Il libro di Charbonnier, pubblicato nell’agosto del 2024, è in alcune sue parti già invecchiato e in altre molto discutibile, eppure è un libro molto importante per la qualitàdella ricostruzione storica e per la capacità di porre una serie di questioni su cui è utile interrogarsi, in particolare riguardo il rapporto tra critica ecologica e potere.
Comincio da una brevissima sintesi delle tesi centrale di Charbonnier. L’economia fossile, causa principale dell’attuale crisi climatica, è esplosa nel secondo Dopoguerra e va quindi considerata una conseguenza della pace tra le grandi potenze mondiali. L’Antropocene è dipeso dalla crescita economica a base fossile innescata dalla fine della II Guerra Mondiale, quindi la società dei consumi del secondo Dopoguerra va vista come una faccia della pace. Ne discendono due conseguenze: la prima è che, contro il legame storico tra movimento ecologista e pacifismo, la pace su scala internazionale non va vista come un’alleata intrinseca dell’ecologia. La seconda è che l’attuale orizzonte di guerra si sta rivelando un’occasione per incidere sulle cause della crisi climatica – attraverso la “ecologia di guerra”, appunto. Conclusione: dopo decenni spesi inutilmente alla ricerca di un consenso inter-statuale efficace dentro l’architettura e la logica dell’ONU, è il caso di ragionare in termini geopolitici.
Si tratta di tesi forti, in alcuni casi provocatorie, vediamole più da vicino.
Indice
Una storia ambientale dell’idea di pace
Il libro è la prosecuzione di una “storia ambientale delle idee” che aveva già trattato il rapporto tra uno dei concetto-cardine del pensiero moderno, quello di libertà, e l’abbondanza (cfr. Abondance et liberté. Une histoire environnementale des idées politiques, La Découverte, Paris, 2020). Ora il medesimo approccio viene applicato a un’altra nozione politica centrale, quella di pace: anche in questo caso, una categoria della storia politica viene riletta mettendone in luce la dimensione ecologica costitutiva, cioè il radicamento di questa idea in un determinato rapporto con l’ambiente e la Terra. Come nel primo libro l’idea di libertà individuale e collettiva veniva mostrata nel suo rapporto intrinseco con l’abbondanza e l’affrancamento utopico dai vincoli naturali (p. 60), così in questo libro l’idea di pace, da Kant fino all’ONU, risulta intrecciata alla prosperità materiale. In sintesi, potremmo dire che Charbonnier intende operare uno smascheramento “materialista”, ma su basi ecologiche e non marxiane, di alcune categorie-cardine del pensiero politico moderno.
La parte di ricostruzione storica del concetto di pace (cap. 2) inizia riconoscendo come, in realtà, vi sia la guerra al cuore del modo in in cui il pensiero politico ha pensato il potere e l’origine dello Stato (p. 50). In questa prospettiva, la pace è anzitutto il servizio assicurato dallo Stato ai suoi cittadini mettendo fine alla guerra di tutti contro tutti. Il problema della pace nasce quindi all’esterno, nei rapporti tra Stati, ed è proprio la teoria delle relazioni internazionali l’ambito del pensiero politico su cui Charbonnier si concentra. Questo campo teorico è strutturato dall’opposizione tra idealismo cosmopolita e realismo. Charbonnier usa la direttrice ambientale per attraversare questa contrapposizione. Per esempio, Kant, campione dell’idealismo, fonda in realtà la plausibilità storica della pace sulla progressiva capacità mostrata dalle società umane di superare i conflitti per risorse: il fatto che le risorse siano sparse per la Terra in modo diseguale avrebbe costretto i gruppi umani a muoversi e a entrare in guerra, ma proprio tale conflittualità sarebbe quanto gli uomini si lasciano alle spalle in virtù del crescere dell’interdipendenza e dello “spirito di commercio”. Questo tipo di argomentazione trova eco nella tradizione liberale che legittima il capitalismo quale forza civilizzatrice (p. 72): l’egoismo competitivo degli individui è energia spesa nel commercio e non più disponibile per la guerra. Come ricorda A. Hirshmann in un suo famoso libro, il “commerce” è “doux”, perché si legittima come superamento delle asprezze delle contese armate. Questo credo viene ribadito in mille formule diverse lungo quella che Polanyi chiama la “pace dei cento anni” (dal Congresso di Vienna fino alla Prima Guerra Mondiale), trovando nell’industria e nella scienza applicata i propri moltiplicatori: il piccolo mondo pacifico del commercio diventa il mondo globale delle macchine, della logistica e delle reti – un mondo necessariamente pacifico stante l’orizzonte mondiale delle innovazioni (la seconda metà dell’Ottocento è l’età delle Esposizioni Universali) e l’interdipendenza determinata dalle grandi infrastrutture. Il fatto che la Terra sia rotonda e relativamente piccola pare essere un argomento invincibile per la pace.
