Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Viaggio in Palestina

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Yara è il “nome d’arte” di un’italiana di 34 anni, nostra collaboratrice. Chi volesse dialogare con lei può rivolgersi alla Redazione all’indirizzo ruzzo@ibero.it.

AUTUNNO 2025

Parto perché ho bisogno di capire.
Parto perché non riesco a trovare un senso allo stare.
Parto perché ciò che vedo mi ripugna.

Ho bisogno di significare la mia vita con delle azioni profonde,
il mio lavoro, la mia quotidianità, non bastano più.
Era tanto che pensavo a questo viaggio e ora, finalmente, parto. E basta.

Episodio 1 – Trekking nel deserto, Gerico

La Palestina inizia a sorprendermi dal giorno 1. Prima di partire, immaginavo me stessa fare attivismo a tempo pieno, raccogliere olive e dedicare anima e corpo al supporto delle comunità rurali, e invece, complici le ferie sfasate rispetto alle azioni di un gruppo di amici e amiche attivisti, mi ritrovo al mio primo giorno in Cisgiordania su un autobus da 52 posti in direzione deserto ad ammirare un arcobaleno figlio delle prime piogge. Un amico palestinese che vive nella mia città mi aveva proposto prima della partenza di aggregarmi a questo gruppo di guide, amiche e amici, che ogni venerdì organizzano escursioni in natura per scoprire il proprio territorio e passare piacevoli giornate in compagnia.

Un trekking in Palestina? Sul serio? Mmm…e perché no?!

Non conoscevo nessuno, un po’ timida temevo di trascorrere la giornata ad ammirare il paesaggio in solitaria e invece, l’apertura, l’interesse e la simpatia delle altre camminatrici e camminatori mi hanno conquistato. E che casino! Sembrava una festa, non un trekking!

Poco dopo l’inizio del cammino incontriamo dei coloni, alcuni in motocross, altri con le bici elettriche. Siamo fortunati, non ci creano problemi. Un ragazzo del gruppo mi sottolinea che a loro non è neanche consentito andare in giro in motocross per quel territorio.

Durante il cammino ho l’occasione di chiacchierare con diverse persone ma una storia mi colpisce in particolare, quella di Khaleel, giovane ventenne originario di Gerusalemme. Khaleel ama fare di tutto: cammina, arrampica, fa immersioni con e senza bombole, cerca posti senza inquinamento luminoso per ammirare il cielo notturno; ogni venerdì si obbliga a fare attività sportiva per non rimanere a casa. Kufr’Aqab, dove abita, è un agglomerato urbano che ospita più del doppio delle persone per cui era stato progettato, poiché tutti gli abitanti di Gerusalemme che vengono cacciati dalle proprie case vi trovano rifugio. Kufr’Aqab viene definito un luogo senza legge: l’Autorità Palestinese non ci mette piede, l’esercito israeliano fa dei raid notturni in cui perquisisce e ribalta appartamenti, uccide persone senza alcuna giustificazione. Spesso l’aria è intrisa di diossine a causa dei fuochi a cielo aperto per lo smaltimento dei rifiuti.

Khaleel è attualmente iscritto a Tecniche di laboratorio medico all’Università Al Quds di Gerusalemme est, dopo essersi trasferito dal corso di Farmacia. La scelta non è casuale: le discipline mediche di Università in territorio palestinese sono le uniche che Israele riconosce e che quindi consentirebbero a Khaleel di avere più opportunità lavorative in futuro. Biologia marina, la sua vera passione, dovrà attendere la fine di questo percorso di studi. Nel frattempo, Khaleel, per diverse ragioni, vorrebbe fare un periodo di studi all’ estero, ma anche questa è un’ardua impresa. Dopo aver vinto un application per andare a studiare in Germania presso un’università convenzionata, ha ricevuto una cattiva notizia: le autorità israeliane gli consentivano di partire ma non gli avrebbero riconosciuto alcun esame al ritorno.

Ripenso a me, al mio percorso, alle emozioni che ho vissuto quando preparavo il mio anno in Erasmus, la felicità di partire. Come avrei reagito di fronte a tale sopruso? Come avrei gestito la mia rabbia? Al tempo non mi rendevo conto di essere una persona privilegiata.

Episodio 2 – Zaid Zeitun, olio di oliva

Com’è andata la raccolta delle olive in Palestina in quest’autunno 2025? Uno schifo! E come doveva andare!?

Cambiamento climatico, poche piogge, poche olive. Per il secondo anno di fila, contraddicendo la regola dell’alternanza annuale. Ma fosse solo questo…negli ultimi mesi le ulivete hanno subito attacchi da parte dei coloni di ogni tipo, gli ulivi sono stati abbattuti, incendiati, sequestrati. E dove ancora si sarebbe potuto raccogliere? I coloni hanno cercato in qualsiasi modo di ostacolare l’accesso alla terra. Nel villaggio della coordinatrice della ONG per cui faccio la volontaria, tutte le famiglie si sono organizzate per andare insieme a raccogliere nella speranza che il numero facesse la forza. Sono riusciti a raccogliere per meno di un’ora, poi li hanno minacciati di portarli in carcere se avessero continuato.

Ma per fortuna qualche storia fortunata c’è: le amiche e gli amici di Mondeggi e Arvaia ce lo hanno raccontato nel loro diario1. Il loro progetto si chiama C.A.S.A.¸ Comunità Agricola di Solidarietà Attiva, un progetto agroecologico che risponde alle richieste esplicite di agricoltori palestinesi e che si basa sul supporto diretto nel lavoro agricolo, in questa missione raccolta delle olive, per l’appunto.

Ma poteva finire qua il drammatico quadro dell’olio di oliva 2025? Ovviamente no. Alcune aziende con base in Palestina o in Israele si sono date alla produzione e al commercio di olio contraffatto. Usano olio vecchio, scarti del frantoio e oli di semi vari per confezionare un mix che con la qualità dell’olio extravergine di oliva palestinese non ha niente a che fare. Ma non solo: alcune aziende basate in Israele riescono anche a sintetizzarlo chimicamente, creando una miscela che rispetta tutti i parametri delle analisi di laboratorio che normalmente vengono fatte per accertarsi che sia o non sia olio extravergine di oliva. Solo grazie all’odore e al sapore, chi ne ha esperienza, riesce a rendersi conto che è falso.

