Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Non è stato solo un viaggio: “primi passi” di conoscenza collettiva nei Siti di Interesse Nazionale

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Il Collettivo di scrittura è composto da studentesse e studenti, docenti, ricercatrici e ricercatori che hanno preso parte al viaggio. In particolare, il gruppo afferisce al corso di Laurea Magistrale in Sociologia per la sostenibilità e l’analisi dei processi globali della Sapienza Università di Roma e all’insegnamento di Sociologia del Territorio e Comunicazione Ambientale dell’Università di Bergamo.

Introduzione

Rob Nixon (2025), in un lavoro, che sarà più volte citato in questo testo, scrive: «in un mondo permeato da una violenza insidiosa ma spesso impercettibile, la scrittura creativa aiuta a far apparire ciò che è normalmente nascosto, rendendolo accessibile e tangibile attraverso l’umanizzazione delle minacce invisibili che incombono su di noi» (p. 40). Questo articolo è un esperimento di scrittura creativa condotto in forma collettiva1, che prende le mosse da un viaggio di studio presso l’Ex Caffaro di Brescia e a Seveso, nell’area dove sorgeva l’ICMESA. Il viaggio è stato realizzato nell’ambito delle attività didattiche del Corso di Laurea Magistrale in Sociologia per la sostenibilità e analisi dei processi globali (SoSAG) del Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Sapienza – Università di Roma, in collaborazione con l’insegnamento di Sociologia del Territorio e Comunicazione Ambientale dell’Università di Bergamo.

In realtà, non è stato un semplice viaggio di studio. È stato molto di più. È stata principalmente la sperimentazione di quella che abbiamo chiamato “didattica del viaggio”. Ci siamo fatti guidare dall’etimologia della parola didattica. Viene dal greco “didaskein” (διδάσκειν) che, come noto, rimanda all’idea di insegnare o istruire. Quest’ultimo termine, a sua volta, implica il costruire, il connettere. Quindi potremmo dire che la didattica si sostanzia nel costruire, nel connettere. Da questo punto di vista la didattica del viaggio, per come l’abbiamo sperimentata, non ha nulla a che vedere con l’idea del viaggio come strumento esperienziale di apprendimento attivo. Rimanda invece alla costruzione. Ma alla costruzione di cosa?

Principalmente di relazioni.

Di relazioni di tipo diverso e tra loro interdipendenti. Nel viaggiare si costruiscono relazioni, senza distinzioni di ruoli, senza formalismi. Relazioni che si alimentano e sviluppano nei tempi vuoti che gli spostamenti in treno mettono a disposizione, che prendono corpo nelle camminate nei luoghi da studiare, che si consolidano davanti a una birra, nelle discussioni a cena o nei serrati confronti che durano fino al mattino successivo. Abbiamo capito che c’è un bisogno profondo, diffuso e condiviso di tempi e spazi non permeati da logiche prestazionali, da report da scrivere. Tempi e spazi svuotati dall’ossessione dei cfu da conseguire. Per capire e interpretare la complessità della contemporaneità c’è bisogno di contesti di riflessione e analisi che siano altro rispetto alla rigida formalizzazione dell’apprendimento accademico e alla ricerca di una sterile coerenza con vuoti obiettivi didattici declinati secondo i “descrittori di Dublino”. C’è bisogno, in breve, di costruire legami.

Ma c’è anche un radicale bisogno di costruire relazioni con ciò che “studiamo”. Il nostro “oggetto” di studio non è mai qualcosa di inerte posto di fronte a noi. È, al contrario, sempre vitale, dotato di una propria forza, di una sua specifica soggettività (e non oggettività) che ci parla e ci interpella costantemente. Qualcosa che mette alla prova la nostra immaginazione, la nostra capacità di cercare connessioni tra il particolare e il generale, tra il dato biografico e quello collettivo, tra passato e presente. Qualcosa che, mentre lo osserviamo, si modifica e, al contempo, modifica noi stessi e il nostro modo di osservare. La relazione con ciò che vogliamo comprendere non può essere una riflessione “su”, ma si configura piuttosto come una riflessione “con”. Da qui la possibilità di dar corpo a nuove forme di soggettività riflessive e autoriflessive, che non si accontentano di duplicare l’esistente.

La didattica del viaggio costruisce poi relazioni con il sapere pre-esistente, mai ossificato ma sempre modificato, o comunque modificabile. Viaggiando connettiamo luoghi, storie di vita, immagini, odori, corpi, artefatti, simboli. Esattamente come ci è accaduto nel Bosco delle Querce a Seveso o camminando lungo le mura dell’Ex Caffaro a Brescia. Questa possibilità è ciò che porta vitalità nel nostro modo di conoscere. Come ha detto Livio (uno degli studenti che hanno preso parte al viaggio) «all’università non incontri i bambini», come invece ci è accaduto nei locali dell’Associazione Via Milano 59 a Brescia dove, mentre ricercatori/ricercatrici, attivisti/e, studentesse e studenti discutevano di capitalismo e crisi socio-ecologica c’era un gruppo di bambine e bambini che giocavano e stavano con noi, disegnando, giocando a calcio o mostrandoci acrobazie spericolate con i loro skateboards. Da quell’incontro è stato realizzato un talk che restituisce alcune delle questioni affrontate (qui).

Grazie a queste bambine e bambini abbiamo poi capito che il viaggio costruisce relazioni anche con le nostre emozioni, con ciò che ci tocca, ci commuove, ci fa arrabbiare o anche ridere. La rabbia nel vedere che attaccata al muro dell’Ex-Caffaro c’era una scuola con un giardino dove i bambini e le bambine a lungo hanno giocato inconsapevoli. Oppure il dolore provato la sera a Piazza delle Loggia, dove abbiamo toccato con mano la violenza con cui si è attaccato il movimento operaio e l’antifascismo nel corso degli anni Settanta. Gli stessi anni in cui l’ambientalismo operaio aveva la possibilità di politicizzare l’ecologia. La condivisione di queste emozioni, il confronto tra chi ha preso parte a questo viaggio e condiviso questi momenti, può costruire interpretazioni e letture spesso impensabili e inaccessibili attraverso la sola logica vero/falso, deduttivo/induttivo, micro/macro, agency/structure.

Ma, forse, la cosa più importante che abbiamo costruito viaggiando è la consapevolezza, l’immediata presa di coscienza della molteplicità delle contraddizioni del presente. Non che non fossero note, ma restarci immersi per tre giorni ha dato loro corpo e consistenza. Ha materializzato la crisi socio-ecologica e ci ha fatto vedere, immediatamente, il legame tra queste contraddizioni e la crisi sociale e politica del capitalismo contemporaneo. La crisi di un ordine sociale che sta progressivamente erodendo le condizioni della sua stessa riproduzione (ma di questo si tratterà nelle pagine seguenti). Da questa materializzazione origina la voglia di cambiare, di modificare l’esistente, di non appiattirsi sulla duplicazione del reale, di non piegarsi all’idea che “non c’è alternativa”.

Questa didattica del viaggio si è sviluppata grazie a un’intensa (e molto impegnativa) collaborazione tra docenti, ricercatrici, ricercatori, studentesse e studenti che ha permesso di organizzare al meglio questa esperienza. Il viaggio è stato preceduto da un lungo Laboratorio di ricerca condotto nell’ambito della didattica del primo semestre dell’anno accademico 2024/2025 all’interno di due insegnamenti del Corso di Laurea Magistrale, a cui hanno fatto seguito 3 seminari di approfondimento (due gestiti dalle studentesse e dagli studenti, uno con un esperto di epidemiologia) a cui hanno preso parte anche il docente e le studentesse e gli studenti dell’insegnamento di Sociologia del Territorio e Comunicazione Ambientale dell’Università di Bergamo. Prima della partenza è stato anche organizzato un seminario metodologico sulla tecnica del photovoice, con l’obiettivo di ricorrere a questo strumento nel corso del viaggio. Al ritorno, utilizzando questa stessa tecnica, abbiamo avuto un primo momento di confronto che ha consentito di individuare alcuni nuclei tematici importanti su cui strutturare la riflessione. Successivamente abbiamo organizzato un’Open Space Technology per individuare i temi da sviluppare per l’articolo e organizzato i diversi gruppi di lavoro per la sua stesura. Questi gruppi hanno collegialmente scritto una prima versione delle diverse sezioni del lavoro, che sono state in seguito discusse e approfondite collettivamente. Sulla base degli esiti della discussione si è arrivati a una seconda stesura capace di tenere conto delle criticità emerse. L’articolo nella sua forma finale è poi stato sottoposto a una revisione collettiva.

Nel merito, il lavoro parte dalla considerazione che le crisi ambientali contemporanee, come il cambiamento climatico, la deforestazione, l’inquinamento di terra, acqua e aria, pongono delle nuove e «formidabili sfide di rappresentazione che ostacolano gli sforzi di mobilitazione sia agli scrittori che agli attivisti» (Nixon 2025, p. 31). Il danno prodotto non risulta sempre immediatamente percepibile, ma si manifesta in modo graduale e cumulativo, privo di quegli elementi visivi e spettacolari che solitamente favoriscono l’inclusione del problema nell’agenda pubblica. I Siti di Interesse Nazionale (SIN) rappresentano un caso di studio importante per analizzare questo processo. I SIN, come definiti dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica sono:

estese porzioni del territorio nazionale, di particolare pregio ambientale […] individuati per legge, ai fini della bonifica, in base a caratteristiche (di contaminazione e non solo) che comportano un elevato rischio sanitario ed ecologico in ragione della densità della popolazione o dell’estensione del sito stesso, nonché un rilevante impatto socio-economico e un rischio per i beni di interesse storico-culturale2.

