengio e Saliceto, Sesto San Giovanni) si registra un avanzamento delle attività solo per la matrice suolo/sottosuolo.23

Di questo passo è del tutto evidente che occorrerebbe oltre un secolo per concludere le bonifiche dei SIN, mentre è difficile valutare quante risorse siano complessivamente necessarie, sicuramente nell’ordine dei miliardi di euro.

Vediamo ora la situazione per quanto riguarda i SIR, ovvero i Siti inquinati di interesse regionale, i cui dati sono altrettanto impressionanti. Secondo l’ultimo rapporto ISPRA, Istituto per la protezione dell’ambiente,24 i siti contaminati da rifiuti e oggetto di bonifica a livello nazionale sono quasi 37 mila. Si tratta di 148.598 ettari di territorio di cui solo il 24% del suolo è stato caratterizzato e appena il 6% è stato bonificato, mentre per le falde la percentuale è solo del 2%. Con una media di soli 11 ettari bonificati all’anno, si stima che per completare le bonifiche potrebbero volerci almeno 60 anni, cioè fino al 2085 e che sarebbero necessari almeno 10 miliardi di euro. Più in particolare, i siti interessati da procedimenti di bonifica a livello nazionale sono quasi 37 mila, e di molti di essi ancora non è noto lo stato di contaminazione, e pertanto non può iniziare la bonifica: dei 17.340 siti che hanno un procedimento in corso, 10.326 (60,9%) sono addirittura nella fase iniziale di notifica.

Quanto alla distribuzione territoriale, il rapporto evidenzia che i procedimenti di bonifica in corso sono maggiormente concentrati nelle regioni Campania e Lombardia nei cui territori esistono più di un terzo dei procedimenti in corso (precisamente il 35%); ma una percentuale rilevante di questi procedimenti (12% e 10%) è presente anche in Toscana e Veneto.

Il mancato programma per le bonifiche del PNRR

In questo contesto come interviene il PNRR?

Se è corretto individuare la priorità di intervenire sui “siti orfani”, per i quali il responsabile dell’inquinamento non è individuabile o non provvede agli adempimenti previsti dalla normativa e non provvede il proprietario del sito né altro soggetto interessato25, sono risibili le risorse finanziarie previste, 500milioni,26 rispetto ai 222miliardi del PNRR, pari allo 0,22%, sostanzialmente nulla.

Se poi si approfondisce quanto si sta facendo, il risultato è ancor più sconfortante. A fine 2022, le Regioni avevano segnalato ad ISPRA 444 siti orfani, di cui 12 con intervento di bonifica concluso, e soli 179 finanziati, per cui risulterebbero 253 siti in stato di abbandono27. Un numero leggermente inferiore di quello segnalato al Ministero dell’Ambiente dalle Regioni per concorrere in quota parte ai 500milioni del PNRR, che risultano 283, come da elenco reso pubblico dal Ministero nell’aprile 2022.28

Sennonché il Piano d’Azione per la bonifica del suolo dei siti orfani, contenente gli interventi ammessi a finanziamento, registrato dalla Corte dei conti al n. 2351 del 31/08/2022 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale alla Serie Generale n. 239 del 12 ottobre 2022, prevede interventi in soli 152 siti per un valore complessivo di 500 milioni di euro così distribuiti29.

Il caso emblematico della Lombardia e della provincia di Brescia

Ma se poi cerchiamo di approfondire come il Piano sia stato realmente attuato nei territori, si scopre una realtà ancora più ridimensionata, a causa dell’insufficienza dei finanziamenti. Prendiamo il caso della Lombardia, certamente significativo a livello nazionale. La Lombardia aveva segnalato al Ministro 44 siti orfani necessari di interventi di messa in sicurezza e di bonifica ed effettivamente il Piano d’azione prevedeva di distribuire i 51.732.673,56 affidati alla Regione Lombardia per intervenire in 42 siti.30

Sennonché la Regione Lombardia si è resa conto che con quelle risorse era impensabile intervenire in 42 siti e nell’Accordo di programma definito d’intesa con il Ministero dell’Ambiente li ha ridimensionati a soli 16 siti, peraltro dovendo aggiungervi circa 12milioni di propri finanziamenti per far fronte al costo complessivo previsto: quindi, alla fine, sono “16 i siti per 50.565.590,05 [a carico del PNRR, mentre] il costo totale aggiornato degli interventi di bonifica, ammonta a 62.265.590,82 euro e […] Regione Lombardia si farà carico delle somme residue, derivanti dai maggiori costi, necessarie per completare gli interventi di bonifica entro i termini previsti dal raggiungimento del target previsto dalla Misura M2C4”.31