La sfida realista
Come noto, la Prima guerra mondiale fa scoppiare questa lunga bolla: il terzo capitolo è dedicato proprio alla rottura segnata dal 1914 e si apre con una lunga citazione di Mumford, in cui lo storico della tecnica afferma che per chi fosse stato bambino prima del 1914 sarebbe stato più facile concepire un processo chimico che trasformasse l’acqua salata in bevanda dolce che la trasformazione di “uomini come noi” in barbari (p. 94). Charbonnier ricorda come, in realtà, proprio la tragedia di quel conflitto abbia provocato un forte rilancio dell’idealismo liberale: la guerra venne vista come una riprova della necessità di approfondire i legami economici per evitare nuove regressioni, convinzione alla base della nascita della Società delle Nazioni.
Ovviamente non mancarono le interpretazioni contrarie, secondo le quali la guerra era dipesa dalla fine di dell’equilibrio assicurato dal sistema economico internazionale ottocentesco (ancora Polanyi e E.H. Carr, tra i delegati britannici alla conferenza di Parigi del 1919, secondo cui l’utopismo aveva fatto bancarotta perché incapace di “fornire una norma assoluta e disinteressata per la condotta degli affari internazionali. Messo davanti al crollo di norme, di cui non aveva colto il carattere interessato, l’utopista si rifugia nella condanna di una realtà che rifiuta di conformarsi alle norme” (p. 97)). La parola-chiave è qui “realtà”: il realismo diventa appunto un campo accademico nell’ambito della teoria delle relazioni internazionali, mentre su un piano diverso ma convergente, sempre all’inizio del XX secolo, si sviluppa una nuova disciplina, la geopolitica (p. 101). Fare la storia ambientale di questi concetti richiede a Charbonnier meno sforzo visto che qui il riferimento a territorio, risorse e spazi è costitutivo.
Del resto, la stessa idea di ecologia in quanto scienza del rapporto tra organismi e ambiente (linea Haeckel-von Uexküll) è fortemente segnata dall’evoluzionismo del tempo e non è certo impermeabile rispetto a questi movimenti intellettuali – anzi, gli assunti della neonata ecologia, neo-malthusiana e darwinista, si prestarono per assicurare un fondamento “scientifico” ai nazionalismi anti-liberali del tempo. Si tratta di un capitolo noto e anche strumentalizzato, in particolare da quell’area del pensiero liberale anti-totalitario a cui Charbonnier si oppone in sede di presentazione delle tesi generali del libro (p. 37). Anche per questo era lecito attendersi da Charbonnier una trattazione esplicita ed articolata del tema (vi fa un breve cenno in un’altra parte del libro, parlando dell’eugenismo delle cerchie ecologiche di inizio ‘900, p. 216): una “storia ambientale delle idee politiche” che non affronta il nodo del ruolo politico giocato dall’idea ambientale per antonomasia, quella di ecologia, suona ben strana, – tanto più che “ecologia” ricorre nel titolo stesso dell’opera e che l’ecologia delle origini ha una valenza anche politica difficile da negare.
L’autore si sofferma invece sul ruolo della frontiera nell’immaginario politico americano del tempo e sul forte peso culturale dell’eredità malthusiana, ben percepibile per esempio in Keynes e molti altri: necessità di spazi da conquistare, “fine dell’era colombiana” e quindi della possibilità di espansioni territoriali (MacKinder, geografo, tra i fondatori della geopolitica), impatto della pressione demografica in un mondo con risorse scarse segnano un momento storico in cui “l’ancoraggio terrestre del politico faceva risalire alla superficie degli affari umani la tragedia della rarità ed esplodere le promesse del diritto internazionale, del dolce commercio, dell’armonia degli interessi” (p. 113). Schmitt entra in scena alla fine del capitolo, come sintesi e radicalizzazione politica di queste diverse tendenze.
Entriamo così nel cuore dell’opera, come segnalato dalla comparsa dell’autore a cui Charbonnier riconosce ripetutamente il proprio debito, Bruno Latour, il cui libro “Où atterrir?” (“Dove atterrare?”, anche se la traduzione italiana è un incongruo “Dove sono?”) viene utilizzato per cogliere l’attualità ecologica delle posizioni schmittiane. In sostanza, Schmitt viene visto come l’autore che smaschera l’impossibilità di una politica senza “presa di terra”, senza cioè il radicamento di una comunità politica in un territorio: in questo senso, l’idealismo liberale, come emergerà ancora più chiaramente nel secondo Dopoguerra, occulta l’inaggirabilità di un debito diretto con spazi e risorse terrestri. Chiaramente Schmitt lega la “presa di terra” alla guerra come manifestazione fondamentale di “una comunità esistenziale di interessi e d’azione” (p. 122). Charbonnier, al contrario, intende recuperare la territorializzazione della politica staccandola dagli assunti malthusiani e dalla conseguente inevitabilità della guerra (almeno come orizzonte potenziale): il vincolo della “abitabilità della Terra”, la necessità di curare le funzioni ecologiche planetarie (p. 125), infatti, non implicherebbero affatto che una comunità politica debba vedere le altre come nemiche. In estrema sintesi, l’attuale emergenza climatica farebbe entrare nell’ambito schmittianamente politico, quello degli interessi esistenziali della comunità, la difesa della Terra quale passaggio inevitabile per una difesa del (proprio) territorio, cioè della pre-condizione del pieno sviluppo delle altre funzioni della politica (produzione e distribuzione, le funzioni centrali per le tradizioni liberale e socialista – Charbonnier fa riferimento in particolare a un breve scritto minore di Schmitt dal titolo: “Prendere, distribuire, pascolare”, a indicare le tre funzioni-chiave dello Stato a partire ovviamente da quella originaria, appunto il “prendere terra”).