Episodio 3 – Insegnanti in sciopero

Ieri mattina le insegnanti e gli insegnanti della West Bank sono scesi in piazza davanti al Ministero dell’istruzione per protestare contro le pessime condizioni lavorative che da anni devono affrontare. Non è una novità qui a Ramallah, purtroppo. Dal 2013 la loro condizione lavorativa è andata via via peggiorando, fino a che, dal dicembre 2021 non ricevono più lo stipendio completo. Ogni mese non sanno quanto riceveranno, il 50%? il 60 %? Lo scoprono il giorno prima di riceverlo. In questi 4 anni hanno toccato un minimo del 35% e un massimo del 70%. Quando va bene arriva il giorno corretto, il 5 del mese, quando va male può arrivare anche con 1 o 2 settimane di ritardo. Secondo il governo palestinese la causa risiede nel mancato rispetto degli accordi di Oslo da parte di Israele: l’entità sionista controlla tutte le frontiere della West Bank e incamera le tasse di ogni bene, dalle fonti di energia fossile alle sigarette. Secondo gli accordi una percentuale di queste tasse dovrebbe essere versata all’ Autorità Nazionale Palestine che così riuscirebbe a far funzionare i propri servizi. Con il mancato versamento del 100% di tale somma, l’ANP si trova quindi senza i fondi necessari per poter pagare a prezzo pieno tutti i suoi dipendenti, non solo le insegnanti.

Il corpo insegnante, quindi, entra regolarmente in sciopero, ma non tutto, solo quella parte che se lo può permettere: le neoassunte e i neoassunti sono troppo ricattabili e vengono minacciati costantemente di licenziamento se si azzardano a protestare. La settimana scorsa una decina di insegnanti, proveniente principalmente del sud della Palestina (Hebron), sono stati licenziati proprio per questo motivo, uno di loro era in servizio da 35 anni.

Inutile dire che la fiducia del corpo insegnante nei confronti del proprio governo è nulla.

Episodio 4 – The dream of my family

Oggi Bilal, il mio insegnante di arabo, mi ha portato a vedere la casa in cui vorrebbe vivere con la sua famiglia: un cantiere, bloccato dall’ aprile 2024.

Bilal, i suoi 3 fratelli e sua sorella, hanno comprato insieme il terreno in cui avrebbero voluto costruire la loro casa nel 2017. Si sono informati bene prima di farlo: in catasto gli hanno assicurato di avere tutti i documenti che attestano i passaggi di proprietà tra palestinesi, in Comune gli hanno detto di non preoccuparsi, quella è sì area C, ma confina direttamente con un territorio in area B, e fa parte di un’area urbana più grande (area A); per di più non c’è nessun insediamento di coloni nelle vicinanze, “safe area”. Fatti i vari permessi, dal 2020 hanno iniziato i lavori, hanno livellato il terreno e chiamato un’impresa edile per la struttura portante. Avevano appena finito lo scheletro esterno, quando il 19 aprile 2024 arrivano dei soldati dell’IDF, appendono degli avvisi di intimazione di interruzione dei lavori a 5/6 case e poi se ne vanno, per non tornare più. L’ avviso è una minaccia: manca un permesso israeliano, se non lo ottieni non puoi andare avanti, se te ne freghi poi potrebbe essere molto peggio. Appoggiandosi a degli avvocati, Bilal e i suoi famigliari hanno quindi richiesto il permesso, ma da allora nessuna risposta. Solo un eterno limbo.

Che fare? Aspettare? Rischiare?

Questi sono i dubbi che assillano Bilal, che nel frattempo va avanti a pagare il mutuo della casa nuova, l’affitto della casa attuale e non riceve lo stipendio pieno da 4 anni, come tutti gli insegnanti.

Episodio 5 – Om Sleiman Farm

Finalmente si torna in campo! Una ventata di aria fresca, di sana agroecologia, anticapitalismo, transfemminismo e totale disinteresse religioso: una giornata aperta di volontariato presso l’azienda agricola Om Sleiman Farm.

Om Sleiman Farm è un’azienda agricola fondata nel 2016 da due ragazzi, uno di Gerusalemme e uno di Gaza, che si sono casualmente conosciuti in ostello a Ramallah. L’area in cui si trova l’azienda (area C) fa parte del comune di Bil’in e si trova direttamente di fronte alla colonia di Modi’in Illit. La storia di questa terra è la storia di un movimento di resistenza. Inizialmente quest’area era stata confiscata per costruire il muro e la colonia di Modi’in Illi, ma una volta realizzato cosa stava accadendo, gli abitanti del luogo, aiutati anche da altri attivisti, hanno avviato una protesta a oltranza fino a che hanno ottenuto la restituzione del 30% dell’area confiscata.

La storia di questa resistenza viene raccontata nel documentario “5 broken cameras”.

Quando i fondatori di Om Sleiman Farm erano in cerca di terra in cui avviare una produzione organica e rigenerativa hanno conosciuto il proprietario del terreno che ha visto in loro una speranza e ha creduto nel progetto, cedendo a loro la terra gratuitamente.

Attualmente Om Sleiman Farm è una Comunità in Supporto all’Agricoltura (CSA) gestita da due donne con l’aiuto di altri membri di Bil’in che aiutano nei diversi progetti e nel lavoro agricolo; 30 nuclei familiari, alcuni individui, altre famiglie, ritirano la propria cassetta settimanale in azienda o a Ramallah. L’azienda si ispira ai valori dell’agricoltura sintropica ed organica rigenerativa, i loro filari sono progettati in agroforestazione e hanno un mix di piante, alcune tropicali, altre mediterranee. L’annualità si divide in stagione estiva e stagione invernale e producono più di venti tipi diversi di ortaggi e quindici di erbe aromatiche. Quest’anno, per la prima volta, a causa dell’estate torrida, del costo e della scarsità dell’acqua, hanno deciso di interrompere la produzione durante l’estate. Accolgono volontari e volontarie da tutto il mondo, che aiutano nei lavori agricoli, nella preparazione dei pasti e nella cura del luogo.

Solo lo sguardo, che ogni tanto cade su quel muro che hai di fronte, ti ricorda che sei in un territorio sotto occupazione e che quel progetto è un avamposto di resistenza.

Episodio 6 – L’altro lato del muro

Rientro a casa dopo una lunga giornata a Gerusalemme, la testa confusa, il corpo stanco.

Sono uscita di casa alle 7.10, mi sono presa una bella lavata con la seconda pioggia della stagione (benedetta lei) e sono rientrata verso le 19. Il rientro è iniziato alle 16.30 circa dalla Hebrow University: bus israeliano – tram israeliano – bus arabo – checkpoint a piedi – bus palestinese – taxi. 2h30 per fare 20 km.