Infine lo sato dell’arte a luglio 2025 lo ricaviamo dal comunicato della stessa Regione Lombardia relativo al “recupero dei siti orfani”:

Progettazione esecutiva terminata nei 16 siti. La fase di progettazione esecutiva è stata completata per tutti i 16 siti e sono stati aggiudicati i lavori dei quattro lotti della prima gara, per i quali è previsto l’avvio anticipato:

Safilo a Vercurago (LC); Fratelli Re di Schiantarelli Giovanni & C. S.A.S. a Monza (MB); Ex Siome – Folla di Malnate a Malnate (VA); Area Nova – Elfe – ex Discarica E.C.A. a Vimodrone (MI).

Gare d’appalto avviate per nuovi lavori di bonifica dei siti orfani. Si procede per l’aggiudicazione e l’affidamento per i nuovi lavori sui siti inclusi nella seconda gara:

Viale Italia di Sesto San Giovanni (MI); Sacri di Sesto San Giovanni (MI); Siecam di Morimondo (MI);

Cotonificio Fossati di Sondrio (SO); Lombarda Petroli di Villasanta (MB); inceneritore di Abbiategrasso (MI).

Bonifiche concluse o in chiusura e siti in monitoraggio:

Ex Roncoroni – Ex Siome – Lotto E a Malnate (VA): il procedimento di bonifica è concluso;

Relub a Bovisio Masciago (MB): l’intervento è stato concluso;

Sversamento SS 11 – Sinistro Del 23 – 11 – 2006 a Boffalora Sopra Ticino (MI): l’intervento di bonifica, che è concluso e certificato, sarà infine completato con la rinaturalizzazione dell’area come richiesto dal Parco del Ticino;

Condominio Annunciata a Como (Co): l’intervento di messa in sicurezza permanente completato, in attesa della certificazione finale a conclusione dei monitoraggi in corso.

Siti gestiti dai Comuni:

Milanfer a Milano (MI): gli interventi di completamento della bonifica sono in corso da parte del Comune di Milano;

Aree ex Snia a Cesano Maderno (MB): il Comune di Cesano Maderno ha in corso l’affidamento dell’incarico per la progettazione esecutiva. Si procederà successivamente con l’appalto dei lavori.

I Fondi divisi per provincia. Qui di seguito, in sintesi, le risorse ripartite per singola provincia

Como: 115.200 euro; Lecco: 8.077.698 euro; Milano: 12.711.680 euro; Monza e Brianza: 19.897.840 euro; Sondrio: 5.053.728 euro; Varese: 5.876.526 euro32.

Che dire? Se teniamo presente che la Regione Lombardia ha fatto la parte del leone, insieme alla Sicilia, nell’accaparrarsi le poche risorse disponibili è chiaro di che poca cosa si tratti.

Inoltre, al di là della miseria degli interventi previsti, mel caso particolarmente rappresentativo della Lombardia, balza subito all’occhio la clamorosa esclusione della provincia di Brescia da ogni intervento, compresi quei due “orfani” pure marginali previsti nella prima ipotesi dei 42 siti per la Lombardia:

Cava Baratti, Brescia – Montichiari, Località Ponchioni, Progettazione esecutiva e realizzazione bonifica suoli emessa in sicurezza permanente, 20.800 m2,€ 297.000,00, fine lavori 2026;33

Deposito rifiuti abbandonati in loc. Pittinghello, Brescia – Pisogne, Località Pittinghello, Progettazione esecutiva e realizzazione bonifica suoli, 8.700 m2, € 136.000,00, fine lavori 2026.34