Se osservati con le lenti delle scienze sociali, i SIN si configurano come luoghi in cui la contemporanea crisi socio-ecologica si materializza in tutta la sua forza e, soprattutto, con il suo portato di contraddizioni.

Le complesse vicende dei SIN non hanno a che fare soltanto con i pur drammatici problemi di inquinamento ambientale, ma presentano anche rilevanti dimensioni simboliche, legate in primo luogo alle narrazioni e alle ricostruzioni discorsive degli eventi attraverso cui, nel corso del tempo, sono state ricostruite e discusse le complesse vicende legate allo sviluppo dei Siti di Interesse Nazionale. A queste stesse narrazioni si collegano poi gli strumenti di governo (o non governo), le azioni (o non azioni) attraverso cui dovrebbero essere gestite queste aree territoriali e le relazioni sociali ed economiche che in esse prendono corpo. I SIN si sono mostrati ai nostri occhi come luoghi in cui analizzare relazioni, responsabilità economiche, istituzionali e politiche, narrazioni legate alla crisi socio-ecologica.

Di fronte a questa situazione, ci siamo chiesti: che ruolo possiamo avere noi, come sociologi e sociologhe? Come possono le scienze sociali guadagnare spazio nello studio e nella decostruzione delle narrazioni sulla crisi socio-ecologica? Il viaggio a Brescia e a Seveso ci ha aiutato a trovare prime risposte a tali domande. Nelle pagine seguenti proviamo a fissare alcune di queste risposte nell’assoluta consapevolezza della loro parzialità e provvisorietà. Risposte che sono, e non potrebbe essere diversamente, l’esito di un lavoro collettivo e che si articolano attorno a quattro questioni principali che riguardano la storia dell’Ex Caffaro: la percezione del problema, le conseguenze dell’inquinamento e le sue eredità, il falso dilemma salute-lavoro, la ricostruzione delle dinamiche di potere sottostanti a questa lunga e dolorosa vicenda.

Abbiamo quindi pensato di organizzare il nostro lavoro attorno a quattro verbi che hanno, più o meno consapevolmente, guidato il nostro viaggio: vedere, risignificare, connettere, de-arcanizzare. Il primo verbo, sviluppato nella prima sezione dell’articolo, esprime l’esigenza di portare allo scoperto la crisi, disvelando i meccanismi che tendono a naturalizzarla, ossia a leggerla come un evento sconnesso dalle sue determinanti economiche, sociali e politiche. Risignificare indica la possibilità di cercare un significato differente rispetto all’idea diffusa secondo la quale la contaminazione ambientale sia un prezzo inevitabile da pagare per lo sviluppo economico, per la crescita dell’occupazione, per il benessere collettivo. Il terzo verbo esprime, invece, la possibilità di legare le diverse dimensioni della crisi attorno al tema della socializzazione dei costi e della correlata privatizzazione dei benefici dell’industrialismo e alla capacità di superare falsi dilemmi, prima di tutto quello tra lavoro e salute. A questo argomento è dedicata la terza sezione del lavoro. L’ultimo verbo, meno immediatamente comprensibile, costituisce il tema di riflessione della sezione finale dell’articolo, nella quale si prova a ricostruire le dinamiche di potere sottostanti alla crisi socio-ecologica.

Siamo consapevoli tanto dell’assoluta parzialità delle conclusioni, quanto del carattere disomogeneo e a tratti frammentario del nostro lavoro. Ringraziamo le curatrici e i curatori di “Altronovecento” per averci messo a disposizione, nonostante questi limiti, uno spazio in una Rivista così importante e, come si dice in questi casi, la responsabilità di errori, omissioni e semplificazioni è solo del Collettivo di scrittura.

Vedere

La percezione del problema: fra invisibilità e materializzazione

Abbiamo incontrato l’ex-Caffaro di Brescia per la prima volta nelle aule della nostra università, in occasione di diversi incontri seminariali dedicati allo studio dei Siti di Interesse Nazionale (SIN). In questo contesto, i SIN sono stati interpretati come luoghi in cui la contemporanea crisi socio-ecologica si materializza in tutta la sua intensità, rendendo visibile il suo portato di contraddizioni sociali, economiche e politiche.

Nel corso di questi incontri abbiamo progressivamente messo a fuoco come i problemi ambientali siano spesso analizzati attraverso le lenti teoriche delle scienze naturali (Beck 1992), le quali non riescono a cogliere pienamente la complessità delle interconnessioni tra i fattori sociali e quelli ambientali, poste alla base di questi ultimi. Ad esempio, definire il perimetro di un SIN non è solo un’azione tecnica e apparentemente neutrale, ma implica numerose conseguenze politiche ed economiche nella gestione del territorio (priorità delle zone da bonificare, rapporti con i cittadini coinvolti, gestione dei fondi, ecc.), che necessitano di essere analizzate con gli strumenti concettuali ed empirici delle scienze sociali e, in particolare, della sociologia.

I problemi ambientali, infatti, si collocano nell’intersezione tra ecosistemi e sistemi sociali umani, manifestandosi come fenomeni doppiamente complessi (Dryzek 2022). Nel caso del SIN Brescia-Caffaro, abbiamo riflettuto, in primo luogo, sul confine labile tra visibilità e invisibilità della crisi. In particolare ci ha colpiti, sin da subito, che le conseguenze e gli effetti dell’inquinamento non siano immediatamente visibili, sebbene sedimentino nei corpi, nei luoghi e nelle memorie di chi li vive, e che essi si sviluppino attraverso ciò che Nixon (2025) definisce come violenza lenta ma implacabile. Tali effetti, dunque, non sono solo l’esito del meccanico venire a contatto con gli agenti inquinanti e con sostanze che penetrano gradualmente nei nostri organismi, ma sono anche legati alle narrazioni degli esperti, dotate di forte potere discorsivo nel guidare la descrizione e la costruzione del problema. In questo senso, la presa di parola degli esperti equivale a una presa di potere (Muller 2003). Per cercare di compensare tale asimmetria di potere abbiamo quindi scelto di ricostruire la percezione del problema e la sua progressiva materializzazione dando spazio diretto ai protagonisti del caso dell’Ex-Caffaro. In particolare, questa sezione si basa sulla voce dei protagonisti, che si materializza attraverso alcune foto scattate durante il nostro viaggio. Queste foto per noi costituiscono gli artefatti materiali in cui sono incarnate le conseguenze di «un secolo di cloro e PCB», riprendendo il titolo di un fondamentale libro di M. Ruzzenenti (2001), che tornerà più volte in questo nostro lavoro.

Non tutti i disastri ambientali sono visibili: «Io sentivo parlare i giornali, la televisione, che dicevano, parlavano della Caffaro ma non ci facevo neanche caso fino a che, un giorno, è venuto qua uno dell’ASL m’ha detto: “Dammi un litro di latte che vogliamo fare delle analisi”. Hanno fatto queste analisi e la sera è capitato qua il veterinario: “Sono qua, prima che lo dicano nelle televisioni private, a sequestrarvi tutto perché abbiamo trovato nel vostro latte del PCB, che è contaminato”. E da quel giorno hanno sequestrato le mucche e tutti i nostri animali». Così racconta Pierino Antonioli, un contadino di via Rose di Sotto, in un fondamentale podcast (Fatolahzadeh e Fasani 2023) che ci ha guidato nella ricostruzione del caso.

Si trattava di un disastro invisibile e, al tempo stesso, con esiti paradossalmente visibilissimi, in cui gli animali morivano e i casi di tumore aumentavano esponenzialmente. Le cause della morte del bestiame, così come le diagnosi delle malattie degli abitanti di Brescia, tuttavia, emersero solo dopo la sedimentazione nel tempo dell’inquinamento e della contaminazione da PCB e, ancor più, da diossine. Questa vicenda si incarna, simbolicamente, repentinamente nel corpo di Pierino quando arrivano gli impiegati dell’ASL incaricati di sequestrare gli animali e monitorare la salute degli abitanti del quadrante in cui la Caffaro era collocata. Da quel momento in poi, egli perde la propria fonte di sostentamento economico e scoprirà, di lì a poco, di aver perso anche la salute.

Come si può rendere visibile un disastro prima ch entri nella sua fase più drammatica? E, soprattutto, com’è possibile ricostruirne la storia. Come possiamo vederla e raccontarla pur non avendola vissuta in prima persona? Attraverso il nostro viaggio, e il modo di attraversare le strade e gli spazi intorno all’Ex – Caffaro, abbiamo cercato di esercitare uno sguardo capace di cogliere anche ciò che resta invisibile ancora oggi. Questo sforzo è stato praticato come un atto politico, ancor prima che conoscitivo. Un atto politico, orientato a far emergere cause e conseguenze, asimmetrie di potere, mondi desiderabili o da rifiutare e, soprattutto, le contraddizioni dell’ordine sociale contemporaneo.

