Mi sono avvicinata per la prima volta al lavoro scientifico al quinto anno di medicina, quando ebbi la fortuna di incontrare la persona che sarebbe diventata il mio mentore negli anni a seguire. Iniziai allora il lavoro di tesi sperimentale in un laboratorio di fisiologia umana e mi innamorai di quel processo: osservare come il corpo umano reagisce all’ambiente ed alle attività. Il mio supervisore di tesi non solo mi insegnò le basi della ricerca di laboratorio, ma mi trasmise il suo entusiasmo per un lavoro che scoprivo allora per la prima volta. Decisi così di continuare l’attività di ricerca durante i successivi anni di specializzazione in quello stesso laboratorio. Compresi il meccanismo del lavoro scientifico: studiare la teoria, formulare ipotesi, testarle in laboratorio, raccogliere e analizzare i dati sperimentali, organizzarli in un articolo scientifico. Era il lavoro artigianale di un piccolo laboratorio in cui poche persone affiatate producevano senza fretta “pezzi di conoscenza” dalla teoria fino alla carta stampata dei giornali scientifici. Iniziai a partecipare ai primi congressi dove molti professori (e non a caso si usa il maschile) ripetevano quanto fosse bella la ricerca, e tra le sessioni il motto più sentito era “Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua”. All’epoca ci credevo, ero entusiasta e curiosa, e fortunatamente iniziai un dottorato di ricerca con il mio supervisore, iniziando il mio percorso verso la carriera accademica.
Il dottorato di ricerca è un periodo di tre-quattro anni in cui si è formalmente student*, ma si è responsabili di un piccolo progetto di ricerca fino alla stesura e alla difesa della tesi. È il periodo in cui si impara ad eseguire il lavoro di ricerca. Durante gli anni di dottorato compresi anche i meccanismi della produzione scientifica in cui la produttività è costantemente monitorata: numero di presentazioni a congressi, numero di articoli pubblicati, numero di citazioni ricevute, indice H, impact factor. Numeri attraverso i quali il mio lavoro non solo veniva (e viene tutt’oggi) misurato, ma anche giudicato. Ai corsi della scuola dottorale ci venivano presentati esempi di ricercatori e ricercatrici di successo, persone che pubblicavano tanto e sulle riviste più prestigiose. Il motto più sentito a questi corsi era “publish or perish”, se non riesci a mantenere un certo livello di produttività, cioè di numero di articoli pubblicati, semplicemente la tua carriera finisce. Capii che i laboratori di maggiore successo non erano i piccoli laboratori “artigianali”, ma i grandi laboratori industriali dove il lavoro viene scomposto in tanti piccoli cicli produttivi. Laboratori in cui operai* altamente specializzat* si dedicano a distinte mansioni, raccolta dati, analisi statistica, stesura degli articoli. Mi adattai a questa produzione in serie di pubblicazioni e difesi la mia tesi convinta che fosse sufficiente per proseguire con la carriera accademica.
Concluso il dottorato di ricerca mi resi conto però che produrre articoli non bastava. Saltellai da un contratto post-dottorato all’altro, tutti della durata di qualche mese, in quella che un professore definì saggiamente la “fase nomade della carriera accademica”. Presto compresi che non era solo questione di migrare fino ad approdare a un posto stabile (all’epoca ne sognavo uno della durata di almeno un anno!), ma che bisognava crearselo, trovando i fondi per finanziare la propria posizione. Se pare un racconto di Kafka è tutto normale. Iniziando a lavorare nella ricerca capii che i soldi bisogna “guadagnarseli” scrivendo progetti di ricerca, sottoponendoli a enti finanziatori e, se tutto va bene, ottenendo i soldi per condurre gli studi e pagare gli stipendi (a volte anche il proprio). Il risultato è una precarietà strutturale, le posizioni di ricerca esistono solo in caso di finanziamento, e una costante ricerca di denaro da parte dei laboratori. Non basta dunque produrre merce, dati e articoli scientifici, ma è innanzitutto necessario trovare i soldi per produrla, soldi che vengono elargiti solo se in linea con gli obiettivi degli enti finanziatori. In questo modo, solo la ricerca utile a chi finanzia può sopravvivere.
Comprendere questo meccanismo ha radicalmente cambiato il mio approccio al lavoro scientifico. Se da un lato mi identifico come una lavoratrice precaria in un ambito specializzato, dall’altro credo ancora fermamente nel valore del mio lavoro. “La scienza può e deve essere una forza positiva per l’umanità e il pianeta”. Perché questo accada, le persone che lavorano nella scienza devono rivendicare la libertà di poter fare ricerca su ciò che è importante per tutt*, non solo per il mercato farmaceutico, l’industria bellica o la tecnologia immediatamente monetizzabile. Il futuro della scienza deve essere scritto da tutte le persone che ne dovrebbero beneficiare, che lavorino dentro o fuori la ricerca. Un futuro che Science for the People vede e vuole costruire.