Ma la testa non è confusa dagli spostamenti, sono le quattro densissime ore passate con David, ragazzo israeliano della mia età che sta svolgendo un Phd in ecologia alla Hebrow University, a riempirmi la scatola cranica. Quattro ore di chiacchiere filate, interrotte solo dalla pioggia e dal rendersi conto del tempo passato e del lavoro abbandonato.

Ho conosciuto David nel 2015, quando lavoravo in un ostello nella Patagonia argentina, lui era di passaggio, in viaggio con un’amica. Una sera ci eravamo attardati nella sala comune dell’ostello per parlare della questione palestinese ed ero rimasta colpita dal modo non banale e stereotipato con cui affrontava il tema. Dopo tanto tempo, qualche mese fa, ho deciso di riesumare il contatto facebook per capire cosa pensasse della situazione politica attuale e qualche giorno fa gli ho chiesto se potevamo incontrarci, mi sembrava un’occasione da non perdere, anche se ero abbastanza preoccupata. Non sapevo se potessi fidarmi del tutto di questa persona, ho pensato di inventare una scusa per giustificare il mio viaggio, avevo il timore che potesse denunciarmi sapendo che stavo vivendo a Ramallah.

E invece David era curioso, voleva sapere com’era Ramallah, com’erano le mie impressioni, le mie sensazioni. Lui non ci è mai stato, non può andarci, un cartello gigante vieta agli israeliani di entrare, dangerous zone. Ma prima degli anni 2000 molti israeliani se ne fregavano, a volte andavano lì a fare la spesa perché costava meno. Ora no, da parecchi anni la situazione è cambiata e, dopo il 7 ottobre, tutto va sempre peggio.

Così mi ritrovo a fare qualcosa che non avrei pensato di fare e che anzi, pensavo gli avrei dovuto tenere nascosto: gli racconto di come sono le strade di Ramallah, di quella sensazione di sicurezza nell’attraversarle, dei vecchietti tranquilli in al Manara square con pacchi di banconote in mano che ti cambiano gli shekel. David è stupito, nei territori Israeliani la criminalità nei villaggi arabi è molto alta (con la complicità del Mossad mi spiegherà poi un altro amico), ma in West Bank no, i problemi son ben altri. Gli racconto così delle persone che ho conosciuto, della loro ospitalità e gli mostro le foto dei piatti tipici che ho mangiato: “È uguale al nostro cibo” commenta. In quel momento penso a un ponte culturale, a una vicinanza, ma col tempo scoprirò che non è così, poiché occupazione significa anche appropriazione gastronomica.

A David racconto le storie di quotidiana occupazione con cui sono entrata in contatto: di alcune cose ne era al corrente, di altre no. Non ne ha giustificata neanche una e ha criticato il suo stesso governo e i pazzi che lo compongono e sostengono. Uno spiegone politico sulla composizione della società e del governo in Israele mi ha fatto capire come il pensiero all’interno dell’entità sionista non sia unilaterale e come la peggior porzione criminale della società sia sovrarappresentata a livello parlamentare.

David è stato in Cisgiordania solo come soldato, più di dieci anni fa. Nel 2013 un suo collega ha sparato alla schiena a un ragazzo palestinese che stava fuggendo dopo aver fatto un buco nella rete. David ha testimoniato contro di lui durante l’indagine che ne è seguita: il soldato aveva sparato per lo stress di vedere il colpevole del buco nella rete fuggire, non perché minacciato. Ha scontato 3 anni di reclusione, uno dei pochissimi casi in cui è stato riconosciuto un valore, seppur minimo, alla vita di una persona palestinese.

David sostiene il boicottaggio nei confronti di Israele, crede molto nella forza che questo possa avere, nonostante ne paghi le conseguenze con il suo lavoro quotidiano in università. Accusa i coloni violenti di terrorismo e per lui, per avere una reale pace, bisognerebbe riconoscere lo Stato di Palestina ed interrompere totalmente l’occupazione in West Bank. Non in Israele ovviamente, quella è casa sua. Era sicuro che anche i palestinesi avrebbero optato per questa scelta e sarebbero stati contenti di non dover mai più vedere un soldato israeliano per tutta la loro vita. Gli ho detto di no, per loro la Palestina non ha i confini della West Bank, tutto ciò che è Israele è considerato ancora una casa in cui tornare, anzi ne vanno orgogliosi e ti chiedono di andare a visitare quei territori, per non lasciare che siano un appannaggio solo israeliano. Per quanto riguarda la questione uno Stato-due Stati, gli ho raccontato che molti palestinesi non hanno neanche interesse ad affrontare questo tipo di discorso, l’occupazione riempie talmente tanto le loro esistenze che non hanno altro a cui pensare: stop occupazione! Poi si vedrà… “Quando racconti della mancanza di spazio mentale dovuto all’occupazione mi sembra di sentire i racconti di mio nonno degli anni ‘20, quando la mia famiglia era discriminata in Polonia. Mio nonno mi ha sempre pregato di non tornare mai più in quel posto, manco per una breve visita”.

David non ha un secondo passaporto, non ha un’altra terra in cui tornare, è spaventato dalla frase “From the river to the sea”, teme il razzismo che potrebbe vivere, le deportazioni, le esecuzioni…la stessa cosa che vivono quotidianamente i palestinesi dal ‘47, lo stesso che hanno vissuto i suoi antenati in Europa. Mi racconta del giubilo del 14 maggio ’48 quando tutti gli ebrei si sono riversati nelle strade per festeggiare la risoluzione ONU che sancisce la nascita dello Stato di Israele. I presupposti della Nakba, la catastrofe per i palestinesi, che hanno subito un massiccio esodo forzato.

Mi racconta della sorella che vive a Londra e della paura crescente per gli atti di antisemitismo che lei ed altri ebrei stanno vivendo. Un fenomeno che personalmente avevo sottovalutato: tra tutto quello che sta succedendo non è mai stata la mia priorità. Ma sbagliavo: antisemitismo = alimentazione della paura = bisogno di rifugio = trasferimento in Israele alla ricerca di protezione = alimentare lo Stato criminale.

Chiedo a David se ha mai parlato con un palestinese: “No”. Gli chiedo se gli andrebbe di conoscere il mio amico. “Non posso. Dove, come?” Ma dopo una prima sincera reazione di timore, acconsente.