I nostri occhi sulla Caffaro

Nel corso dell’esperienza sul campo è stato per noi fondamentale riflettere sul nostro posizionamento come osservatrici e osservatori esterni. Il non essere abitanti del posto ha influenzato anche il nostro modo di percepire e interpretare lo spazio. In particolare, abbiamo immediatamente notato come alcune persone sembrassero quasi meravigliate nel vederci lì a fare domande, fotografare e girare per le strade del quartiere, e come spesso non riuscissero pienamente a comprendere il motivo della nostra presenza, né cosa effettivamente ci fosse da appuntare o chiedere.

La scelta di utilizzare la fotografia come strumento di indagine e rappresentazione, è stata dettata dall’esigenza di restituire la percezione del rischio così come è emersa durante l’esperienza sul campo. In questo senso «le immagini svolgono una funzione documentaria e di testimonianza mnemonica, poiché attribuiscono rilevanza a persone e cose raffigurate» (Ciampi 2007, p. 222). Questo approccio contribuisce a sviluppare la riflessività della ricerca (Harper 2012, p. 39). Le fotografie realizzate durante il viaggio costituiscono per noi dei veri e propri strumenti di riflessione, utili ad analizzare in che modo il nostro ruolo di studenti-ricercatori abbia influenzato i processi di percezione e interpretazione dell’esperienza di campo. L’audiovisivo e la fotografia aiutano la comprensione dei fenomeni e permettono di coglierne aspetti specifici non accessibili attraverso le sole note di campo (Lagomarsino 2015). L’uso di strumenti visuali ha anche un particolare valore dal punto di vista comunicativo: permette di parlare a mondi non “esperti”, rendendo il nostro racconto del viaggio accessibile a pubblici eterogenei, senza per questo perdere il suo rigore scientifico (ibidem).

Eravamo consapevoli, sin dal nostro arrivo a Brescia, di non rappresentare degli osservatori neutrali. Il nostro sguardo e la nostra percezione erano condizionati da ciò che avevamo letto, ascoltato, visto nelle aule durante i seminari con cui avevamo preparato il viaggio. Allo stesso tempo questo lavoro preparatorio è stato fondamentale per aiutarci a cogliere le vicende non solo dell’ex fabbrica, ma anche le caratteristiche del quartiere e del tessuto sociale in cui la fabbrica è collocata. Tutti questi elementi si sono mostrati come segni auto-evidenti di una crisi socio-ambientale ormai sedimentata. Una crisi cristallizzata nel paesaggio e nelle memorie di chi lo vive.

Le strade sono pulite, i giardini curati e pieni di fiori, le case abitate. C’è un viavai di persone e tutto sembra normale. Nulla lascia intuire ciò che Brescia ha vissuto e continua a vivere, né ciò che l’Ex – Caffaro ha generato nel tempo: un disastro ambientale. La struttura della fabbrica è visibile, ma il disastro rimane ancora apparentemente celato, invisibile in una delle zone più inquinate d’Italia.

Avvicinandosi alla fabbrica, la città cambia, e con essa cambia il nostro stato d’animo. Le emozioni si fanno più intense e, forse a causa della suggestione, la gola inizia a pizzicare. Ma forse non si tratta solo di suggestione e l’aria è davvero faticosa da respirare, perché oltre alla Caffaro, ormai non attiva, quel quadrante di città è “popolato” da stabilimenti e fabbriche diverse. In ogni caso, la sensazione di trovarsi immersi in un insieme di contraddizioni senza soluzione di continuità è molto forte, e contribuisce a farci “pizzicare” la gola.

Da una parte la via commerciale e gli aperitivi all’aperto, dall’altra gli esercizi commerciali gestiti da – e destinati a – chi vive in via Milano. A segnare la linea di demarcazione è il cimitero (sarà casuale?). Appare come una linea di faglia che separa due mondi: da un lato le vetrine e gli oggetti del consumo, dall’altro l’area in corso di bonifica (ancora inquinata) pregna di disuguaglianze sociali ma anche di culture diverse che convivono nel pieno delle contraddizioni in atto. Progressivamente ci rendiamo conto che non si tratta di mondi distinti, ma di due metà della stessa realtà. Uno di noi, mentre camminiamo lungo via Milano, osserva che quella linea di faglia richiama l’immagine proposta da Luciano Gallino, quando scrive che «il capitalismo sta danzando sulla fenditura ecologica» (Gallino 2023). Ci appare chiarissimo che qualcuno in quella fenditura è già precipitato perché non può difendersi dall’inquinamento presente nel territorio andandosene. Anzi, quel qualcuno è l’unico che in quel posto è obbligato a vivere, perché lì può cercare la sua unica possibilità di sopravvivenza. Abbiamo subito capito che lo sguardo, l’osservazione da soli non bastano quando la vita delle persone rimane invisibile, e che bisogna dotarsi di ciò che Mills (1959) definiva come immaginazione sociologica per portarla allo scoperto. Ogni singola vita costretta a vivere in quella fenditura ecologica ricapitola per intero una crisi sociale, politica e ambientale di portata epocale.

Come ha osservato Beck (1992), le persone che scoprono di avere il DDT nel tè o la formaldeide nei dolci non possono percepire direttamente il pericolo attraverso i sensi e i propri strumenti cognitivi. Per questo si rende necessaria una mediazione tecnica, affidata a esperti, scienziati e medici. Questa dinamica di delega comporta significative asimmetrie di potere, in virtù delle quali chi ha il potere di definire scientificamente la pericolosità di una sostanza, l’estensione di un’area contaminata o il nesso tra esposizione e malattia, ha anche il potere di decidere chi è vittima e chi no, dove c’è un disastro e dove non c’è. Si crea così una dipendenza epistemica dagli esperti, che hanno quindi più potere nel guidare la narrazione sull’esistenza del problema, sulla sua descrizione, sull’area spazio-temporale interessata e sulle vittime. La visibilità del danno diventa così un campo di battaglia politico, cognitivo e narrativo.

La violenza lenta, pur invisibile agli occhi, lascia tracce materiali rendendo i corpi, umani e non-umani, veri e propri “archivi viventi” del danno. In questo senso, «potenti possibilità etiche e politiche», nonché analitiche, «emergono dalla zona di contatto letterale tra la corporeità umana e la natura più-che-umana (…) l’ambiente non è là fuori, ma è sempre la sostanza stessa di cui siamo fatti» (Alaimo 2010, p. 2-4). Sulla base di questa prospettiva è possibile leggere le manifestazioni violente della crisi socio-ecologica attraverso la nozione di transcorporeità, ossia secondo l’idea che il corpo non sia mai un’entità a sé, ma sempre connesso e intrecciato con l’ambiente più-che-umano di cui fa parte, sul quale agisce e da cui è agito. In questo quadro, la violenza lenta si materializza e si insinua nei tessuti, nei polmoni, nei terreni contaminati, negli animali, nei corpi malati. Si tratta di un concetto che permette di connettere locale e globale, rivelando la complessità dei meccanismi e dei processi che alimentano la crisi socio-ecologica contemporanea: «seguire una sostanza tossica dalla produzione al consumo rivela reti globali di ingiustizia sociale, regolamentazioni lassiste e distruzione ambientale» (Ibid., p. 15).

In questa prospettiva, i SIN e le soggettività che li attraversano, rappresentano un esempio emblematico di aree in cui il passato industriale si è tradotto in contaminazione, malattia e perdita di diritti, ma anche in memoria e resistenza.

Rappresentare la città “invisibile”

Il podcast “Caffaro, l’ultima barriera”, di IrpiMedia, realizzato in collaborazione con Laura Fasani e Nuri Fatolahzadeh, ha giocato un ruolo fondamentale per immergersi nel caso e nella realtà vissuta da coloro che abitano quella zona ancor prima di “vederlo”. Le autrici, originarie del territorio interessato, hanno raccolto diverse testimonianze di residenti e testimoni chiave che ci hanno aiutato a comprendere gli impatti, concreti e simbolici, del disastro ecologico prodotto dall’Ex-Caffaro nel tempo. Ascoltare queste testimonianze ha permesso di rispondere e allo stesso tempo sollecitare diverse domande in merito al caso, in particolare permettendoci di comprendere quando e come questi disastri vengono resi visibili, o al contrario, invisibili.

Nel caso di Brescia il confine tra invisibilità e visibilità degli effetti dell’inquinamento è stato oltrepassato proprio nel momento del sequestro, già citato, degli animali del signor Antonioli. I danni ambientali sotterranei emergono così (metaforicamente) in superficie, insinuandosi all’improvviso in tutti gli ambiti della vita quotidiana dei bresciani.

È importante considerare come tale “visibilizzazione” sia stata accompagnata, da un lato, da processi di normalizzazione del rischio da parte di alcuni residenti, «all’insegna del luogo comune secondo cui “tanto siamo tutti contaminati”» (Zorzi 2022, p. 100), e, dall’altro, da una spinta dal basso «contro il processo di rimozione e le inefficienze delle istituzioni» (ivi, cap. 3), finalizzata a rendere visibile alla maggioranza della popolazione l’entità del danno ambientale prodotto dalla Caffaro.