Per capire meglio senso e limiti di questa mossa dobbiamo continuare la nostra storia, giunta alla Seconda guerra mondiale. Il nazismo fu una sorta di nemesi dell’ordine internazionale liberale – una “vendetta realista” articolata non solo sui libri ma anche nei campi di battaglia. Inutile dilungarsi su questo e in effetti a Charbonnier interessa soprattutto il dopo: cosa succede, dopo? Ritorna, ma con pathos superiore, il “mai più”, con riferimento stavolta non solo a una guerra devastante, ma a un totalitarismo genocida. Questo “liberalismo della paura” riattiva l’idea al centro del libro, cioè quella della crescita economia e della prosperità come unica strada per la pace – interna, nei singoli Stati e in particolare nel blocco atlantico, permettendo di tenere sotto controllo le passioni politiche “estreme”; esterna, costruendo reti istituzionali capaci di regolare i conflitti attraverso il diritto (ONU).
Le conseguenze della “pace fossile”
C’è però una novità: questa impostazione si traduce in una serie di scelte che fanno di carbone, gas e petrolio la base di questo nuovo equilibrio politico. La “pace democratica” del Secondo dopoguerra, cioè, è una “pace fossile”: il 1945 è perciò l’anno in cui si incrociano due traiettorie, quella dell’avvio dell’Antropocene e quella, più lunga, della crescita quale vettore di prosperità e pace – non a caso, il patto tra le grandi nemiche della storia europea dell’ultimo secolo, Francia e Germania, viene stretto attorno a carbone e acciaio (CECA, 1951). Chiaramente, il tutto avviene sotto l’egida degli USA, il perno di questo nuovo ordine diffuso su scala internazionale: la frontiera del pianeta è “chiusa” se si guarda ai confini politici che ormai definiscono ogni area della Terra, ma è aperta se si considera che questi Stati sono altrettanti potenziali mercati in cui esportare saperi e beni – “frontiera infinita” è il sotto-titolo di un libro di V. Bush dedicato alla scienza, ma in realtà la formula è utile anche per indicare questa nuova fase del liberalismo. Ma cosa ne è stato del malthusianismo, come abbiamo visto così diffuso e radicato a livello teorico? Ovviamente non era sparito, andava quindi contrastato. Qui Charbonnier, riconoscendo il debito nei confronti di un lavoro di Richard Lane (“The American Anthropocene”, Geoforum, n°99, 2019), mette in luce un passaggio decisivo, cioè la mossa a livello di teoria economica che permise di mettere fuori gioco ogni vincolo riguardante il carattere inevitabilmente finito delle risorse. La storia vale la pena di essere raccontata: nel 1952 la Commissione Paley pubblica Resources for Freedom, un documento in 5 volumi che pare partire da un assunto malthusiano: “Gli Stati Uniti si sono sviluppati al di là della loro base materiale” (intesa come somma di energia e risorse minerali e organiche). Che fare? Usare meglio quello che si ha, certo, puntare anche su solare e atomo, d’accordo, ma la vera novità è la “teoria della sostituzione”: secondo questa visione, la rarità è un fatto, ma sempre relativo allo stato delle conoscenze scientifiche del momento, non è una barriera assoluta. L’esempio è quello del processo Haber-Bosch di sintesi dell’ammoniaca: per la prima volta le risorse sono cercate non sotto terra ma nell’atmosfera, dove si trovano le particelle di azoto usate nel processo. Generalizzando, l’unica frontiera delle possibilità economiche è l’inventività scientifica (p. 145). La teoria economica potrà quindi operare sganciandosi dai vincoli materiali (riconosciuti come relativi) e presupporre appunto la sostituibilità indefinita delle risorse. Fine delle risorse? Risorse senza fine! L’eredità della pace democratica, quindi, non è solo a livello di fonti energetiche, ma anche di saperi e dispositivi teorici ancora attivi.