La pioggia ci interrompe, appena troviamo riparo parliamo delle nostre vite, David ora è sposato e padre di tre figli, e quando finalmente ci salutiamo mi dice: “Dì alla famiglia del tuo amico che gli auguro tutto il bene”.

Riprendo il cammino, passo davanti alla Knesset e aspetto un autobus che non passa.

Dentro di me un forte senso di confusione, i tasselli del puzzle che si sono aggiunti oggi rendono la questione sempre più complessa, meno stereotipata. Non posso fare a meno di sentirmi in colpa, ho fraternizzato col nemico? Ma chi è il nemico?

Durante la conversazione avevo riportato a David un discorso che mi aveva fatto un ragazzo palestinese: non esistono attivisti israeliani buoni, se ti rendi conto che essere parte di quello Stato vuol dire causare la morte e sofferenza di migliaia di persone, l’unica possibilità che hai è andartene. “Se ce ne andiamo anche noi l’unica strada per Israele sarà l’oblio, io credo che sia nostro dovere resistere a questa attuale follia”.

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Episodio 7 – Travel ban

Immagina.

Viaggio di lavoro in Turchia, tutto pronto, biglietto preso. Autobus fino al confine con la Giordania per andare a prendere il volo da Amman.

No, non puoi uscire, hai un travel ban.

Come? Che cazzo vuol dire?

Nessuno me l’ha notificato.

Non li notificano mai.

Torni indietro.

Che cazzo succede se mi fermano a un checkpoint? Boh.

Nel dubbio, non esco da Ramallah.

Per quanto dura questo travel ban? Boh.

L’avvocato non lo sa.

Da quanto era attivo? Boh.

Probabilmente qualche anno.

Perché me l’hanno dato? Boh.

C’è depositato un file segreto negli atti, solo il giudice può vederlo, l’avvocato no.

Domande senza risposta, cambio avvocato, ancora attesa.

Alla frontiera per vedere se nel frattempo me l’hanno revocato non ci vado.

Mi incazzo, erano mesi che non ci pensavo: vuol dire che sto normalizzando questa cosa? Non è normale per niente, cazzo. Non posso normalizzarla.

Non posso neanche passare le mie giornate a pensarci.

Vivo in una prigione a cielo aperto, questa è la mia vita, punto.

Possiamo cambiare argomento per piacere?

Episodio 8 – Nablus

Mercoledì pomeriggio, finito il lavoro, parto con Abeer, la mia responsabile in PENGON, per Nablus. Nablus è la città natale di suo marito, dove vive con i suoi tre figli in una casa meravigliosa sopra il supermercato di famiglia.

Abeer ama la città di Nablus, ma preferisce vivere a Ramallah. Mi immagino mille ragioni diverse per questa preferenza, ma le sbaglio tutte: Abeer preferisce Ramallah perché secondo lei gli abitanti di Nablus sono troppo pieni di sé, si sentono superiori al resto della Palestina e lo dimostrano ad ogni incontro. La prima cosa che un abitante di Nablus ti chiede non è il tuo nome, ma quale sia la tua famiglia, per valutare il tuo status. La gerarchia è data: centro città, periferia, campo profughi, campagna. Qui a Nablus dicono che ci sia il centro storico più bello di tutta la Palestina, il cibo migliore di tutta la Cisgiordania e così via. 

Ciò che è certo è che Nablus è una delle città della Cisgiordania più assediate, i checkpoint che la circondano sono quasi sempre attivi e quello che dovrebbe essere un viaggio di un’ora da Ramallah può richiedere un tempo imprevedibile. A metà strada tra le due città c’è un checkpoint devastante: quando è chiuso, si può restare fermi in coda fino a sei ore. Fortunatamente non è questo il giorno, e percorriamo la strada senza problemi. Il panorama è impressionante: bandiere israeliane ogni 20 metri, issate solo due settimane prima per rimarcare la presenza degli occupanti; una rete alta 3-4 metri con filo spinato che divide il villaggio dalla propria terra, per dissuadere i proprietari dal raggiungerla; pini, giardini irrigati e vigneti ordinati che alterano il paesaggio classico palestinese, un altro modo di occupare il territorio. Arriviamo alle porte della città: “Casa mia è a 5 minuti da qui, ma siccome il checkpoint è attivo, facciamo il giro largo per evitarlo”. Risultato: non incontriamo nessun soldato, un’ora in più di strada.

Abeer ha appena comprato una casa a Ramallah. Ha la lucida consapevolezza che quello che adesso sembra impossibile un giorno accadrà: “Quando hanno iniziato a costruire il checkpoint di Qalandyia, una sorta di frontiera tra Ramallah e Gerusalemme, nessuno avrebbe mai creduto che sarebbero riusciti a farlo sul serio, e invece ora è normale. Ho paura che un giorno divideranno la Cisgiordania in due, e temo che diventerà impossibile per me raggiungere il mio posto di lavoro e la mia famiglia d’origine, che vive a Betlemme, a sud di Ramallah”.

Arriviamo a casa di Abeer, meravigliosa. La sua famiglia è estremamente accogliente: mangiamo due deliziosi piatti palestinesi, molokhia e mosakhane, poi suo marito ed io usciamo per comprare gli knafeh, dolce tipico palestinese per il quale ormai ho sviluppato una dipendenza, e vedere la città dall’alto.

Il giorno dopo, Abeer ed io, andiamo nella città vecchia. Si respira un’aria diversa da quella di Ramallah, più tesa, più povera, meno disposta all’incontro fortuito per strada. Memore del racconto di un altro amico chiedo ad Abeer se per me sarebbe stato sicuro essere qui da sola. Mi risponde di sì, per me, come donna, non ci sono problemi, ma un uomo occidentale potrebbe essere scambiato per un colono e la gente potrebbe non reagire molto bene. Le incursioni notturne di esercito e coloni sono quotidiane, i rumori di esplosivi per strada pure, se non ne sei abituata, possono fare molta paura, mi dice.

Nonostante questo, la città è bellissima; la chiara pietra ricorda molto quella di Gerusalemme. Visitiamo una fabbrica di sapone storica: il processo di produzione è lo stesso da 150 anni, così come gli ingredienti — olio d’oliva di scarto del frantoio, soda, acqua. Solo il riscaldamento non viene più fatto con i residui solidi del frantoio ma con il diesel, più veloce. L’incanto della visita svanisce appena saliamo le scale: nello stanzone in cui il sapone si solidifica, tre lavoratori, seduti a terra, impacchettano a mano i cubi di sapone, guadagnando 1 shekel (meno di un terzo di euro) per ogni scatola da 10 kg riempita (ne riempiono circa 50 al giorno) mentre due operai si caricano sulla schiena quattro scatole da 10 kg l’una e fanno su e giù dalle scale per 50 shekel al giorno per sette ore di lavoro. Faticano, i loro volti sono tesi; mi sento malissimo nel mio ruolo di visitatrice. L’uomo che ci stava mostrando la fabbrica mi regala persino una saponetta, non facendo altro che aumentare il mio senso di disagio.