Ciò mostra come la visibilità degli impatti ambientali non sia data, ma possa essere socialmente costruita attraverso azioni collettive (Figura 1), che rendono esplicito il conflitto con le istituzioni nella gestione dei danni e delle bonifiche, nella perimetrazione del SIN e nei limiti imposti alla libera fruizione degli spazi pubblici, così come la rivendicazione del diritto dei residenti di scegliere se restare nel proprio territorio – esigendone la bonifica – o di partire.

Fig. 1: Le “voci” sui muri della Caffaro

Nel corso del nostro viaggio, la difficoltà incontrata nel “parlare” della Caffaro con i residenti e l’apparente ordinarietà del quartiere contribuiscono a far emergere gli esiti di quel processo di normalizzazione del rischio citato in precedenza. A ridosso della fabbrica le strade sono pulite, i giardini curati e la quotidianità delle pratiche abitative, nel loro insieme, permettono di cogliere una riacquisita e sofferta normalità di chi vive i luoghi. In questo contesto, l’apparente assenza di segni visibili dal di fuori dell’ex fabbrica favorisce una rimozione simbolica del problema, almeno all’esterno del perimetro SIN. Anche l’iconica “torretta” della Caffaro appare oggi esteticamente neutra, se non addirittura gradevole, generando una dissonanza percettiva durante l’osservazione sul campo (Fig. 2). Nulla, nel suo aspetto attuale, consente di intuire la storia industriale e le responsabilità ambientali della fabbrica che, in assenza delle tracce di contestazione presenti sui muri, potrebbe essere percepita come un qualunque edificio in via di dismissione, o come parte del paesaggio. Tale invisibilizzazione materiale e simbolica contribuisce a rafforzare i meccanismi di normalizzazione del rischio, rendendo la contaminazione implicita e silenziata dell’esperienza quotidiana del territorio.

Fig. 2 La Torretta della Caffaro nella sua normalità

È sufficiente cambiare prospettiva per avere una percezione diversa. Il paesaggio si fa più silenzioso e i segni del passato industriale diventano più densi. In questa prossimità, alcuni confini – come quelli segnati dal cimitero e dal parco – assumono il ruolo di soglie simboliche tra il visibile e l’invisibile, tra la quotidianità apparentemente normale e la dimensione tossica.

Un cartello posto all’interno di un giardino pubblico segnala che lo spazio si può usare liberamente e rende esplicito uno di questi confini (Fig. 3). Più che rassicurare, esso richiama implicitamente l’esistenza di un rischio: segnala uno spazio bonificato all’interno di un contesto più ampio ancora contaminato e solleva un interrogativo su ciò che resta invisibile al di là di quella soglia. Nel corso dell’osservazione sul campo, questo rappresenta uno dei pochi momenti in cui la contaminazione emerge in modo esplicito nello spazio pubblico. Il fatto stesso che la possibilità di fruire liberamente di un giardino debba essere segnalata evidenzia come tale condizione non sia scontata nel contesto del SIN.

Fig. 3. Confini e “segnali”

Solo grazie a Filippo Zorzi, studioso e cittadino di Brescia, siamo riusciti a osservare parzialmente l’interno della fabbrica e a scattare alcune foto. Salendo sul tetto di un edificio adiacente, solitamente invisibile ai cittadini che frequentano e abitano il quartiere, ci rendiamo conto dell’estensione dell’impianto. Lo scenario si mostra opposto a quello visto in precedenza, i fiori sono sostituiti dai silos, i giardini curati da cemento e tutto è inanimato (Fig. 4).

Fig. 4. Dentro la Caffaro

Durante la nostra passeggiata lungo via Milano, abbiamo inoltre osservato anche la forte presenza di esercizi commerciali gestiti e rivolti primariamente a persone con background migratorio (Fig. 5).

Fig. 5 Esercizi commerciali attorno la Caffaro

È possibile per tutti difendersi dall’inquinamento semplicemente andandosene? Chi può permettersi di lasciare un quartiere inquinato, e chi invece è costretto a restare, o è obbligato a convivere con la contaminazione?

Già durante i seminari era emerso il cambiamento demografico in corso da decenni a Brescia, dove la popolazione che abita la strada in cui è situata la fabbrica, per la maggior parte, ha un background migratorio. “Vedere” ci ha permesso di sviluppare una maggiore consapevolezza del ruolo dei fenomeni migratori e della disuguaglianza sociale nel determinare chi è maggiormente esposto ai rischi dell’inquinamento. È possibile notare questo aspetto osservando chi abita vicino al parco (da poco bonificato) e a ridosso delle aree circostanti, che sono ancora contaminate. L’esperienza sul campo conferma come l’esposizione al rischio ambientale sia socialmente differenziata. Reddito, opportunità abitative e condizioni di vita incidono sulla possibilità di sottrarsi alla contaminazione, rendendo evidente come le crisi ambientali producano effetti diseguali all’interno dello spazio urbano (Beck 1995).

La lente teorica della «violenza lenta» consente di mettere in relazione fenomeni apparentemente distinti – le malattie professionali, l’inquinamento del suolo, la contaminazione della falda acquifera, la perdita di biodiversità, la crisi climatica – accomunati da una temporalità dilatata, da una bassa intensità immediata e da un elevato impatto cumulativo.

La comprensione di questi processi richiede strumenti analitici capaci di cogliere la complessità delle interconnessioni tra scala locale e globale, tra corpo e ambiente, tra visibile e invisibile. In questo quadro, emerge una responsabilità specifica per chi osserva e studia tali fenomeni: esercitare uno sguardo critico capace di riconoscere anche ciò che non è immediatamente visibile e di decifrare i segni lenti e silenziosi della crisi socio-ecologica. Ciò apre una questione etica e politica centrale: chi ha il diritto di vedere? E, più in profondità, cosa significa “vedere”? Vedere non è un atto neutro, ma un processo politico e collettivo. Non si tratta semplicemente di accedere a dati o immagini, ma di costruire pratiche di visibilizzazione che rendano il danno riconoscibile, dicibile e condivisibile, dando parola e immagine a ciò che viene sistematicamente escluso dalle narrazioni dominanti del progresso e del rischio calcolato.

Occorre quindi vedere assumendo la prospettiva degli «exploited publics», cioè di coloro che, secondo C.W. Mills (1959), sono «costantemente senza potere» (p. 237). Da questo punto di vista vedere diventa immediatamente un atto di risignificazione.

Risignificare

L’eredità avvelenata dell’Antropocene. Risignificare la crisi socio-ecologica

Le “zone di sacrificio” sono state storicamente narrate secondo una retorica del progresso inevitabile e del compromesso necessario. La narrazione dominante presenta la contaminazione industriale come un prezzo inevitabile da pagare per lo sviluppo economico, per l’occupazione, per il benessere collettivo. In questa narrativa, le comunità locali diventano invisibili o, nel migliore dei casi, comparse in una storia più grande di crescita nazionale.

I SIN, una delle eredità più complesse e problematiche dell’era industriale italiana, possono essere intesi come una delle manifestazioni delle “zone di sacrificio”: aree in cui l’ambiente e le comunità locali sono stati compromessi in nome del progresso economico e dello sviluppo industriale (Adorno 2023). Eppure, è proprio dall’invisibilità imposta che può nascere una nuova forma di visibilità collettiva. Questo meccanismo di invisibilizzazione, può generare una risposta da parte della società civile, che si fa custode del bene comune più di quanto non riescano a fare le istituzioni. I SIN, infatti, non sono solo emblema della crisi socio-ecologica, ma possono anche essere letti come spazi in cui “prendere” voce. La condizione più semplice sarebbe quella di lasciare alla singola persona la responsabilità di abitare quel territorio, affrontando scelte inerenti alle scuole da frequentare, ai parchi in cui portare i bambini a giocare e alle case in cui abitare. Tali scelte celano però una non scelta, un’arrendevolezza a un qualcosa di più grande. Celano, in altri termini, una responsabilizzazione individuale di fronte a “scelte tragiche”, a cui spesso corrisponde una deresponsabilizzazione dell’attore pubblico. Nello stesso tempo, in questi contesti le scelte individuali possono tramutarsi in forme di azione collettiva, attraverso cui far emergere problemi e bisogni sino a quel momento considerati come questioni individuali. La società civile sperimenta nuovi modi per “alzare la voce”, mettendo in atto, in maniera più o meno inconsapevole, veri e propri laboratori di esercizio della democrazia, dando vita a forme di risignificazione della crisi socio-ecologica in territori martoriati da interessi altri rispetto al bene comune.

Durante il viaggio-studio abbiamo avuto l’occasione di ascoltare alcune di queste voci. Si tratta delle voci di chi ha vissuto in prima persona gli eventi dell’Ex-Caffaro, o di voci che si sono sviluppate nel corso della storia di quest’ultima.

Nelle riflessioni di Silvia Federici (2018), emerge come, proprio all’interno dei processi distruttivi, stiano nascendo forme di vita alternative, paragonabili all’erba che trova spazio nelle fenditure del cemento urbano, che mettono in discussione il potere del capitale e dello Stato, valorizzando la nostra capacità di agire collettivamente.

In Capitalismo Cannibale. Come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il Pianeta (2023). Nancy Fraser individua gli elementi alla base della più ampia crisi del sistema capitalistico. Questa si configura come una crisi delle sue condizioni di riproduzione: sociale (crisi del lavoro di cura), politica (crisi della democrazia), naturale (crisi ecologica). Nell’ambito di quest’ultima dimensione, si configurano nuove arene decisionali nelle quali attori privati, mercati o istituzioni tecnocratiche hanno il pieno potere sul processo decisionale, lasciando al dibattito pubblico e al conflitto uno spazio marginale.