Ebbene, anche questi due piccoli interventi sono stati cassati, in una Provincia dove, accanto al SIN Brescia-Caffaro, vi sono decine di siti orfani, discariche per rifiuti speciali del tutto non a norma perché precedenti alla prima regolamentazione degli anni 80 (ben 58 secondo stime dell’Amministrazione provinciale35); dove ogni anno, per lavori di infrastrutture, si scoprono “discariche fantasma”; dove si trovano 9 dei 16 siti nazionali radioattivi a bassa intensità individuati dall’ISIN, Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare, nel 2019, come prioritari per la messa in sicurezza (operazione compiuta solo per due e in fase d’avvio per uno); dove, incrociando i dati ricavati da diversi studi dell’Amministrazione provinciale di Brescia, fino all’anno 2005, con quelli pubblicati annualmente a partire dal 2006 dai Rapporti rifiuti speciali dell’Ispra, sulla base del trend in corso ormai da anni, al 2025 si possono valutare 94milioni 515 mila 980m3 di rifiuti tumulati in discariche nel Bresciano, una quantità quasi 10 volte superiore a quella stimata per la Terra dei fuochi campana; dove per tentare di contenere questa alluvione di rifiuti nel Bresciano la Regione Lombardia è stata costretta ad introdurre il “fattore di pressione”36. Forse, questa clamorosa rimozione della situazione gravemente compromessa del Bresciano trova una spiegazione nel tentativo in corso da parte dell’Assessore all’Ambiente della Regione Lombardia, il bresciano Giorgio Maione, di apire in provincia di Brescia una mega discarica per rifiuti pericolosi da 2milioni di metri cubi in località Macogna, derogando al “fattore di pressione”, con il pretesto, del tutto inventato, di dover svuotare la discarica Vallosa del Sin Brescia-Caffaro, in realtà con l’obiettivo di dare continuità a una delle più grandi discariche nazionali di rifiuti pericolosi, a Montichiari, di quasi 3 milioni di metri cubi, ormai in esaurimento37. In questo contesto, è dunque meglio non parlare per il Bresciano di “siti orfani” da bonificare!

Perché il programma delle bonifiche è fallito

Il caso lombardo chiarisce il motivo per cui il grande problema delle bonifiche dei siti inquinati non si vuole affrontare e perché si è persa l’insperata opportunità delle ingenti risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Se si vuole continuare con il vecchio modello di sviluppo, basato sulla crescita infinita, sulla risorsa natura immaginata a totale disposizione del mercato e dei profitti, senza limiti e di fatto gratuitamente, è necessario rimuovere i disastri del passato che ci inchioderebbero alle nostre responsabilità e alla necessità di cambiare prospettiva

L’ubriacatura neoliberista, nonostante i guai che ha prodotto (crisi ecologica e sociale, “terza guerra mondiale a pezzi”), fatica ad essere smaltita dalle leadership italiane e in generale occidentali.

Così, negli ultimi decenni, i Governi hanno puntato esclusivamente sulla competitività manifatturiera sui mercati globali come leva per rilanciare una crescita effimera che, come un miraggio, continua in realtà a sfuggirci inesorabilmente. L’attuale ceto politico appare in Italia fondamentalmente unito (fatte salve lodevoli e minoritarie eccezioni) nel prospettare al Paese una direzione di marcia che ripropone esattamente il paradigma dello sviluppo sul modello del “boom economico”, di volta in volta anche esplicitamente evocato. Non si vuole accettare la realtà di condizioni storiche mutate, che rendono improponibile e irrealistica quella prospettiva. Quella crescita a due cifre fu possibile grazie innanzitutto ad un’illimitata (in apparenza) disponibilità di combustibili fossili a basso costo, grazie a materie prime ottenute a prezzi di rapina dai rapporti neocoloniali imposti dal primo mondo al terzo mondo, grazie ad un patto sociale che, in presenza di una torta del reddito nazionale in crescita tumultuosa, permetteva di ridistribuirne una parte anche ai lavoratori. Queste condizioni non ci sono più e non si ricostituiranno più. E intanto, in questi decenni, in attesa di una crescita inafferrabile, il territorio del Belpaese è stato abbandonato nella totale incuria. La vera e duratura ricchezza dell’Italia veniva lasciata deperire in uno stato d’abbandono che oggi rappresenta il vero enorme fardello che lasciamo in eredità alle generazioni future. L’enfasi sul debito finanziario, di carta, da tutti ossessivamente sottolineato con toni allarmistici fa il paio con la rimozione pressoché totale del debito materiale, di sostanza, che lasciamo a chi dovrà vivere in un Paese dove ci si ammala per i veleni depositati in tante aree da un’industrializzazione dissennata.

Dunque ciò che sembra necessario non è il “cambiare verso all’Italia” sulla via del miraggio della crescita, con cosiddette “riforme radicali” finalizzate ad oliare i meccanismi della mitica competitività, ma un’inversione di rotta di 180 gradi.