Questo immaginario politico retto sull’idea che l’abbondanza assicuri pace e stabilità, ovviamente, si sviluppa parallelamente a una dinamica di tutt’altro segno, cioè la contrapposizione USA-URSS sul piano politico e militare, in particolare attraverso le armi atomiche. Anche in questo ambito Charbonnier individua un’eredità di tipo teorico che vale la pena approfondire. Qui l’autore-chiave è Thomas Schelling, membro della RAND Corporation, un think tank cruciale nell’elaborazione della dottrina della dissuasione nucleare. Schelling negli anni Sessanta si pose il problema di delineare un processo di negoziazione tra rivali strategici in grado di evitare l’uso dell’arma nucleare. In questa prospettiva, USA e URSS dovevano convergere su un “punto focale”, cioè su un possesso di forze di distruzione in equilibrio con quello del rivale – evitando, da un lato, un aumento improvviso delle proprie dotazioni, dall’altro, un eccessivo ritardo rispetto al potenziale del nemico, in quanto situazioni che rischiavano di scatenare escalation incontrollabili. Ora, il punto è che il medesimo approccio venne poi applicato da Schelling alla minaccia climatica: negli anni Ottanta, su incarico di Carter, Schelling formalizzò un approccio al problema delle emissioni di CO₂ basato sugli stessi strumenti teorici (teoria dei giochi etc.), producendo come primo risultato il seguente principio: “i rischi sono inferiori alle capacità di adattamento dell’uomo, il timing di questa crisi è più lento del ritmo di guadagno della produttività e di sviluppo tecnologico” (p. 194). Unito al secondo principio, secondo cui nessuno Stato accetterà mai un accordo vincolante sui propri interessi vitali per un rischio considerato minore, tale postulato conduce alla seguente conclusione: “la politica climatica non può essere che un processo di negoziazione permanente tra le generazioni e i Paesi. Come la corsa agli armamenti nucleari e la dinamica del loro controllo, essa […] è determinata dalla possibilità di trovare un equilibrio ottimale tra questi rischio e i rischi che esso genera” (p. 195). Si tratta, in altre parole, di trovare il corrispettivo del “punto focale” atomico, cioè il livello di riscaldamento oltre il quale l’emissione di CO₂ cessa di diventare positiva e diventa una minaccia contro la sicurezza. Il fatto che questo limite non sia noto consiglia di demandare gli interventi del caso alle generazioni future, evitando sacrifici immediati che sarebbero meno efficaci avendo risorse tecnologiche meno avanzate.
Chiaramente si tratta di conclusioni “quietiste”, ma Charbonnier sostiene, probabilmente a ragione, che sarebbe fuorviante ridurre Schelling (e dopo di lui, in una vena simile ma in campo economico, W. Nordhaus) a semplice “mercante del dubbio”: si tratta di mettere a fuoco che questa è la logica seguita dagli Stati e che questo è, al di là del messaggio specifico, il linguaggio utilizzato quando sono in gioco scelte strategiche. Lo stesso negazionismo delle multinazionali fossili viene considerato da Chabonnier un fuoco di sbarramento comunque garantito, alle spalle, da un’ultima e più potente linea politica, orientata a difendere il fossile a ogni costo nella misura in cui, appunto, esso è considerato risorsa strategica. Il punto di Charbonnier è quindi duplice:
– gli interlocutori decisivi nella crisi climatica sono gli Stati, non i soggetti economici;
– una politica climatica che voglia essere efficace, tale cioè da poter informare le politiche pubbliche, deve essere articolata secondo la razionalità strategica appena esemplificata.
Si dirà: l’adozione di questa razionalità da parte degliStati ha accompagnato il peggioramento della situazione; perché mai farvi ricorso, se l’obiettivo è invertire la tendenza? La risposta di Charbonnier è semplice: quella stessa razionalità strategica, applicata oggi, produrrà conclusioni differenti perché i parametri a disposizione sono cambiati – in particolare, conosciamo meglio i rischi (molto più gravi e temporalmente vicini di quelli immaginati da Schelling) e le energie rinnovabili sono oggi economicamente vantaggiose, quindi la centralità strategica del fossile non è più scontata né necessaria. Queste tesi sono in presa diretta con la parte più sorprendente e discutibile del libro, quella dedicata all’interpretazione della situazione eco-politica attuale.
Verso un’ecologia di guerra?