Il lavoro a cottimo è ancora molto diffuso nella società artigianale e rurale palestinese, e tutto ciò che posso fare è portare a casa un altro, duro, schiaffo di realtà.

Episodio 9 – Jenin

Spostarsi in Cisgiordania è come giocare d’azzardo, può andarti bene o può andarti male. Per limitare la casualità nei loro spostamenti quotidiani, i palestinesi hanno creato dei gruppi Whatsapp e Telegram in cui scrivono informazioni in tempo reale sulla chiusura o apertura dei checkpoint, di modo che una persona possa avere un minimo di scelta sulla strada da percorrere, quando possibile. Questo sistema si è evoluto recentemente in un’app vera e propria, che però attualmente non funziona.

Per andare da Nablus a Jenin ci sono due possibili strade, ma questa volta la scelta è obbligata, e non per colpa di un checkpoint: la strada che passa per Tubas è attualmente Zona Militare Chiusa, una forma di intervento dell’esercito che gli consente di fare tutto ciò che vuole. Con i bulldozer rompono le strade, distruggono il sistema idrico e quello elettrico, abbattono case. Sequestrano e interrogano persone per ore, giorni. Ieri, per esempio, una decina di persone sono state sequestrate durante tutta la giornata e rilasciate nel mezzo della notte con mani legate e nessun effetto personale, nel mezzo del nulla. L’unica cosa che potevano fare era camminare verso casa.

Arrivo a Jenin con un orange bus, uno dei tanti furgoni Ford Transit che percorrono in lungo e in largo tutta la Cisgiordania. Alla stazione dei bus viene a prendermi Ali, il figlio di Khalid. Quando sei in viaggio in West Bank non vieni mai lasciata sola: le persone che ti ospitano si assicurano sempre di affidarti ad un’altra persona, aspettano che il tuo bus parta e ti chiamano per sapere se sei arrivata ed è andato tutto bene.

A casa di Khalid la televisione è accesa: abituarsi ad Al-Jazeera da un’altra prospettiva del mondo, un altro baricentro. La notizia più sconvolgente della giornata è quella dell’esecuzione da parte dell’IDF di due giovani disarmati a un chilometro da casa di Khalid. Scoprirò poi che anche i media israeliani, tranne quello legato a Netanyahu, hanno condannato l’accaduto.

Jenin è una città massacrata, la vita sociale è ridotta a zero, il cinema non esiste più. Meno di due anni fa molte zone della città sono state distrutte, l’asfalto divelto, il sistema idrico distrutto, i detriti spinti nei cortili delle case delle persone. Circa 22.000 persone sono state cacciate dalle proprie case, 14.000 dal Refugee Camp, le altre dai quartieri adiacenti della città. Dopo i primi giorni di riparo nei corridoi delle moschee o degli edifici pubblici, le persone hanno poi trovato rifugio a casa di familiari, hanno affittato altri appartamenti coperti per alcuni mesi dal governatorato di Jenin, si sono trasferite nell’Arab American University housing, poche avevano una seconda casa, nessuno è rimasto per strada. Ogni casa distrutta dagli occupanti viene ricostruita dai residenti o, in alternativa, altri tipi di alloggio vengono forniti. Jenin viene descritta come “unyielding to occupation”, intransigente/incrollabile/irremovibile all’occupazione, e proprio per questo fortemente colpita dagli occupanti. Non molla, ricostruisce.

La famiglia di Khalid è super accogliente, sua moglie una cuoca bravissima. Mangiamo insieme Malfoof (riso arrotolato in foglie di verza) e usciamo per comprare un immancabile knafeh.

Il giorno dopo io e Khalid andiamo insieme a fare il classico trekking del venerdì: il gruppo questa settimana aveva pianificato di venire a Jenin, in una zona fortunatamente sufficientemente lontana dalla zona militare chiusa. 

Finalmente vedo il verde, i campi coltivati, le serre, gli alberi da frutto, e pure un allevamento di cammelli (sia da latte che da carne). In lontananza si vede la pianura di Marj Ibn Amer, la pianura più estesa e fertile di tutta la Palestina, considerata la culla dell’agricoltura palestinese, nonostante parte di essa si trovi nei territori occupati nel ‘48. Camminiamo immersi negli ulivi e ci godiamo un’altra giornata di sole.

Episodio 10 – The Land is the Mother

L’unica volta che ho provato la sensazione di volermene andare il prima possibile dal luogo in cui mi trovavo è stato a Tulkarem. Un amico di un’amica mi aveva consigliato di visitare l’azienda agricola della famiglia Taneeb, in un villaggio appena fuori città, per la significatività della loro storia, così avevo contattato Fayez via facebook e lui, senza conoscermi e senza chiedermi alcunché, mi aveva detto che sarei stata la benvenuta.

Sabato mattina presto sono quindi arrivata a Tulkarem con l’orange bus da Jenin. Appena scesa dal bus ho provato un’inaspettata sensazione di piacere: anche se separata dalla costa da un muro infinito, l’aria del mare, il tepore, il colore della chiara pietra e le case basse mi hanno riportato a un immaginario costiero.

Ho preso un taxi fino all’ingresso dell’azienda della famiglia Taneeb: l’autista non voleva arrivare fino al punto che mi era stato inviato su maps, troppo vicino al muro, troppo pericoloso. Così abbiamo aspettato insieme sul ciglio della strada l’arrivo di Oday, il figlio di Fayez e con lui sono entrata in azienda.

I confini dell’azienda sono una vera tragedia: a ovest il muro che separa la Cisgiordania da Israele, ricolmo di telecamere e luci da stadio, “in quella torretta ci sono dentro dei soldati, meglio se non ci avviciniamo troppo”, a nord una fabbrica israeliana, trasferita lì poiché troppo inquinante per poter rimanere dentro l’entità sionista. Oltre il muro, l’autostrada sionista numero 6, estremamente rumorosa.