Il concetto di “reframing” applicato ai conflitti socio-ambientali indotti dal cambiamento climatico e dalla contaminazione industriale offre strumenti preziosi per ripensare il modo in cui comprendiamo e affrontiamo queste crisi; esso richiede un processo profondo di ri-concettualizzazione delle problematiche ambientali (Carrera e Key 2021).

Ciò implica una riconsiderazione dei confini temporali e spaziali del problema. Non si tratta solo di bonificare un sito specifico nel presente, ma di confrontarsi con l’eredità storica dell’industrializzazione nel Capitalocene (Moore 2017), riconoscendo le responsabilità intergenerazionali e la necessità di una giustizia riparativa per le comunità che hanno subito decenni di esposizione a sostanze tossiche.

Significa in ultima analisi riconoscere che questi luoghi non siano soltanto “siti contaminati da bonificare”, ma territori abitati da comunità che hanno storie da raccontare, ferite da sanare, diritti da rivendicare. Questo cambio di prospettiva può trasformare il conflitto da scontro polarizzato tra sviluppo economico e tutela ambientale a opportunità di immaginare nuovi modelli di futuro in cui sia pienamente garantita la giustizia ambientale e sociale. Il reframing della crisi può rappresentare un modo di raccontare divergente dalla narrazione mainstream calata dall’alto. Affinché questo avvenga, è necessario che ci siano attori, individuali o collettivi, in grado di far emergere altre storie, di raccontare nuove modalità di abitare gli spazi, attribuendo nuovi significati a luoghi fino a quel momento concepiti per una sola funzione: la produzione capitalista. Occorre, in breve, dar vita a pratiche di risignificazione. Immaginare lo spazio cittadino al di là dei meccanismi capitalistici vuol dire indagare le possibilità di resistenza creativa e innovativa (Stavrides 2022), attribuendogli nuovi significati attraverso relazioni inedite che tracciano percorsi in costante evoluzione e affermano la dimensione comunitaria dell’esistenza. Alla radice di questi processi di cambiamento, e in contrapposizione alle chiusure imposte dalla logica capitalistica (Federici 2022; Stavrides 2022), si collocano le soglie, zone di passaggio che rappresentano la possibilità della condivisione (Stavrides 2015). I beni comuni possono essere considerati spazi-soglia poiché, attraverso di essi, la sfera pubblica si fonde con quella privata, dischiudendo nuovi orizzonti. In questa direzione si muovono le pratiche femministe dei beni comuni, che costruiscono geografie di confine (Bonfiglioli 2023), abitano gli spazi periferici (Bell Hooks 1998) e integrano nelle proprie azioni le soggettività escluse

Riappropriarsi dello spazio: esercizio virtuoso di democrazia

Il viaggio è stato per noi un vero e proprio laboratorio a cielo aperto: un’occasione per sperimentare, anche solo in minima parte, cosa significhi convivere con un SIN. Durante questa esperienza siamo entrati in contatto con realtà associative del territorio che, più di ogni altra cosa, ci hanno restituito la storia di Brescia in modo fedele ai fatti e criticamente posizionato. Tra queste, la Fondazione Micheletti, il cui lavoro rappresenta una continua elaborazione di una memoria condivisa: una storia che va oltre il disastro della Caffaro e che si propone di trasmettere consapevolezza e denunciare le condizioni di subalternità del passato e del presente. A nostro avviso, la Fondazione è un luogo che tutti dovrebbero visitare almeno una volta nella vita: uno spazio di decostruzione delle narrazioni dominanti, di denuncia delle omissioni accumulate nei decenni, ma anche un laboratorio quotidiano di democrazia, dove la risignificazione della storia diventa un atto politico e collettivo. Il seminario tenuto da Marino Ruzzenenti, ex sindacalista che da anni si batte per portare alla luce le conseguenze della produzione di sostanze tossiche come il PCB, è stato per noi un momento di vero risveglio collettivo. Pochi istanti dopo ci saremmo diretti verso la Caffaro, e senza l’incontro con queste voci militanti del territorio, probabilmente non avremmo potuto leggere quella passeggiata con la stessa profondità e consapevolezza. Infatti, l’arrivo di fronte alla Caffaro è stato reso ancora più significativo dall’intervista itinerante con Filippo Zorzi, il cui racconto ci ha accompagnato lungo tutto il perimetro della fabbrica. Camminando, ci siamo resi conto che senza la sua narrazione e senza le tracce lasciate da graffiti e sticker, quel luogo ci sarebbe apparso come una semplice fabbrica abbandonata, un potenziale sito in cui mettere in atto processi di “rigenerazione urbana”. Invece, abbiamo capito quanto sia importante continuare a raccontare la storia, dare voce a ciò che è accaduto e a ciò che ancora resta da scrivere (Fig. 6).

Fig. 6 La risignificazione degli spazi passa attraverso ogni superficie

Uno dei momenti più intensi della giornata si è svolto al Piano Terra delle Case del Sole, uno spazio nato e abitato dalla comunità. Qui, insieme all’associazione Via Milano 59, si organizzano feste, dibattiti, attività per bambini e momenti di confronto collettivo. Durante la nostra visita, quello spazio si è trasformato nel teatro ideale per un talk partecipato, animato da ricercatori e ricercatrici universitari/e attiviste, con in sottofondo le voci e i giochi dei bambini. Eravamo “semplicemente” al piano terra di un condominio, ma l’atmosfera che si respirava era di pura vitalità: i manifesti e le opere alle pareti restituivano l’immagine di un luogo vivo e consapevole, abitato da persone che esercitano quotidianamente la propria agency sul territorio. Tra i manifesti abbiamo notato quello del festival PCB: Potenziali Combinazioni Bellissime, un evento dedicato ad autoproduzioni, fanzine e stampe indipendenti. Il festival gioca con il famoso acronimo PCB, trasformandolo in una costellazione di significati ironici e sovversivi: Porci Coi Baffi, Pioggia Che Brucia, Per Carità Basta, Piante Crescono Battagliere, Pretendiamo Che Bonifichiate, e molti altri (Fig. 7).

Fig. 7 Locandine al Piano Terra

La giornata è proseguita in un momento conviviale lungo Via Milano, davanti al Teatro Borsoni (Fig. 8).

Fig. 8 Teatro Borsoni

Abbiamo capito, nonostante la presenza di esperienze di teatro popolare, questo luogo non riflette realmente la vita del quartiere: costruito con buone intenzioni, potrebbe finire per diventare uno spazio frequentato soprattutto da chi viene da fuori. Proprio qui, nel teatro a pochi passi dalla Caffaro, è stato recentemente firmato l’accordo di bonifica3. Ci siamo chiesti se anche questo gesto simbolico non rappresenti, ancora una volta, l’assenza di un reale coinvolgimento della comunità.

Verso nuove narrazioni di giustizia e trasformazione

Il viaggio a Brescia e alla Caffaro ci ha mostrato come, al di là delle geografie dell’abbandono e delle narrazioni di disastro ambientale, si manifesti una possibile forma concreta di resistenza contro-egemonica, capace di emergere dalle ferite stesse del territorio. I Siti di Interesse Nazionale rappresentano una delle sfide ambientali e sociali più complesse dell’Italia contemporanea. Affrontare questa sfida richiede non solo le necessarie e imprescindibili soluzioni tecniche di bonifica, ma anche un profondo ripensamento del modo in cui comprendiamo, narriamo e gestiamo questi territori. Il passaggio da una visione puramente tecnocratica a un approccio centrato sulla giustizia ambientale, dalla narrazione ufficiale alla pluralità delle voci, dalla gestione top-down alla partecipazione democratica, non è solo auspicabile ma necessario. Le esperienze di riappropriazione narrativa e spaziale dimostrano che è possibile immaginare e costruire alternative, trasformando le “zone di sacrificio” in laboratori di democrazia ambientale e giustizia sociale.

La sfida che ci sta davanti è duplice: da un lato, garantire la bonifica effettiva e la messa in sicurezza di questi siti, proteggendo la salute delle popolazioni esposte; dall’altro, riparare le ferite sociali e culturali attraverso processi di riconoscimento, risarcimento e trasformazione democratica. Solo integrando queste diverse dimensioni – materiale e simbolica, tecnica e politica – sarà possibile trasformare l’eredità avvelenata dell’Antropocene in opportunità di rigenerazione ecologica e sociale.

Il reframing dei conflitti socio-ambientali può diventare una contro-narrazione capace di promuovere l’applicazione dei principi di giustizia ambientale, pratiche di risignificazione artistica e culturale, l’empowerment delle comunità locali, che rappresentano strumenti complementari e indispensabili per questo processo di trasformazione. Non si tratta di abbandonare le competenze tecniche e scientifiche necessarie per la bonifica, ma di integrarle in un quadro più ampio che riconosca la complessità sociale, culturale e politica delle situazioni di contaminazione.

In definitiva, scegliere come narrare la storia dei SIN significa scegliere quale futuro vogliamo costruire: un futuro in cui le logiche di profitto continuano a sacrificare territori e comunità, o un futuro in cui giustizia ambientale, partecipazione democratica e sostenibilità ecologica diventano i principi guida dello sviluppo.