Prima di arrivarci, l’autore nel cap. 6, intitolato significativamente “L’impotenza politica delle nazioni”, stila un bilancio condivisibilmente impietoso delle politiche climatiche adottate all’interno dell’equilibrio politico segnato dalla “pace democratica”. Il riferimento è soprattutto alla vera istituzionalizzazione della questione ecologica, quindi dagli anni Novanta, anche se ci sono ovviamente riferimenti al fatidico 1972 (Conferenza di Stoccolma, Club di Roma etc.). Dato il discorso finora sviluppato, Charbonnier ha buon gioco nel vedere le continuità più che le discontinuità tra Dopoguerra e “ambientalismo liberale”: lo “sviluppo sostenibile” appare come un aggiornamento del medesimo ordine liberale centrato sugli USA, stavolta senza più “secondo mondo” (il blocco sovietico) e con il pathos ecologico a sostituire la paura del ritorno del totalitarismo (eravamo alla “fine della Storia”, la democrazia liberale aveva vinto la guerra con il suo grande nemico e i suoi limiti erano ormai, appunto, solo la Terra stessa). Nella ricostruzione di Charbonnier spicca la critica all’analisi condotta da Dominique Pestre sui meccanismo economici quali dispositivi centrali di gestione della crisi ambientale a partire dagli anni Settanta. Certo l’integrazione dell’ambiente come esternalità assorbibile nei parametri dell’economia di mercato, lungo la linea segnata da William Nordhaus e da ultimo esemplificato dai carbon credit, può essere letta, come conduce a fare Pestre, quale un’ulteriore strategia del capitale al tempo del greenwashing. Charbonnier si chiede però se l’impatto dell’opera di Nordhaus sia spiegabile solo così e perché mai l’articolazione della green economy avrebbe avuto bisogno di una cornice istituzionale tanto “pesante” come quella delle COP. Nordhaus diceva quello che il capitale voleva sentire? Le COP sono solo pubblicità green? L’autore ritiene che queste risposte non bastino. Anzitutto, Nordhaus ha avuto la capacità di presentare modelli economici certo rassicuranti nel merito, ma efficaci anche perché in grado di essere declinati secondo la logica della razionalità strategica (sicurezza). La cornice ONU, a sua volta, è stata necessaria per fissare da un punto di vista politico la separazione tra il livello degli accordi internazionali e quello degli interessi strategici degli Stati: in altri termini, la politica ambientale ONU sarebbe servita per fissare, anzi formalizzare, lo scisma tra politiche ambientali e realtà – realtà degli interessi, in primo luogo, ma anche realtà ambientale perché per decenni si è andati avanti come se quanto deciso avesse un impatto significativo sullo stato dell’ambiente, cosa negata appunto dalla realtà. La conclusione solo apparentemente paradossale è che, come dice Iris Allan, “il successo politico della governance climatica è stato ottenuto a scapito dei suoi obiettivi ambientali” (p. 246). Tradotto nei termini di Charbonnier, l’ecologia di pace ha fallito e con esso l’ambientalismo in tutte le sue versioni – quello storico più tradizionale, a base scientifico-etica, basato su internazionalismo e pacifismo, e quello più recente, coinvolto nella retorica della green economy. In realtà Charbonnier ne ha anche per l’ambientalismo più radicale, in particolare per il movimento per la giustizia climatica, imputando tra le altre cose l’incoerenza nell’evocare un forte investimento pubblico in politiche “post fossili” (contro e oltre capitale e mercato) senza riconoscere che questo significherebbe andare a toccare una questione di sicurezza e quindi di interesse strategico dello Stato, non semplicemente una questione di giustizia (la cosa viene esplicitata più avanti, a pp. 256-257). Diverso il giudizio sull’ecologia fedele alle origini malthusian-evoluzioniste del sociobiologo Garrett Hardin e la sua metafora dell’“etica della scialuppa”, articolata a partire dagli anni Settanta: queste tesi sono rimaste minoritarie perché inconciliabili con l’internazionalismo liberale allora egemone. Si potrebbe chiosare: Hardin ha perso allora, ma rischia di vincere oggi.
Per Charbonnier, infatti, l’esaurimento dell’equilibrio liberale che ha guidato prima l’Europa e il blocco occidentale, dal Dopoguerra, e poi tutto il mondo, dagli anni Novanta, è mostrato da una varietà di elementi. Assistiamo alla fine del modello-COP, certo, ma il segnale più clamoroso della svolta segnata dagli anni ‘20 è l’annuncio del Presidente cinese Xi Jinping del 22 settembre 2020 davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite: la Cina raggiungerà il suo picco di emissioni nel 2030 e la neutralità carbonica nel 2060. La svolta avviene sue due piani: anzitutto, questa dichiarazione di potenza politica avviene sotto il segno del “disarmo fossile”, quindi Xi Jinping ha rotto l’equilibrio politico ereditato dalla Seconda Guerra Mondiale. Ma la rottura è duplice se si considera che l’annuncio viene da un Paese che per tutto il XX secolo ha fatto parte del Sud del mondo, da cui nelle Conferenze ONU provenivano richieste di allentamento dei vincoli proprio per garantire lo sviluppo. La Cina mostra che la periferia del sistema-mondo era tale in un orizzonte centrato sul fossile, cambiando tavolo anche gli equilibri cambiano (p. 273).