“Prima regola: questa è casa tua. L’unica cosa che devi fare è sentirti a casa, tra amici e parenti. Vieni, ti faccio vedere”. Mi porta a vedere le coltivazioni di pomodori, zatar, fagioli e frutti tropicali. “Questo è quello che siamo riusciti a fare negli ultimi mesi, una volta era diverso, facevamo corsi e workshop con gli studenti dell’università, la produzione era molto più diversificata, ma adesso è diverso. Dal 7 ottobre ci hanno impedito di entrare nella nostra azienda per 18 mesi, hanno incendiato una serra per avere una visuale più ampia dalla torretta e continuano ad intimidarci. Qualche mese fa hanno appeso fuori dall’azienda un documento che dice che ce ne dobbiamo andare, ma noi abbiamo contattato un avvocato e fatto ricorso. È dagli anni ’90 che abbiamo problemi, da allora la nostra azienda è stata distrutta per ben 3 volte. Il proprietario della fabbrica qui vicino è un ex-soldato e ha causato un sacco di problemi a noi agricoltori: più il tempo passa più ci ruba terra. Molti dei miei vicini hanno paura e se ne sono andati, ma noi resistiamo. Look, questa terra è coltivata dalla mia famiglia da generazioni, non l’abbandono. La nostra proprietà era originariamente di 35 dunam (1 dunam = 0,1 ettari), ora ce ne sono rimasti solo 12, così ne abbiamo dovuti affittare altri. Ma noi qui restiamo, la terra è la madre”.

“Facciamo solo agricoltura biologica, produciamo il nostro compost tea, il nostro biogas e abbiamo una cisterna da 250 metri cubi di acqua con i pesci per la fertirrigazione. Una volta avevamo anche i pannelli solari, ma li abbiamo tolti per paura che ce li distruggessero. Da quando questa fabbrica ha rubato la nostra terra abbiamo sviluppato un forte senso anticapitalista, il nostro motto è: “Water, Food and Energy are available to all of humanity if we follow the laws of nature and boycott the laws of capital”.

Lavorare qui è difficilissimo, questo campo, per esempio, ha cambiato destinazione un sacco di volte: prima c’era una serra, ma ce l’hanno distrutta, poi una rete di protezione dai cinghiali, ma ci hanno distrutto pure quella, ora ulivi, vediamo. Ieri invece è arrivato un drone, poi è arrivato l’esercito e ci hanno obbligato ad uscire dall’azienda”.

Trasalisco. WHAAAAAAAT quindi se quelli tornano anche oggi me li ritrovo davanti sul serio e che mi fanno, mi picchiano, mi portano via mi rispediscono Italia, non potrò tornare più in Palestina? AAAAA BABABABABA VIAVIAVIA.

Cercando di camuffare la mia ansia chiedo: “Ma se quelli vedono che c’è una persona internazionale non è un problema?”

“No, non ti preoccupare, vengono spesso a trovarci amici internazionali, senza il loro aiuto faremmo ancora più fatica”.

Considera: cos’è la mia paura di trovarmi di fronte all’IDF per la prima volta rispetto a più di 30 anni di vita passati a resisterci?

Proseguiamo la visita e arriviamo di fronte al vivaio: ulivi di un anno, due anni, tre anni.

Mi commuovo: “Come hanno fatto questi ulivi a sopravvivere ai 18 mesi in cui non siete potuti entrare in azienda?”

“La chiave per aprire l’irrigazione si trova fuori dall’azienda, vicino alla casa di un signore. Quando volevamo irrigare lo chiamavamo e gli chiedevamo di aprirla. Alcune piante sono morte certo, ma queste che vedi erano super rigogliose al nostro ritorno e abbiamo dovuto potarle parecchio”.

L’arrivo di un furgone ci interrompe: cinque ragazzi giovani scendono spavaldi e iniziano a parlare con Oday e sua madre, che nel frattempo ci aveva raggiunto dal lavoro in campo. Non capisco neanche una virgola di quello che dicono, colgo giusto ogni tanto la parola shekel, ma vedo il volto della signora, determinato, a tratti disperato. La scena dura circa un’ora: i ragazzi vanno avanti indietro dal vivaio, scelgono una sessantina di alberi, i più belli e grandi, li caricano e se ne vanno.

La contesa della discussione riguardava ovviamente il prezzo: la madre di Oday non era disposta a vendere gli alberi per meno di 30 shekel l’uno (8 euro) e i ragazzi volevano dargliene solo 20 (5,3 euro). La contrattazione è finita a 25 shekel, ma per alberi meno grandi rispetto a quelli portati poi via dai ragazzi. Gli alberi devono comunque essere venduti, e Oday e la sua famiglia non conoscono molti possibili acquirenti. La signora era affranta, con le lacrime agli occhi è tornata a seminare nuovi ulivi.

A quel punto Oday doveva fare delle commissioni fuori dall’azienda e mi chiese se volessi andare con lui. Dopo un attimo di incertezza, lo ringrazio ma gli dico che preferisco rimanere in azienda a seminare ulivi con sua madre e suo cugino: quel posto che mi aveva così spaventato inizialmente ora era un posto da cui non me ne volevo più andare.

Il programma della mia giornata stava iniziando a cambiare: avrei dovuto passare la mattinata in azienda, incontrare un’amica di un amico nel pomeriggio e poi prendere il bus per Ramallah. E invece no, quella cittadina mi stava dando delle emozioni potenti e decido così di non rientrare a Ramallah in giornata ma di fermarmi fino al giorno successivo.

Episodio 11 – L’incontro con Hiba

Dopo essere stata nell’azienda della famiglia Taneeb mi reco a casa di Hiba, dall’altra parte di Tulkarem, anche lei contatto di un amico di un’amica. Tra i tanti contatti che mi erano stati proposti, Hiba mi aveva incuriosito: il mio amico mi aveva raccontato che Hiba era una persona che amava portare in giro internazionali prima del 7 ottobre, ma che da allora in poi non se l’era più sentita, la sofferenza per quanto stava accadendo a Gaza l’aveva portata a chiudersi. Per fortuna decide di incontrarmi.