Le zone di sacrificio non sono un destino ineluttabile, ma il prodotto di scelte politiche ed economiche che possono essere contestate e trasformate. Tutto questo rimette al centro domande scomode, che diventano strumenti di impegno morale ed etico, oltre che politico, e che sono responsabilità di riscrittura collettiva della crisi.

se un flusso di storie di turbamenti è il modo migliore per raccontare la diversità contaminata, allora è il momento di inserire tale flusso tra le nostre pratiche di conoscenza del mondo […] dobbiamo continuare a raccontare finché le nostre storie di morti e di morte sfiorate e di vita ingiustificata ci aiuteranno ad affrontare le sfide del presente. È ascoltando questa cacofonia di storie di turbamento che potremmo incontrare le migliori speranze di sopravvivenza precaria. (Tsing 2021)

Per capire non dobbiamo però solo vedere risignificare una cacofonia di storie, ma anche connetterle.

Connettere

Dall’industrialismo all’ambientalismo operaio

Camminando accanto al lato d’entrata dell’ex-Caffaro si ha l’impressione di passare accanto ad un’attrazione storica. La sua estetica, tipica dell’archeologia della contemporaneità costituita dall’architettura industriale (Parisi 2020), le conferisce quell’aria da comune medioevale, centrale rispetto agli ecosistemi urbani che le stanno intorno. L’industria come simbolo della crescita economica, sociale e culturale; come luogo di produzione del progresso stesso della società tutta, e per questo riferimento identitario per la città.

Ma basta girare l’angolo in fondo al muro di cinta per vedere il rimosso di quella promessa, vale a dire la carcassa (Fig. 9) che per anni ha sversato materia cancerogena nel territorio circostante, condannando un’intera comunità a un destino che non ha deciso.

Fig. 9 La carcassa dormiente della Caffaro

Simbolo di una cultura industrialista che violentemente si infrange sulle vite dei lavoratori e delle lavoratrici che avrebbero dovuto beneficiarne. È stata la politicizzazione di questa contraddizione che permise alla classe lavoratrice di avere un ruolo rilevante nel movimento ambientalista italiano. Fu proprio il concetto di nocività che consentì a una parte del movimento operaio di estendere le rivendicazioni per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, la lotta per un ambiente salubre anche al di fuori di quegli stessi luoghi.

Il movimento operaio ebbe un ruolo fondamentale nel far emergere la dimensione politica del tema della salute, svincolandolo dalla scelta individuale e rimettendolo al centro del dibattito pubblico sull’organizzazione della società. A Brescia vediamo la materializzazione dei rapporti di forza che si sono storicamente affermati, e ciò che a tutti gli effetti è un disastro ambientale appare come il naturale epilogo del paradigma di funzionamento del sistema economico: concentrazione del profitto e diffusione dei costi. Mentre i capitali generati sono finiti, passando da società in società, investiti in un’azienda di Londra, a Brescia rimangono i corpi pieni di PCB di chi ha abitato e abita quel territorio. Si è passati dunque dalla copertura dei rischi della produzione alla legittimazione dei suoi effetti mortiferi. La salubrità del proprio stile di vita viene relegata alla sfera della scelta individuale del luogo in cui vivere, ma ciò che scompare è il ricatto che sta alla base di queste finte scelte, che è oggi, come era allora, quello economico, con la differenza di non avere più una forza collettiva da opporre a quest’ultimo.

Gli attori coinvolti e i loro interessi

Ripercorrendo la storia della Caffaro, si incontrano numerosi attori che, guidati da interessi divergenti, hanno contribuito con intensità diverse alla storia della fabbrica e della città. La definizione del rischio, specialmente in ambito ambientale e sanitario, è caratterizzata da una grande relatività e la Caffaro ne è un chiaro esempio.

I primi a essere stati colpiti dall’attività inquinante della fabbrica sono stati indubbiamente gli operai, che vivendo sotto un ricatto economico non hanno mai avuto il privilegio e la libertà di poter scegliere. Questa categoria ha sempre avuto come interesse prioritario la sopravvivenza economica e il sindacato, dopo che la verità sulla pericolosità delle diossine è emersa e la zona è stata finalmente dichiarata SIN, ha avuto ben poco margine di movimento se non quello di tutelare i posti di lavoro evitando eventuali licenziamenti di massa. Dopo il 2009, con la riconversione industriale e il fallimento della SNIA e successivamente, nel 2011, con il rilevamento dello stabile da parte della Caffaro Chimica S.r.l., l’imprenditore Fedeli con un accordo sindacale firmato da Rsu e Femca CISL ha fatto emergere però una spaccatura nelle opinioni delle tre confederazioni sindacali; con CGIL e UIL contrarie perché lo consideravano un “accordo-ricatto”: sanciva l’assunzione di soli cinquantadue addetti su novantotto, senza garantire una tutela futura a chi sarebbe rimasto in cassa integrazione.

La vicenda mostra, come tante altre a essa simili, come gli operai si trovino a subire non solo la precarietà lavorativa, ma anche quella sanitaria legata alla crisi ambientale. Per affrontarla, è necessario che il movimento operaio e sindacale ripensi la logica complessiva della produzione: chi, cosa e per quale fine ultimo produrre, ponendo così le basi per una transizione ecologica socialmente giusta.

Ma le ripercussioni dell’operato della fabbrica si sono estese anche oltre le mura dello stabilimento, nei comuni limitrofi fino a chilometri di distanza. Le prime evidenze di quanto silenziosamente stava accadendo sono emerse nelle catene di fornitura di prodotti come quelli della Nestlé, che dalle aree vicine alla fabbrica ricavavano materie prime: latte da mucche contaminate di contadini e allevatori contaminati. Simili tragiche condizioni hanno comportato altrettanto tragiche conseguenze, fino alle ordinanze sindacali che vietavano la consumazione dei prodotti degli orti, l’uso dei terreni, obbligavano all’abbattimento del bestiame e alla chiusura di attività che per molti erano l’unica fonte di sostentamento.

Riconoscere il potere deleterio della fabbrica di incidere anche sulle vite di coloro che non la vivevano in prima persona ha contribuito a modificare in senso negativo giudizi sulla Caffaro. Se prima era percepita come un elemento fondante dell’identità del posto, della tradizione laboriosa dei bresciani, un luogo di produzione industriale di cui essere orgogliosi, successivamente si è visto che, dietro a questi aspetti, c’era anche altro. Qualcosa di decisamente meno positivo che aveva a che fare con l’avvelenamento di un territorio e delle sue comunità. Ciò è avvenuto poiché alcuni attori hanno svolto ruoli diversi nel fare emergere la verità: la società a capo dell’industria e i presidi sanitari che erano stati inevitabilmente interessati dal caso per dieci anni hanno di fatto sorvolato su molti campanelli d’allarme che avrebbero potuto far interrompere la produzione di PCB molto tempo prima. I veri e propri portatori del cambiamento sono stati dunque i cittadini e le cittadine. Riuniti in comitati ed esercitando pressione hanno stimolato l’intervento delle autorità competenti, superando il negazionismo dell’autorità sanitaria locale e il riduzionismo delle istituzioni. Dal primo Comitato del 2001 al Comitato dei genitori della scuola Deledda, con lo slogan “Stop al biocidio” al Tavolo Basta veleni, il movimento d’opinione ha attratto sempre più manifestanti, fino alle venticinquemila persone delle mobilitazioni del 2019. Soltanto quando i soggetti costretti a subirne, in modo evidente e innegabile, le conseguenze sono stati i bambini e le bambine, si è cominciato a percepire formalmente l’esposizione umana al rischio.

Quali sono i corpi sacrificabili?

Il caso Caffaro è rappresentativo dei profondi meccanismi di disuguaglianza che caratterizzano la società capitalistica contemporanea e che rendono il dilemma salute-lavoro un falso problema. Questo dilemma non può essere compreso guardando alla tensione individuale tra la necessità economica di un reddito e il desiderio di salute, ma va analizzato come parte di un sistema che organizza la produzione secondo logiche di dominio, sfruttamento di corpi e uso dell’ambiente naturale come luogo di scarto.

La questione della Caffaro può essere interpretata tramite la lente teorica del biopotere foucaultiano, che mette in luce come il potere operi tramite una differenziazione e selezione tra corpi da tutelare e corpi sacrificabili, secondo logiche di stratificazione di classe, razza e genere. Secondo Foucault (2004), il biopotere è quella forma di potere moderno che si manifesta attraverso la regolazione della vita. A differenza dell’esercizio di sovranità premoderno, il biopotere non si esercita attraverso la violenza diretta, ma si manifesta tramite pratiche legate alla medicina e alla salute pubblica. Nel caso Caffaro, il quartiere Chiesanova di Brescia è diventato una zona di abbandono sistemico, nel quale le lavoratrici e i lavoratori che lo abitavano hanno pagato con la propria salute il prezzo di un modello produttivo dannoso, che non è stato controllato e limitato dalle istituzioni che avevano il potere di farlo.