Charbonnier affianca questa dichiarazione, basata su una politica energetica ormai consolidata e tangibile, con due prese di posizione molto meno solide, cioè le politiche in materia di decarbonizzazione proclamate dagli USA di Biden e dall’UE dopo la guerra in Ucraina. Appare più comprensibile, anche se piuttosto ingenuo, il giudizio sugli USA: Charbonnier ha scambiato per svolta duratura quella che appare semplicemente come la dottrina strategica proposta a metà 2023, quindi con prospettiva elettorale, da un’amministrazione debole e nei fatti già uscente. Con il senno di oggi, quella chiara assunzione dell’imperativo climatico come perno della strategia economica appare più che altro l’opzione che l’America di Trump (quindi non solo Trump) ha poi rigettato. Davvero difficile da spiegare, eppure impossibile da minimizzare, è invece l’idea che la rottura commerciale con la Russia abbia significato per l’UE l’assunzione di una responsabilità reale in materia di transizione energetica, facendo di quest’ultima non più solo una misura economica o tecnica ma una scelta di sicurezza – l’autonomia strategica, quindi l’indipendenza dal gas russo ma in prospettiva dal fossile tout court, sarebbe infatti diventata il perno dell’identità politica europea (p. 278). Si tratta di un’interpretazione evidentemente molto, molto discutibile, tanto più per un autore che perora il “realismo ecologico”: scambiare dichiarazioni di intenti per politiche reali, alla vigilia del Project 2025 trumpiano e con i rigassificatori già installati sulle coste italiane, pare il più classico e imperdonabile dei wishful thinking. Certo, rimane la Cina. Non è poco, ma proprio gli approcci illustrati da Charbonnier mostrano come sia essenziale la dimensione-tempo: chiaramente, in questo momento, la Cina pare padrona della partita, tanto che gli USA hanno di fatto deciso di uscire dalla contesa climatica e dai vari organismi internazionali. Può darsi se ne riparlerà tra qualche anno, con condizioni più favorevoli, nel frattempo atteggiandosi per alcuni anni “da ex-Terzo Mondo” – cioè da soggetti danneggiati dalla lotteria della localizzazione delle terre rare e quindi costretti a puntare ancora sul fossile per ragioni di sopravvivenza. Ci torneremo alla fine.
In ogni caso, Charbonnier con “ecologia di guerra” intende quanto segue: “il nemico è al contempo la fonte della destabilizzazione geopolitica e il detentore della fonte tossica” (p. 280) – viceversa, e spingendo fino in fondo il ragionamento, scelte energetiche (di superamento del fossile) e scelte militari (di riarmo) possono risultare riconducibili a un nucleo di interessi e valori comuni (p. 281). Certo, “ecologia di guerra” non significa affatto che tutti i Paesi siano allineati: secondo l’autore, in effetti, siamo solo all’inizio di una nuova fase in cui gli interessi strategici (ovviamente divergenti) degli Stati si scontrano attorno alle rispettive posizioni nella corsa alla decarbonizzazione – proprio la Russia esemplifica la posizione di chi ha tutto da perdere da una fuoriuscita dal fossile. Di certo, per Charbonnier è (finalmente) superato lo scisma tra accordi internazionali pseudo-ecologici e realtà degli interessi strategici: attraverso la minaccia climatica, l’ecologia è entrata nell’orbita delle priorità geopolitiche, circostanza che l’autore giudica solo apparentemente paradossale ma soprattutto, nel complesso, benvenuta.
Come si diceva, l’opera è nelle sue tesi conclusive certamente provocatoria, ma fondata su un lavoro di storia concettuale svolto da un ricercatore estremamente competente e spesso brillante. Come detto, inoltre, si tratta di un lavoro che andrebbe letto come un “dittico sulla crescita liberale”, prosecuzione dal lato della teoria delle relazioni internazionali della ricostruzione del rapporto tra abbondanza e libertà – un lavoro che va assolutamente valorizzato, trattandosi di una sorta di genealogia della cosmologia della crescita. Mi concentrerò qui sulle conclusioni di questo secondo libro, che appaiono molto meno convincenti del resto del lavoro e si espongono, oltre alle note già indicate, ad una critica di fondo.
Partiamo dal giudizio portato sulla green economy. La fase apertasi con la Conferenza di Rio è valutata da Charbonnier come un periodo di sostanziale immobilismo dettato dall’impossibilità per gli Stati di sottrarsi all’assioma “crescita = fossile”. Le critiche dell’ambientalisto radicale al sistema-COP avrebbero avuto il torto di concentrarsi sulla dimensione economica delle scelte, o mancate scelte, dei grandi soggetti economici e degli Stati; per Charbonnier, come detto, l’inefficacia di queste politiche è stata perseguita anzitutto livello politico-statuale, non economico. Al di là di questa diatriba, il punto che vorrei evidenziare è che la green economy è stata, almeno per il sistema politico ed economico entro cui si è sviluppata (cioè la globalizzazione liberale), non solo una strategia dilatoria, ma un enorme fallimento. La Conferenza di Rio non nasce come una semplice strategia difensiva, ma come una politica complessiva estremamente ambiziosa di rilancio della crescita economica attraverso la sfida ambientale: il fallimento di tale progetto non va misurato, quindi, esclusivamente in termini di risultati sul fronte del clima, ma di trasformazione solo parziale e locale del sistema produttivo e dei mercati.