Nonostante la nostra relazione telematica non fosse partita proprio per il verso giusto a causa di una non chiarezza sull’orario di ritrovo, l’incontro con Hiba è stato sorprendente. Dopo pochi minuti sedute al tavolo della sua cucina ci troviamo a parlare di cose intime e profonde: paure, politica, amori impossibili, uomini che non ce la possono fare, amicizie vicine e lontane, prospettive di futuro, e spesso ci rispecchiamo l’una nei racconti dell’altra. In Hiba trovo anche una compagna di passioni e attenzioni sul cibo – finalmente, allora non è solo un lusso occidentale chiedersi chi produca e come quello che mangi! – e ci facciamo una super merenda con fagottini di spinaci e pizza fatta in casa da lei. Mi sento molto fortunata perché il regalo che avevo deciso di portarle era un vasetto di miele di castagno prodotto da un amico di Serle e non c’era persona che potesse apprezzarlo di più. Mi racconta che in Palestina un kg di miele buono può costare anche 100 euro WHAAAAAAAAAT e a volte capita di imbattersi in frodi in cui il miele venduto viene mischiato ad altro. Continuando a parlare di cibo scopro un’altra amara verità: l’occupazione dell’entità sionista passa anche per l’appropriazione culturale gastronomica e i piatti tipici arabi palestinesi sono rivendicati da Israele come piatti nazionali propri, disconoscendone le reali origini. Mi ritorna alla mente un commento di David “i nostri cibi sono uguali ai loro” e mi sento scema per aver pensato a un possibile ponte culturale, no, sempre di occupazione si tratta.

Hiba è un pozzo di conoscenza e mi spiega un sacco di cose: parliamo del sistema educativo israeliano e della narrazione vittimistica sionista che viene trasmessa ai bambini fin dalla tenera età, tocchiamo le origini dello stato di Israele e di come questo sia stato una disgrazia anche per gli ebrei iraqeni, ci spostiamo in Germania su una notizia che pare più una fake news che altro, ossia la pietà dello stato tedesco nei confronti di alcuni asini che da Gaza vengono fatti evacuare, asini sì, non bambini.. 

La densità dell’incontro è alta e il tempo fugge. 

Ci ripromettiamo di rincontrarci.

Episodio 12 – فطر, funghi 

Delle tante cose che mi sarei immaginata di fare in Palestina, immergermi nel mondo dei funghi non era stato neanche contemplato. Nella scala delle mie priorità mentali di viaggio in un territorio occupato, i funghi non trovavano spazio, inoltre, un falsato immaginario climatico, mi faceva pensare che il territorio fosse troppo arido per la presenza di una lunga tradizione di raccolta e utilizzo, immaginario supportato dai racconti di internazionali che non avevano alcun ricordo legato ai funghi. 

Ma anche questa volta mi sbagliavo. 

Fin dal primo giorno eccoli lì, silenziosi e onnipresenti compagni di viaggio, che emergono dai racconti di uno degli organizzatori del trekking. “C’è un’azienda grossa a Gerico che coltiva funghi, Amoro, 100% palestinesi, sono buonissimi!”. Incredula e incuriosita, nei giorni successivi faccio qualche ricerca online e scopro che l’azienda aveva ormai chiuso a causa del blocco delle importazioni operato da Israele, che tratteneva per mesi gli ordini di compost e micelio dell’azienda nei propri porti. Superato il primo momento di rabbia e delusione, mi dico che sarebbe stato comunque interessante provare a mettermi in contatto con queste persone ed organizzare un incontro. Mahmoud risponde al mio messaggio inviato al contatto aziendale ancora presente su internet e decidiamo di prenderci una birra la settimana successiva, dopo il mio ritorno dal nord della Cisgiordania. 

Anche questo incontro mi sorprende, la passione, la sperimentazione, la connessione con questi organismi viventi che affiorano dai discorsi di Mahmoud, mi riportano a quel fiume in piena travolgente di cui mi ero alimentata negli ultimi anni. Persino i racconti sulla tradizione di raccolta e uso in cucina mi richiamano le memorie delle raccoglitrici e dei raccoglitori della mia terra!

“Alla fine qui si vive in una normalità non normale, non me lo aspettavo”, dico.

“Esattamente così, parte della nostra resistenza è proprio questo, portare avanti i nostri desideri e le nostre vite, nonostante tutto. Ci ripenso spesso ai funghi, mi sentivo veramente connesso a quel mondo, ma purtroppo non era più sostenibile per noi rimanere all’interno del mercato. Siamo partiti col progetto grazie ad un’accurata analisi di mercato: cercavamo un prodotto consumato in Palestina, ma non ancora prodotto da palestinesi e a quel tempo importato esclusivamente da Israele, volevamo qualcosa di innovativo e fattibile che avrebbe dato un importante contributo alla nostra economia. Considera che le aziende agricole israeliane vendono al mercato palestinese prodotti di qualità B al prezzo dei prodotti di qualità A, per cui tutto ciò che non riescono a vendere nel mercato israeliano a causa della scarsa qualità lo riversano in quello palestinese. Coltivare e offrire alle persone palestinesi un prodotto di qualità era per noi una grande sfida. Abbiamo iniziato nel 2013 con una fase di sperimentazione durata due anni. Eravamo in quattro e dovevamo capire come organizzare la produzione senza investire 350.000 dollari nelle attrezzature e nei software necessari. Così, abbiamo comprato attrezzature semplici e disponibili localmente e chiesto l’aiuto di vari artigiani del posto per costruire delle strutture che in Palestina non erano mai esistite prima. Uno di noi è una leggenda dell’informatica: ha creato e programmato il software necessario a gestire i parametri di temperatura, umidità, CO2, … di quattro camere di coltivazione e così, in due anni di sperimentazione, abbiamo superato di 1 kg lo standard internazionale di produzione di champignon al metro quadro: 31 kg al posto di 30. Eravamo gasatissimi e appena ci siamo proposti sul mercato abbiamo riscosso grande successo. Siamo riusciti a conquistare in breve tempo l’80% del mercato palestinese di funghi, ma ovviamente, in uno Stato sotto occupazione, questo non poteva durare a lungo. Le nostre importazioni di micelio arrivavano dall’Olanda e l’entità sionista, dopo aver perso così tanta quota di mercato, ha iniziato a sequestrarle per mesi, interrompendo così la nostra produzione e facendoci arrivare il prodotto invecchiato e meno efficiente. Per un po’ di tempo siamo riusciti a portare avanti il progetto, ma dopo 5 anni era diventato impossibile riuscire a stare dentro al mercato e così, con grande dolore, abbiamo chiuso”.

Mentre racconta rivivo dentro di me tutta le difficoltà di avviare una piccola produzione di funghi in Italia, la sperimentazione, le contaminazioni, il raccolto non sufficiente per giustificare le ore di lavoro, la perseveranza del mio socio, e provo una stima infinita per queste persone che non avevano a che fare solo con la messa a punto del processo o con la rognosa burocrazia italiana, ma si dovevano confrontare ogni giorno con l’occupazione sionista, un mondo neanche immaginabile per noi, una realtà distorta e distopica che influenza tutta l’esistenza.