Infatti, oggi, l’ostacolo maggiore ad inserire nell’agenda politica il tema delle bonifiche sembra essere proprio questo pregiudizio ideologico: l’orizzonte della globalizzazione neoliberista, assunto come un dogma, inchioda l’Italia a concentrare le poche risorse disponibili, al netto del fardello del debito, nel rilancio della propria competitività manifatturiera sui mercati internazionali, nella speranza che da un incremento delle esportazioni venga la fuoriuscita dalla crisi. Eppure, la lezione delle Grande crisi del ’29 dovrebbe suggerirci qualcosa: la stagione del New Deal si è caratterizzata innanzitutto per un ritorno al territorio, al suo valore strategico, sul piano culturale, sociale, ma anche economico. Del resto, la cura e le bonifiche del territorio hanno rappresentato per secoli le grandi e piccole opere che hanno permesso a tante generazioni di vivere dignitosamente: il prosciugamento delle zone paludose, l’innervamento di una capillare rete idrica per l’irrigazione delle zone aride, la sistemazione dei versanti montuosi per i coltivi… Ora sembra che il territorio non abbia più alcun valore, che possa essere del tutto trascurato e lasciato deperire, addirittura viene vissuto come un intralcio per il dispiegamento delle “grandi opere”. Eppure è solo dal territorio che può venire per la nostra economia e la nostra società un riscatto duraturo e su basi solide, perché non esposte all’alea della competitività globale. La risorsa territorio avrebbe le potenzialità per avviare quel processo indispensabile di “de-globalizzazione”, capace di correggere le macroscopiche storture del sistema attuale. E nel contempo ci aiuterebbe a comprendere che l’ambiente e la salute hanno un valore in sé, il solo che giustifica l’urgenza delle bonifiche.

Le bonifiche sono fallite, invece, proprio quando si è voluto affidarle alle logiche del mercato ed agli interessi degli operatori privati. Annebbiati dalla bolla immobiliare per cui il solo costruire era di per sé promessa di ingenti rendite e profitti, ci si è illusi che alle bonifiche ci potesse pensare la speculazione privata. Ciò che è accaduto è abbastanza noto: da un canto, afflosciata la bolla, molti progetti si sono arenati, dall’altro, spesso, la corruzione e la frode hanno stravolto gli interventi di “bonifica”, ridotti a puri trasferimenti o rimescolamenti di terreni.

Nel contempo, venivano del tutto abbandonate le aree dismesse più inquinate, dove non vi era più alcuna industria attiva e solvibile, o dove non vi era comunque alcun interesse privato ad intervenire, o per i costi eccessivi di bonifica, o per la scarsa valenza immobiliare.

In alcuni casi, inoltre, sono stati avanzati progetti di “reindustrializzazione” proponendo impianti ad elevato impatto ambientale (un inceneritore per rifiuti industriali all’ex Acna di Cengio, un cementificio nel sito di Bussi…), con l’incredibile argomentazione che si trattava comunque di un territorio compromesso.

Già queste sono ragioni più che sufficienti per spiegare il fallimento delle bonifiche in Italia.

1 P. P. Poggio, M. Ruzzenenti (a cura di), Il caso italiano: industria, chimica e ambiente, Fondazione Micheletti – Jaca Book, Milano 2012, pp. 1-35.

2 Sul disastroso incedente di Seveso, oltre al saggio di Giorgio Nebbia et al., Industria e ambiente: il caso Seveso, inP.P. Poggio, M. Ruzzenenti (a cura di), op. cit., pp.423-444., si vedano: AA.VV., Icmesa. Una rapina di salute, di lavoro e di territorio,Mazzotta, Milano 1976; M. Galimberti, G. Citterio, L. Losa, Seveso. La tragedia della diossina, Edizioni GR, Besana Brianza 1977; M. Ramondetta, A. Repossi (a cura di), Seveso vent’anni dopo. Dall’incidente al Bosco delle Querce, Fondazione Lombardia per l’ambiente, Milano 1998; L. Centenari, Ritorno a Seveso. Il danno ambientale, il suo riconoscimento, la sua riparazione, Bruno Mondadori, Milano 2006; D. Biacchessi, La fabbrica dei profumi. Seveso 40 anni fa, Jaca Book, Milano 2016.

3 M. Ruzzenenti, Le radici operaie dell’ambientalismo italiano, “Altronovecento. Ambiente Tecnica Società”, n. 43, dicembre 2020. https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/dossier-1970-le-radici-operaie-dellambientalismo-italiano/.

4 “Primavera ecologica” è un termine coniato da Giorgio Nebbia per indicare il periodo che va dal 1968 al 1973, in cui per la prima volta in Italia e nel mondo si prende consapevolezza della crisi ecologica indotta dall’industrializzazione moderna. Cfr. P.P. Poggio, M. Ruzzenenti, “Primavera ecologica” mon amour. Industria e ambiente cinquant’anni dopo, Jaca Book, Milano 2020.