Questo rilievo introduce la vera questione di fondo. Tutta l’ultima parte del libro di Charbonnier si fonda sull’idea che l’impatto della crisi climatica abbia messo fuori gioco l’ambientalismo tradizionale, in tutte le sue versioni: l’emergenza climatica avrebbe avuto un ruolo “progressivo”, come elemento che avrebbe fatto entrare l’ecologia nei luoghi che contano, dopo che ecologismo a base scientifica novecentesco, ambientalismo critico anni Settanta e ambientalismo green erano stati tenuti ai margini. Anche ammettendo che la crisi climatica sia oggi davvero percepita come una minaccia urgente e reale (cosa che, come vedremo, l’attualità politica revoca in forte dubbio), la domanda è: l’ecologia di guerra è davvero un passo avanti per l’ecologia? L’ecologia di guerra si motiva come risposta a una minaccia esistenziale, quella climatica: ma che ne è di tutto il resto, che pure era al centro delle critiche ambientaliste? La crisi climatica è in realtà un gigantesco imbuto concettuale e politico che ha ridotto enormemente la complessità della crisi ecologica, facendone appunto una questione di emissione di CO₂. Anche nei capitoli dedicati alla decarbonizzazione Charbonnier cita solo di sfuggita la questione delle terre rare, pur ovviamente decisiva, ma molto più complicata da ricondurre a un calcolo lineare: in realtà, l’insediarsi della crisi climatica a questione ecologica prioritaria, anzi unica, provoca la scomparsa di tutte le altre crisi ambientali, a partire dalla questione centrale per l’ambientalismo diffusosi a partire dagli anni Sessanta, l’inquinamento. “Primavera silenziosa” ha ben poco a che fare con l’emergenza climatica, le mobilitazioni ambientali che da allora si susseguono sono legate a crisi determinate da cicli produttivi agricoli o industriali spesso scollegati dal comparto energetico. Charbonnier pare dirci che solo lasciandosi alle spalle gli assunti e in vincoli ereditati dalla “pace fossile”, ONU inclusa, l’ecologia potrà smettere di essere un discorso decorativo o perdente. Anche ammettendolo, il prezzo da pagare però è gigantesco: si tratta non solo di riformulare la critica ecologica nel linguaggio geopolitico, ma di ridurla a critica climatica, se del caso “armata” (eppure, proprio ampi settori del vecchio ambientalismo avevano insegnato a vedere negli armamenti un comparto dell’economia da sempre centrale, all’ombra della cosiddetta “pace democratica”: il riarmo attuale andrebbe allora visto non come discontinuità necessaria dettata dalla crisi geopolitica, ma come semplice aumento di investimento per superare l’impasse generale del sistema economico di USA e UE1).
A Charbonnier, confidente sulle opportunità offerte dal nuovo orizzonte geopolitico alla sfida climatica, si può rispondere facendo notare anzitutto che la razionalità strategica, certo, non ha bisogno dei vecchi movimenti, ma probabilmente nemmeno di nuovi consiglieri esterni: l’applicazione di quella razionalità è materia, se non da deep state, da altissimi funzionari e think tank affidabili, non certo da dibattito pubblico. Banalmente, se la crisi climatica diventa questione di Stato, l’unico soggetto che potrà occuparsene con cognizione di causa è lo Stato, ovviamente con il suo corteggio di consiglieri e consulenti (con profili come quelli passati in rassegna nel corso del libro). Scacco matto alla critica ambientalista?
Solo in parte. Charbonnier ha certamente ragione quando mette a nudo l’inefficacia dell’ambientalismo liberale: un’epoca da questo punto di vista è finita, senza dubbio, e non ci sarà molto da rimpiangere, dal punto di vista della critica ambientale. Oggi, di certo chi scrive condivide il pessimismo, anzi lo sgomento dei molti che osservano queste rapidissime metamorfosi assumendo la crisi ecologica come vera cartina di tornasole dell’epoca. La securizzazione delle politiche climatiche, salutata da Charbonnier quasi come un’emancipazione, fa tutt’uno con il declassamento di ogni altra questione ambientale ad affare secondario: se il clima si presta a essere trattato come un rischio nucleare, certo siccità, amianto o rifiuti lo sono molto meno. “Ma sono anche meno urgenti”, si dirà. Ecco, il libro qui presentato è un’illustrazione paradigmatica di questo collanadi postulati: la crescita liberale del Dopoguerra è anzitutto vista come un problema per il suo impatto climatico, e ciò perché proprio questo sarà l’aspetto che diventerà prioritario nel XXI secolo – tra l’altro non considerando che il fossile era stato pensato da ampi strati intellettuali e politici come una soluzione temporanea in attesa della soluzione finale, quella atomica (questa storia è raccontata in Sans transition di J.B. Fressoz, recensito in questa rivista ma anche dallo stesso Charbonnier2).