Alla fine del nostro incontro chiedo a Mahmoud se vuole ritornare con me a Jenin: nei pochi giorni che avevo passato a nord avevo scoperto casualmente dell’esistenza di una nuova azienda agricola di funghi. Stavo mangiando un hamburger incredibilmente buono quando Ali, il figlio di Khalid, mi dice che tutti gli ingredienti non erano israeliani. “Ma come? E i funghi?”, “Una piccola azienda qui vicino, hanno aperto sei mesi fa” COOOOOOOOSA, non potevo perdermela.

“Non esco da Ramallah da due anni, mi piacerebbe, davvero, ma non me la sento di affrontare la strada verso nord”.

Episodio 13 – Cosa lo racconto a fare?

Il 12 novembre 2025 è comparso su un palazzo di Qalandya un atto di sgombero. In quel palazzo vivono 12 famiglie.

L’area è destinata alla costruzione di un centro di smaltimento rifiuti. Rifiuti israeliani, smaltimento in Palestina: il perfetto esempio di esternalità negative che mi insegnavano in università; un po’ come le auto elettriche, riduci le emissioni in Europa, moltiplicale nei luoghi di estrazione dei minerali. 

Ma che sciocca, no, non è così. La Palestina non è uno Stato, non ha confini, Israele ha progettato quel centro di smaltimento in terra di nessuno, è legale, l’ha deliberato il parlamento! L’area C è puro appannaggio israeliano, le famiglie da dislocare una mera questione logistica a carico loro, lo Stato non deve alcun risarcimento. Certo che, se i Palestinesi facessero utilizzare le proprie discariche anche alle colonie israeliane, questo problema non sussisterebbe neanche. Se avessero accettato di smaltire anche i rifiuti dei coloni a loro spese, a quest’ora avrebbero avuto l’autorizzazione per costruire dei nuovi centri. Invece eccoli lì, con le uniche due discariche della Cisgiordania stracolme di rifiuti e la spazzatura ai bordi delle strade. Che incivili! In fondo la produzione di rifiuti pro-capite di un israeliano e solo più del doppio di quella di una persona palestinese.

Il 16 dicembre quell’edificio è stato sgomberato e abbattuto, le 12 famiglie profughe dell’ultim’ora. 

Una parte di me credeva che non sarebbe mai successo, che qualcosa si sarebbe potuto fare, che quella minaccia sarebbe rimasta solo sulla carta.

E invece l’ennesimo sgombero, l’ennesimo abbattimento. 

Che valore ha parlarne? Che valore ha denunciare l’ennesima ingiustizia?

Se di fronte a due anni di bombardamenti, omicidi, torture, distruzione delle infrastrutture, inquinamento dei suoli, delle acque, dell’aria, annichilamento di una popolazione, del suo sistema educativo, sanitario, sportivo, culturale, … il mondo dorme, che valore ha questa raccolta di racconti?

Qualsiasi limite è già stato oltrepassato da tempo, ogni ulteriore violazione si somma ad una lista che non riusciamo neanche più a tenere aggiornata. Siamo assuefatti dai racconti di violenza, e i racconti diventano numeri, le storie umane perdono valore, la sofferenza ridotta a un bollettino di guerra. In Palestina si perde così anche il riconoscimento della propria umanità, della propria storia personale, aggiungendo ulteriore svuotamento alla già straziante quotidianità.

Non rimane altro che Sumud.

Continuare a vivere per resistere.

Dare voce ai propri desideri, obiettivi, speranze, nonostante tutto.

Ricostruire, materialmente, mentalmente, emotivamente, ogni giorno che passa.

Tessere relazioni umane vere, profonde, solidali.

Esplorare il proprio territorio, lasciarsi guidare nell’esplorazione dei territori altrui.

Portare avanti sistemi economico-sociali anticapitalisti, perché il sistema in cui viviamo non è l’unico possibile, perché la terra che abitiamo non è solo casa nostra.

Trasformare noi stesse, aprirci alla decolonizzazione della nostra mente, imparare ad ascoltare, mettersi da parte.

Lottare, sempre, fare della propria vita una quotidianità di resistenza, ogni acquisto una scelta consapevole. Decidere a chi dare spazio nell’inferno dei viventi, chi vale la pena supportare.

Opporsi, a una legge ingiusta, a un governo ingiusto. Mobilitarsi nei propri territori, perché è lì dove possiamo fare la differenza reale.

Cantare, gioire, godersi un raggio di sole.

Vivere.

Restare umani.

Sumud.

Rientro

Finalmente la rabbia può scorrere.

Intrappolata dalla paura, prima era annichilita, sommersa. 

In Palestina esprimere la propria rabbia è rischioso, gridare contro un soldato può farti finire direttamente in carcere, senza data di uscita.

Immagina cosa può succedere se ti spingi oltre…

Insieme alla rabbia scorrono le lacrime, e i ricordi.

Orange bus, vicina di sedile, una semplice domanda scritta su Google trad: vuoi ascoltare un po’ di musica araba con me? E lo scambio della cuffietta.

La preghiera delle quattro di mattina che puntualmente ti sveglia e non riesci ad accettare come possa essere la quotidianità di milioni di persone.

Gli sfoghi e le pene di amore, chi si trova in un matrimonio infelice, ma divorziare vorrebbe dire vedere poco i propri figli, chi vorrebbe del sesso extraconiugale, ma è haram, proibito, chi preferisce star da sola piuttosto di un’eterna infelicità, ma un partner lo vorrebbe eccome.

La sacralità dell’ospite, la prima regola -qui devi sentirti a casa-, il cibo squisito.

Le risate, le camminate, le mille fotografie.

Il senso di sicurezza, l’onestà e l’assenza di microcriminalità.

Ho iniziato a preoccuparmi di non lasciare incustodito il mio cellulare in aeroporto a Tel Aviv e poi sul treno verso casa in Italia. Nelle ultime tre settimane non era certo quello un mio problema.

Sono atterrata a Malpensa la sera tardi, a Tel Aviv mi hanno solo fatto un interrogatorio e completamente aperto lo zaino. Fortunatamente tutti i ricordi palestinesi li avevo lasciati ad un amico palestinese che me li avrebbe portati la settimana dopo e la solita storia del turismo religioso ha retto.

Sospiro.

Palestina, manchi già.

1 https://mondeggibenecomune.org/2025/10/27/diario-dalla-palestina-c-a-s-a-01/

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