5 M. Ruzzenenti, 1972, l’anno lungo dell’ecologia, “Altronovecento. Ambiente Tecnica Società”, n. 46, dicembre 2022 https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/1972-lanno-lungo-dellecologia/.

6 L. Mumford, Tecnica e cultura, Il saggiatore, Milano 1961; R. L. Carson, Silent Spring, Houghton Mifflin Company, Boston 1962; tr. it. Primavera silenziosa, Feltrinelli, Milano 1963; E.P. Odum, Ecologia,Zanichelli, Bologna, 1966; K. E. Boulding, The Economics of the Coming Spaceship Eart,in. H. Jarrett, Environmental quality in a growing economy, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1966; N. Georgescu-Roegen, The Entropy Law and the Economic Process, Harvard University Press, Cambridge Massachusetts 1971; B. Commoner, The closing circle, Alfred Kuopf, New York 1971; tr. it. Il cerchio da chiudere, Garzanti, Milano 1972; E. Goldsmith, R. Allen, La morte ecologica. Progetto per la sopravvivenza, Laterza, Bari 1972.

7 System dynamics group mit, I limiti dello sviluppo: un rapporto per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell’umanità, Mondadori, Milano 1972.

8 dpr n. 175 del 17 maggio 1988, Attuazione della Direttiva cee n. 82/501, relativa ai rischi di incidenti rilevanti connessi con determinate attività industriali.

9 S. Gardelli, Esplosione al deposito ENI di Calenzano: le possibili cause dell’incidente, www.geopop.it/esplosione-al-deposito-eni-di-calenzano-le-possibili-cause-dellincidente/.

10 Legambiente, Inquinamento da PFAS: sentenza storica per il caso Miteni, 26 giungo2025. https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/inquinamento-da-pfas-sentenza-storica-per-il-caso-miteni/.

11 D. M. 25 ottobre 1999, n. 471, Regolamento recante criteri, procedure e modalità per la messa in sicurezza, la bonifica e il ripristino ambientale dei siti inquinati, ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive modificazioni e integrazioni.

12 E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, 1914-1991. L’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano 1995, p. 23.

13 Sul 1973, come anno di svolta, si veda. M. Ruzzenenti, P. Zanotti (a cura di),La svolta ecologica mancata. Dalla crisi petrolifera al Golfo oggi, Jaca Book – Fondazione Luigi Micheletti, Milano 2024.

14 M. Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo, 1776-2006, Laterza, Roma-Bari 2008, cap. 10. Dettaglio che andrebbe ricordato quando ci si chiede il perché della feroce aggressione di Israele contro Gaza e dell’ossessiva campagna di denigrazione dell’Iran.

15 A. K. Bergquist, T. David, Beyond Planetary Limits! The International Chamber of Commerce, the United Nations, and the Invention of Sustainable Development, in “Business History Review”, XCVIII (2023), n. 3, pp. 505-507, traduzione in “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n. 49, 15 luglio 2024, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/oltre-i-limiti-planetari-la-camera-di-commercio-internazionale-le-nazioni-unite-e-linvenzione-dello-sviluppo-sostenibile/.

16 M. Ruzzenenti, Sviluppo sostenibile: storia di una teoria controversa, in “Inchiesta”, ottobre – novembre 1999, anche in “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n. 1 (1999). https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/sviluppo-sostenibile-riflessioni-attorno-ad-una-teoria-controversa/?cn-reloaded=1

17 T. Snyder, Terra nera. L’Olocausto tra passato e presente, Rizzoli, Milano 2015, p. 399.

18 La portata drammatica dell’accordo, siglato il 3 luglio, emerge dalle amare considerazioni di Bruno Trentin, allora segretario della cgil, che lo spingono a meditare l’abbandono del sindacato. Cfr. B. Trentin, Diari 1988-1994, Ediesse, Roma 2017, pp. 359-360.

19 D. M. 11 gennaio 2013, Approvazione dell’elenco dei siti che non soddisfano i requisiti di cui ai commi 2 e 2-bis dell’art. 252 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e che non sono più ricompresi tra i siti di bonifica di interesse nazionale.