Il ricatto economico a cui sono sottoposte le persone abitanti e lavoratrici in contesti di questo tipo evidenzia la sacrificabilità di corpi operai, migranti, poveri, in nome di interessi economici industriali superiori. Il biopotere agisce selezionando chi può sopravvivere e chi invece può essere esposto a situazioni estremamente dannose, in piena coerenza con il regime di lavoro capitalistico-estrattivo che considera i lavoratori come corpi sacrificabili (Scarrit 2024). Nel tempo, il quartiere della Caffaro e le zone limitrofe hanno ospitato sempre più persone della nuova classe lavoratrice migrante, mostrando ancora una volta con chiarezza come la razzializzazione sia uno strumento chiave per organizzare gerarchie di valore tra corpi, rendendo più esposti allo sfruttamento capitalistico lavoratrici e lavoratori migranti. La razza funziona, e ha sempre funzionato, come strumento essenziale per esercitare un controllo differenziale sulla vita (Fiaccadori 2015). Utilizzando questa lente analitica, la separazione tra lavoro e salute non appare più soltanto come una conseguenza, ma come una premessa implicita fondamentale: un artificio che racchiude al suo interno interessi, volontà e direzioni economico-politiche di dominio e profitto. Se la tendenza a scindere i saperi può essere interpretata più in generale come il frutto dei processi di acquisizione della conoscenza nella modernità, il divario tra lavoro e salute rappresenta in realtà il desiderio delle istituzioni e degli attori economici di esternalizzare il rischio, in modo tanto simbolico quanto materiale. Questo divario, a ben vedere, si fonda su un altro dualismo: quello tra natura e cultura. Un divario che molta letteratura ha da tempo criticato. Si tratta di una questione ampia, che non può essere approfondita nelle poche pagine di questo contributo. Ci si limita a richiamare la riflessione di Philippe Descola che in un suo lavoro del 2005, dedicato appunto al superamento di tale dualismo, parte da una considerazione che può essere utile per il ragionamento che stiamo costruendo. Nella prospettiva antropologica dell’autore la natura «non è un’istanza trascendente… bensì il soggetto di una relazione sociale» (pp. 16-17), e per questa ragione l’antropologo francese si interroga spesso nel suo lavoro sulla possibilità di aver ben interpretato «la configurazione specifica … del nesso natura-società» (pp.18-19).

La lezione di Descola è importante perché fa comprendere che la configurazione del nesso natura-cultura è l’esito di riconfigurazioni storiche che, a loro volta, seguendo la lezione marxiana, trovano nel lavoro un elemento definitorio fondamentale. Superare il dualismo natura-cultura consente anche di ridefinire il nesso stretto che lega natura e salute e ciò permette di riconoscere ogni crisi ambientale, innanzitutto, come una crisi sistemica, capace di restituire la complessità dell’intreccio tra corpo, società e istituzioni. La mancanza di prospettive di questo tipo è ciò che ha portato l’ex Caffaro a diventare un esempio emblematico di depoliticizzazione sociale, in cui la tematizzazione e la scelta delle strategie risolutive ai problemi collettivi vengono delegate dagli attori pubblici alla sfera privata (individui, famiglie, comunità) (Moini e d’Albergo 2019).

Lo spostamento di questa responsabilità nella gestione del rischio fa sì che la questione diventi: su chi ricade la scelta? E la risposta risulta sempre più vicina al singolo. Quando il diritto alla salute non viene garantito dall’azione pubblica, finisce per dipendere dalle scelte del singolo, trasformandosi in una responsabilità personale per la quale il corpo diventa a tutti gli effetti una proprietà privata da preservare (Bauman 2014). Ognuno è così chiamato a farsi carico di sé stesso, scegliendo se aderire o meno a quelle forme di agire che il sapere tecnico-sanitario promosso dalle istituzioni individua come le più “sicure” – talvolta tanto meccanicamente da indurre i paradossi del principio di precauzione. Questo è ciò che accade quando l’individuo disincastrato (Beck 2000) diventa l’abitante prediletto di uno Stato che rinuncia al proprio ruolo di riduttore del rischio e ne rende la gestione non più un’impresa collettiva, bensì una strategia personale (Castel 2011).

L’essere svincolato qui si costituisce come una falsa promessa di libertà dal momento che l’individuo è «in qualche modo obbligato ad essere libero […], in un contesto di concorrenza esasperata e sotto la minaccia permanente della disoccupazione» (Ivi, pag. 38). Tuttavia, come spesso accade, le lacune istituzionali innescano una controspinta di politicizzazione dal basso che, nel caso dell’ex Caffaro, ha comportato la rottura dei confini dell’egemonia del sapere tecnico, ampliando progressivamente la rete di mobilitazione, attraverso l’inclusione di una pluralità di esigenze e di attori “non politici” in grado di riportare l’attenzione pubblica sul tema sotto una nuova luce (Fig. 10).

Fig. 10 Rappresentazione del problema

Tutto ciò evidenzia come queste mobilitazioni dal basso rappresentino innanzitutto un tentativo di restituire alla questione la sua dimensione sociale e collettiva, soprattutto se si considera che il danno ambientale e le disuguaglianze socio-economiche condividono lo stesso denominatore comune. Solo attraverso queste nuove forme di ripoliticizzazione è possibile restituire al diritto alla salute il suo significato originario e più profondo: non un privilegio o una responsabilità individuale, ma una questione condivisa, in cui è «l’istanza del collettivo che può rendere sicuro l’individuo» (Castel 2011).

De-arcanizzare

Quale potere arcano?

Il caso della Caffaro di Brescia costituisce un esempio emblematico delle contraddizioni della contemporaneità che si materializzano nei Siti di Interesse Nazionale, rendendo visibile l’intreccio tra sviluppo industriale, trasformazioni territoriali e produzione del danno ambientale e sanitario. L’avvicinamento al caso, come più volte richiamato, è stato realizzato attraverso un percorso di riflessione collettiva, sviluppato in una serie di seminari, che ha consentito di definire alcune categorie interpretative utili a leggere tali dinamiche e a orientare l’osservazione empirica.

Arrivati a Brescia, a partire dall’incontro con Marino Ruzzenenti presso la Fondazione Micheletti, abbiamo potuto mettere alla prova le idee e ipotesi sviluppate collettivamente durante i lavori preparatori al viaggio. In quell’incontro è emersa con particolare forza la stratificazione delle questioni in gioco. Allo stesso tempo, è rimasta impressa soprattutto una domanda, riportata nel libro di Ruzzenenti (2001) Un secolo di cloro e PCB, e formulata dai medici del lavoro Paolo Ricci e Celestino Panizza, suoi collaboratori, capace di cogliere con grande lucidità – e, si potrebbe dire, anche con un sottile sarcasmo – il nodo centrale della vicenda: «Quale potere arcano ha fatto soccombere le istituzioni insieme a tutte le espressioni scientifiche, tecniche, sindacali e culturali della cosiddetta “società civile”, fino al punto da consentire che su un territorio sempre più inquinato si costruissero quartieri popolosi e servizi pubblici, come il centro polisportivo?» (p. 572).

Nel ritorno dal viaggio, questa affermazione è stata oggetto di una riflessione approfondita e si è tentato di sciogliere il nodo che essa pone, senza naturalmente la pretesa di giungere a una risposta definitiva.

De-arcanizzare il potere: attori, risorse e interessi

Per provare a rispondere a questa domanda si è scelto di adottare una modalità narrativa, facendo però ricorso a una vera e propria “cassetta degli attrezzi” concettuale tratta dalla sociologia politica e, in particolare, dalla sociologia dell’azione pubblica.

Un primo elemento che questo approccio consente di mettere a fuoco riguarda la consapevolezza che, per comprendere fenomeni complessi come i Siti di Interesse Nazionale, è necessaria una prospettiva storica di analisi. Solo uno sguardo capace di collocare le dimensioni politiche e sociali di tali fenomeni nel contesto in cui si sono sviluppati – tanto sul piano temporale quanto su quello territoriale – permette infatti di coglierne pienamente la portata. In questo senso, il caso della Caffaro mostra con particolare evidenza come il ruolo attribuito all’industria all’interno del contesto locale abbia contribuito a legittimarne l’operato nel tempo. Come ricorda Marino Ruzzenenti:

«Brescia aveva nei confronti della Caffaro un atteggiamento di particolare riguardo, perché era ritenuta l’unica fabbrica di un settore innovativo […] Tutti se la volevano coccolare […] dal punto di vista politico tutti, dal Partito Comunista alla Democrazia Cristiana, ma in generale l’opinione pubblica. (M. Ruzzenenti “Caffaro l’ultima barriera” EP. 3 12:55)

In un’intervista rilasciata alle autrici del podcast di IrpiMedia Caffaro: l’ultima barriera, Ruzzenenti, ricostruisce la storia della fabbrica e del territorio mettendo in luce come, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, lo sviluppo industriale e l’urbanizzazione del Nord Italia abbiano guidato il corso delle azioni pubbliche e private. Negli anni Cinquanta, la Lombardia divenne infatti un’area centrale per l’economia italiana: la concentrazione tecnico-economica, l’agglomerazione delle attività produttive nelle grandi aree metropolitano-industriali e la specializzazione settoriale rappresentarono fattori decisivi di questo processo.