Ecco, poniamo allora che la transizione si dia, immaginiamo che oggi sia davvero possibile arrivare ad individuare fonti di energia capaci di rispondere ai bisogni del mondo attuale senza aggravare ulteriormente il quadro climatico, già drammatico: era il sogno del nucleare a ciclo chiuso, è il sogno della transizione con fonti alternative senza ricorso a materiali controllati da terzi. Bene, avremmo con ciò risolto la crisi ecologica? Certo che no: la rivoluzione verde e l’industrializzazione del pianeta hanno posto e pongono problemi ambientali giganteschi, ma in larga parte non direttamenteclimatici. Misurare il movimento ambientalista dal suo impatto a livello di decarbonizzazione è un modo fuorviante di inquadrare un’azione certo piena di contraddizioni, errori, limiti e illusioni, ma che forse ha avuto proprio nel concorso alla totale “climatizzazione” della crisi ecologica con annesso vangelo transizionista il suo snodo recente più problematico.
La tesi di Charbonnier, ad avviso di chi scrive, può quindi essere letta a rovescio: il fatto che la crisi climatica sia diventata o possa diventare questione di sicurezza per le principali potenze del pianeta, unito all’ormai conclamata inefficacia degli accordi ONU, invita a concentrare la riflessione e l’impegno ambientalista – un fronte strutturalmente periferico, minoritario, disomogeneo e quindi debole, oggi come ieri – su tutto quello che l’emergenza climatica occulta. Proprio la possibilità di affrontare la crisi climatica attraverso la razionalità strategica degli Stati alimenta la necessità di portare almeno l’attenzione critica su tutto lo spettro della restante crisi ecologica.
Si dirà che affrontare sul serio la crisi climatica sarebbe comunque un bel passo avanti. Senza dubbio, ma l’ottimismo di Charbonnier a riguardo delle potenzialità ecologiche del nuovo quadro geo-politico paiono ben poco realiste. Si diceva all’inizio che le tesi del libro sono invecchiate presto, facendo riferimento al brusco mutamento delle politiche USA e UE rispetto a questa nuova minaccia esistenziale globale. In effetti, va almeno agitato un dubbio rispetto alle certezze dell’autore sull’assunzione della crisi climatica quale emergenza ormai inaggirabile. Va infatti almeno tenuta in conto l’idea che la crisi climatica e l’uscita dal fossile non siano, o non siano ancora, una priorità per la parte del pianeta che ne ha tenuto le redini, almeno dagli anni Novanta agli anni Venti – o, forse peggio, che il riconoscimento di tale priorità consigli un atteggiamento anti-ecologico, allineato con Russia e monarchie del Golfo. Immaginiamo: il motivo del dietrofront occidentale potrebbe essere che la sfida con la Cina sia stata giudicata persa e che non abbia alcun senso una rincorsa, oggi – la questione, come insegnano gli autori citati da Charbonnier, si potrà riproporre più avanti, in un altro contesto, magari dopo che ulteriori effetti della crisi climatica (o altro) avranno contribuito a cambiare le carte in tavola. Quanto qui detto volutamente male non sarebbe altro che la riproposizione di una delle tesi “quietiste” di Schelling: “le generazioni future più ricche [ovviamente, le nostre generazioni future] saranno meglio equipaggiate per far fronte alla crisi”, p. 196. Il realismo intermittente di Charbonnier torna utile, almeno come metodo, ma può portare a esiti diversi: l’assunzione di una razionalità strategica rispetto alla crisi climatica non conduce affatto a una “ecologia di guerra”, fatta una grande eccezione che rischia di rafforzare la regola per il gap strutturale che si è venuto a creare.
In fondo, i principali alleati di USA e UE, dalle varie monarchie del Golfo a Israele, prosperano nel deserto, un po’ come Las Vegas, capitale del denaro e del rischio. Come dicevano i Supertramp giusto cinquant’anni fa: Crisis? What crisis?

1 Sugli armamenti come leit-motiv dell’economia e dell’immaginario post IIWW, cfr. L’immorale architettura della guerra postmoderna – Altro Novecento | Fondazione Micheletti
2 Cfr.Recensione di Jean-Baptiste Fressoz, “Sans transition. Une nouvelle histoire de l’énergie”, Paris, Seuil, 2024, e Ange Pottin, “Le nucléaire imaginé. Le rêve du capitalisme sans la Terre”, Paris, La Découverte, 2024 – Altro Novecento | Fondazione Micheletti ; La transition : mission impossible ? (consultati il 25.2.2026).