20 Redazione, Corruzione, l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini condannato a sei anni. La procura ne aveva chiesti 4 e mezzo, in “Il fatto quotidiano”, 26 marzo 2021, https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/03/26/corruzione-lex-ministro-dellambiente-corrado-clini-condannato-a-sei-anni-la-procura-ne-aveva-chiesti-4-e-mezzo/6146631/. Redazione, Corte dei Conti: l’ex ministro dell’Ambiente Clini dovrà risarcire un milione di euro, in “L’indipendente”,13 Giugno 2022, https://www.lindipendente.online/2022/06/13/corte-dei-conti-lex-ministro-dellambiente-clini-dovra-risarcire-un-milione-di-euro/.

21 Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia, Roma 12 dicembre 2012, pp. 658-660.

22 Sentieri. Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento. Sesto Rapporto, in “Epidemiologia & Prevenzione”, a. 47, n. 1-2, gennaio-aprile 2023, Suppl. 1.

23 Per gli ultimi aggiornamenti sui Sin si veda: Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, SIN, Siti di interesse nazionale, Stato delle procedure per la bonifica, Roma giugno 2024, https://bonifichesiticontaminati.mite.gov.it/sin/stato-delle-bonifiche/; ISPRA, Indicatori ambientali, Siti di interesse nazionale, Roma31 dicembre 2024, https://indicatoriambientali.isprambiente.it/it/siti-contaminati/siti-contaminati-di-interesse-nazionale.

24 ISPRA, Lo stato delle bonifiche dei siti contaminati in Italia. Terzo rapporto dui dati regionali, Roma marzo 2025, https://www.isprambiente.gov.it/files2025/pubblicazioni/rapporti/rapporto-409-2025_def.pdf.

25 Decreto del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare del 29 dicembre 2020, Programma nazionale di finanziamento degli interventi di bonifica e ripristino ambientale dei siti orfani, art. 2, Definizioni.

26 Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, PNRR, Misura M2C4, Investimento 3.4, Bonifica del “suolo dei siti orfani”, 22 marzo 2022, https://www.mase.gov.it/portale/-/m2c4-investimento-3.4-bonifica-del-quot-suolo-dei-siti-orfani-

27 Ispra, Lo stato delle bonifiche dei siti contaminati in Italia…, cit. p.128.

28 Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Elenco aggiornato dei siti orfani,https://bonifichesiticontaminati.mite.gov.it/wp-content/uploads/2022/04/m_amte.MATTM_.RIA-REGISTRO-DECRETIR.000032.22-03-2022.zip.

29 Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Piano d’azione, PNRR, Item M2C4, Investimento 3.4, Bonifica del “suolo dei siti orfani”, 4 agosto 2022, https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/decreto_n-_301_del_04-08-2022-pdf.

30 Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Piano d’azione, cit., pp. 25-29.

31 Regione Lombardia, Approvazione dello schema dell’accordo per la realizzazione degli interventi di

bonifica e ripristino ambientale dei siti orfani ricadenti nel territorio della Regione Lombardia – ai sensi dell’articolo 7 del piano d’azione ex decreto del Ministro della transizione ecologica 4 agosto 2022 e successivo decreto del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica 7 maggio 2024. – misura M2C4 – investimento 3.4 del PNRR tra il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica e la Regione Lombardia https://www.regione.lombardia.it/wps/wcm/connect/6afb80b2-9cab-404b-9ba8-0cd262024d32/DGR+2727+del+8-7-2024.pdf?MOD=AJPERES&CACHEID=ROOTWORKSPACE-6afb80b2-9cab-404b-9ba8-0cd262024d32-pvaC4C-.

32 Redazione Lnews, Aggiudicati i lavori di bonifica per i ‘siti orfani’ lombardi, Milano 21 luglio 2025. https://www.lombardianotizie.online/bonifica-siti-orfani/.

33 Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Piano d’azione, cit., pp. 25.

34 Ivi, p. 26.

35 Provincia di Brescia, Area ambiente, settore rifiuti ed energia, Piano provinciale di gestione dei rifiuti. Censimento impianti, [aggiornato al 2005].

36 M. Ruzzenenti, “Ma la terra dei fuochi no”. L’immondezzaio d’Italia sì?, Brescia, 3 settembre 2025 https://www.ambientebrescia.it/download/terradeifuochibrescia2025/.

37 Comitato popolare contro l’inquinamento zona Caffaro, Tavolo Basta Veleni, Medicina Democratica, Comitato “Ambiente e Salute Brescia”, Comitato per l’Ambiente Brescia Sud, Associazione Via Milano 59, Sin “Brescia Caffaro”: la discarica Vallosa va messa in sicurezza in situ, Nota alle Autorità competenti, Brescia 16 ottobre 2025.

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