Negli anni Sessanta, il rallentamento della crescita della domanda e della produzione, insieme all’aumento della competitività del mercato internazionale, favorì una diffusione più ampia delle attività industriali su scala regionale. Questo quadro storico può essere letto come l’esito di un’azione pubblica storicamente determinata, prodotta da un sistema complesso di interazioni tra attori economici, politici e sociali (Moini 2013).

Da questa prospettiva è possibile individuare una convergenza nelle rappresentazioni dell’importanza della fabbrica, così come negli obiettivi e negli interessi dei diversi attori coinvolti, che ha contribuito a legittimare l’immagine della Caffaro come industria innovativa e profittevole.

Tale convergenza si è tuttavia strutturata attorno alla centralità assunta dagli attori economici, ai loro interessi materiali e alla loro capacità di attribuire a questi interessi una connotazione egemonica, attraverso la costruzione di scenari di sviluppo presentati come desiderabili e condivisi. L’esito di questo processo è sintetizzato con particolare efficacia dallo stesso Ruzzenenti:

Tanti prodotti abbiamo prodotto inutilmente, non necessari, che si son prodotti semplicemente per far soldi, brutalmente per far soldi, il PCB è stato prodotto per far soldi, perché la Monsanto aveva l’esclusiva e ha mantenuto l’esclusiva mondiale del brevetto dei PCB. (M. Ruzzenenti alla Fondazione Micheletti, registrazione incontro minuto 1:11:00).

La produzione chimica della Caffaro può essere letta come un tassello territorialmente localizzato di una più ampia dinamica trans-scalare di accumulazione. La Monsanto, impresa statunitense titolare del brevetto dei PCB, attraverso la produzione realizzata nello stabilimento di Brescia, contribuiva a determinare un vantaggio competitivo per l’economia del territorio. A questa concentrazione dei benefici economici si accompagnava, però, una marcata socializzazione dei costi sociali, sanitari, ambientali e, successivamente, anche occupazionali.

Alla centralità di questi attori si aggiunge la rilevanza assunta da un altro tipo di attori che, spesso, agiscono nella strutturazione dei corsi di azione pubblica: gli esperti. Questi svolgono una funzione di legittimazione delle scelte adottate (Bobbio, Pomatto e Ravazzi 2017), ma possono anche orientare lo sviluppo di specifici processi produttivi, contribuendo alla costruzione di scenari presentati come desiderabili e, di conseguenza, all’apertura o alla chiusura di opportunità di accumulazione economica.

Ancora una volta, è Marino Ruzzenenti a mostrare con particolare chiarezza come questa dinamica abbia preso forma nella vicenda della Caffaro:

La scienza e la tecnica potevano essere utilizzate, orientate […] in un modo o in un altro: per sostenere gli interessi dei potenti, del potere, per rispondere ai bisogni degli umani, dei lavoratori o dell’ambiente. (M. Ruzzenenti alla Fondazione Micheletti, registrazione incontro minuto 38:20).

Quando l’azione pubblica si confronta con questioni scientificamente complesse, come l’individuazione di un problema o l’identificazione delle relazioni di causa-effetto, gli attori esperti tendono ad acquisire una posizione di particolare centralità nella formulazione delle politiche. Con l’ingresso dei saperi tecnici nell’arena decisionale, gli esperti diventano co-decisori di policy, in virtù della conoscenza oggettiva che gli esperti possono vantare e applicare direttamente a problemi sociali, politici ed economici.

Tale presunta oggettività può tuttavia essere messa in discussione. Come osserva Foucault nel 1976, il sapere scientifico può trasformarsi in uno strumento di controllo dell’essere umano capace di creare stigmatizzazione e discriminazioni, perdendo quindi il suo carattere oggettivo. Si configura, dunque, un rapporto di influenza reciproca tra politica e scienza, che incrina il carattere di “eccezionalismo cognitivo” del sapere scientifico, inteso come «l’idea che il sapere scientifico si sottragga a influenze storiche, sociali, culturali» (Pellizzoni e Osti 2012, p. 150).

Nel dialogo con Ruzzenenti presso la Fondazione Micheletti, è emersa con chiarezza la rilevanza di questo nesso nel caso della Caffaro: le decisioni assunte dalle istituzioni politiche risultano infatti profondamente influenzate dalle risorse cognitive fornite dagli esperti. L’esito di questo meccanismo è un processo di depoliticizzazione dell’azione pubblica (Flinders e Wood, 2014) e una conseguente deresponsabilizzazione degli attori pubblici, che ha spostato la capacità di attribuire ad attori, sia privati sia esperti, la definizione dei rischi.

Risultato: (s)Valutazione di rischi con evidente importanza della categoria “colpa”

Questa specifica configurazione del potere e del ruolo dei diversi attori ha indirettamente generato, almeno potenzialmente, le condizioni per l’avvio di un processo di riappropriazione della soggettività sociale e politica su questioni legate alla salute pubblica e alla tutela ambientale del territorio. In altri termini, ha aperto la possibilità di ripoliticizzare questioni di assoluta rilevanza collettiva, come la salute, l’occupazione, la tutela dell’ambiente.

I fenomeni che a nostro avviso emergono dal racconto della vicenda Caffaro riguardano, da un lato, la (s)valutazione del rischio e, dall’altro, i meccanismi di attribuzione della colpa attraverso cui viene conferito senso a una “situazione marginale” (Berger, Luckmann, 1969). Con riferimento alla valutazione del rischio, il quadro teorico rimanda in primo luogo al pensiero di Ulrich Beck e alla sua concettualizzazione della società del rischio, una forma della modernità profondamente segnata dai pericoli che essa stessa produce e con cui è costretta a convivere. Secondo Pellizzoni (2020) il rischio raggiunge, nella “seconda modernità” (Beck, 2000), una pervasività che lo rende incontrollabile. Le istituzioni, pubbliche e private, preposte per la funzione di distribuzione dei servizi e dei beni fondamentali al cittadino, nel periodo di tempo descritto da Ruzzenenti (1895-2002), hanno in realtà distribuito sul territorio “mali” determinati dal grande inquinamento prodotto dall’attività produttiva.

La distribuzione dei potenziali rischi, ma anche dei potenziali benefici, è dipesa in grande misura dal posizionamento e dal ruolo degli attori in campo. Ruzzenenti lo mostra con chiarezza ricostruendo la rete degli attori e le modalità attraverso cui essi hanno contribuito a produrre e a distribuire “mali” presentati e legittimati come “beni” (Pellizzoni 2020). Tornando alle parole di Ruzzenenti, questi “mali”, per diverso tempo, non furono tenuti in considerazione dai proprietari dell’azienda, nonostante fossero a conoscenza delle potenziali conseguenze, evidenziando una volontarietà nel dare poco peso ai rischi generati dalla produzione. Si assiste così a un passaggio tanto semplice quanto pericoloso: dalla valutazione alla svalutazione del rischio da parte di un potere solo apparentemente “arcano”.

Luigi Pellizzoni (2020) ricorda come l’esposizione a questo tipo di minacce possa determinare nuovi meccanismi di solidarietà, dando origine a dinamiche di mobilitazione sociale.

A Brescia è avvenuto proprio questo: le mobilitazioni dal basso hanno reso possibile un cambio di rotta nel modo di leggere e affrontare il problema. Un primo passaggio decisivo è stato rappresentato dal lavoro di ricerca indipendente dello stesso M. Ruzzenenti, il quale ha permesso di rendere pubblica ed evidente la situazione che Brescia stava vivendo. Successivamente si sono attivate le diverse istituzioni locali che, nel rispetto della salute dei cittadini, si sono attivate avviando un processo di analisi e approfondimento del problema. Nel corso di uno dei seminari preparatori al viaggio, abbiamo ascoltato la testimonianza tecnica di un medico che lavorava presso una ASL di Brescia come coordinatore veterinario proprio nel momento in cui la situazione stava venendo allo scoperto. Ci ha spiegato come si è arrivati a riconoscere l’alterazione molecolare conseguente all’esposizione prolungata alla contaminazione, per arrivare a definire una soglia limite per la presenza di agenti contaminanti nelle falde acquifere e nell’aria.

L’emersione e la circolazione di queste conoscenze hanno favorito l’attivazione della società civile, che si è progressivamente compattata attorno a un meccanismo che l’antropologa Mary Douglas (1992) definisce “attribuzione di colpa”. Tale meccanismo, nella rilettura proposta da Susanna Arcieri (2019), riflette il modo in cui una collettività reagisce all’individuazione di un agente esterno responsabile del danno, contribuendo a ridefinire i confini di ciò che è considerato giusto o sbagliato. In questo processo, la comunità colpita tende a ricomporsi attorno a un’identità condivisa, contrapponendosi al “nemico” individuato e ricostruendo un senso di appartenenza precedentemente eroso dalla sfiducia nei confronti della tecnica e delle istituzioni.

Da qui si apre la possibilità di attivare una dinamica di ri-politicizzazione di soggettività sociali colpite dall’inquinamento: una ripoliticizzazione che può prefigurare la costruzione di nuovi spazi di azione collettiva, capaci non solo di de-arcanizzare il potere, ma anche di ribaltare le narrazioni, di matrice neoliberista fondate sull’esaltazione del progresso economico a scapito della tutela di diritti fondamentali, primo fra tutti quello alla salute.

Fig.11 Chi ha preso parte al “viaggio”

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3 BresciaToday Caffaro, progetto Esecutivo, 14 ottobre 2025.

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