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La lezione della continenza di Giorgio Nebbia
Giorgio Nebbia1, un grande maestro che ho avuto la fortuna di incrociare nella mia esistenza oltre trent’anni fa, pur essendo un uomo dell’altro secolo, già nel 1999 volle fondare questa rivista che ci è toccata in eredità, “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, pubblicandola solo in formato digitale2. Da scienziato curioso qual era aveva capito che le nuove tecnologie erano il futuro e che potevano offrire anche grandi vantaggi: minori costi rispetto alla stampa su carta, facilità di accesso universale alla rivista, gratuità. Lui stesso si era costruito un sito, Il mondo delle cose, rimesso di nuovo in rete dalla Fondazione Luigi Micheletti3, perché, pur essendo un chimico di formazione, si era dedicato ad una scienza, la merceologia, apparentemente secondaria, invece fondamentale per capire in profondità come funziona il mondo degli umani: strani animali particolarmente evoluti che a un certo punto non si sono accontentati come gli altri esseri viventi di godere di ciò che la natura offriva, ma hanno “creato” per il proprio confort degli oggetti artificiali, sempre più complessi, appunto, le merci, vale a dire l’economia.
Il termine “creato” l’ho messo apposta tra virgolette, perché Giorgio Nebbia ci ha sempre spiegato che in verità l’economia con crea nulla, produce sì una realtà tecnologica diversa da quella naturale, ma lo fa prelevando risorse dalla natura, ovvero materia ed energia di buona qualità, per scaricarle di nuovo nella natura, in forma di materia e energia degradate, come rifiuti ed emissioni inquinanti. E questo scarico risulta piuttosto indigesto per l’ambiente naturale che spesso non riesce ad assorbirlo e reimmetterlo nei cicli vitali della biosfera, restandovi come una ferita difficilmente risanabile.
Fu per questo che il merceologo Nebbia volle, oltre cinquant’anni fa, istituire un corso di ecologia nella facoltà di economia in cui insegnava a Bari, perché senza conoscere i meccanismi dell’ecologia, ovvero dell’economia della natura, non si può comprendere la realtà materiale dell’economia umana e l’intrinseca criticità della stessa in rapporto con la natura. Criticità che faceva dire a Nebbia come tutte le merci, in misura diversa, siano violente4 verso la natura e anche verso gli uomini, che pure ne fanno parte. Perciò suggeriva di frenare il consumismo con la virtù della continenza5, ovvero con comportamenti parsimoniosi. E così capitava che, pur essendo entusiasta delle opportunità delle nuove tecnologie da lui stesso utilizzate, non mancava di tirarmi le orecchie se in una mail allegavo un file inutilmente troppo pesante in megabit, facendomi notare quanta energia in quel modo avevo sprecato.
L’IA tecnologia potente e invasiva che affascina i giovani e ne minaccia l’ecologia della mente
Giorgio Nebbia ci ha lasciato oltre sei anni fa, nel frattempo l’infosfera6 del digitale, in particolare con l’intelligenza artificiale generativa, ha assunto dimensioni allora inimmaginabili, con una proiezione di crescita annua di circa il 15% nel corso del prossimo decennio7.
Il valore della nuova tecnologia è indubbiamente potente come importante può essere la sua applicazione in tanti settori, dalla ricerca agli apparati produttivi. Ma il suo ineluttabile fascino può indurre facilmente ad un consumismo sconsiderato, di utilità pressocché nulla, se non addirittura fonte di nocività mentale, emotiva e psicologica. Apparentemente questo tema non sarebbe compito di questo saggio, ma se accogliamo la lezione di Felix Guattari sulle tre ecologie, dell’ambiente, della società e della mente8, che attengono ad un unico discorso sul futuro dell’umanità, è doveroso soffermarsi su un problema ormai condiviso con allarme da molti studiosi, per cui l’intensificazione del tempo schermo in età infantile rischierebbe di pregiudicare lo sviluppo delle piene potenzialità di apprendimento umano in sempre più bambini, a partire dalla capacità cognitiva e relazionale di prestare attenzione nella vita reale9. E a questo proposito, uno dei punti critici è l’inserimento dell’IA nei percorsi scolastici e universitari, che sembra avvenire in maniera indiscriminata con criteri che possono minacciare la libertà di ricerca e il carattere pubblico dell’istruzione, oltre che le potenzialità della mente umana.
Da questa preoccupazione nasce l’appello IA basta!, lanciato da alcuni docenti e che “sta raccogliendo consenso crescente in tutta Italia contro l’adozione passiva dell’intelligenza artificiale a scuola, ulteriore pericoloso passo verso la privatizzazione e l’industrializzazione dell’istruzione pubblica”10. In concreto viene proposto un testo di mozione11 da presentare negli organi collegiali degli istituti scolastici che ripropone e condivide una lettera aperta sostenuta a livello internazionale una comunità di oltre 1.200 “professionisti dell’istruzione che rifiuta l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa (GenAl) nelle scuole e nelle università e respinge la narrativa della sua inevitabilità”12.
Sembrerebbe una posizione drastica che potrebbe essere stigmatizzata di ingenuo neoluddismo. Tuttavia, alcune delle criticità sollevate in questa iniziativa vengono denunciate nella sostanza in una recente presa di posizione pubblica di due personalità indubbiamente autorevoli, e certamente non catalogabili come radicali, frate Paolo Benanti, presbitero, teologo e filosofo, consulente del Vaticano sui temi etici legati all’IA, unico italiano membro del Comitato sull’IA dell’ONU, e Sebastiano Maffettone filosofo e docente emerito di filosofia politica, studioso di diritto internazionale e delle teorie della globalizzazione.
Ambedue collaborano con l’università LUISS “Guido Carli” di Roma, e dunque dell’impatto dell’IA in università si occupano, citando un recente studio “targato MIT (Cambridge, Boston) dove otto ricercatori hanno suddiviso un campione di partecipanti in tre gruppi: gruppo LLM (large language models per IA generativa), gruppo Motore di ricerca (tipo Google standard), gruppo Solo-cervello (senza strumenti elettronici di supporto), in cui ogni partecipante ha utilizzato uno strumento specifico (o nessun strumento nel caso dell’ultimo gruppo) per scrivere un saggio”, constatando che alla fine del percorso di studio “i partecipanti del gruppo LLM hanno ottenuto risultati peggiori rispetto ai loro omologhi degli altri gruppi a tutti i livelli: neurale, linguistico, di punteggio”. Le conclusioni della riflessione dei due nostri filosofi meritano di essere riportate per esteso:
Siamo ovviamente consapevoli che è difficile estrapolare conclusioni generali da dati di ricerche accademiche, condotte a un sofisticato livello di specializzazione. Ciononostante, sembra chiaro che l’uso eccessivo di strumenti di AI generativa possa creare deficit cognitivi. Fatto questo che rafforza quanto scritto in un articolo di Vittorio Colao, sulle pagine di questo giornale (21 novembre 2025). In questo articolo, l’autore sostiene che un uso indifferenziato dell’AI generativa può portare a un diffuso conservatorismo ideale e a una conseguente crisi di capacità creativa. Noi aggiungiamo che sembra esserci evidenza scientifica anche di un possibile calo delle facoltà intellettuali. Tutto ciò ci induce a credere che la proposta di rafforzare il pensiero critico nell’insegnamento universitario, accompagnandolo ovviamente allo studio degli strumenti digitali, sia da prendere estremamente sul serio. Magari nell’ambito di un rilancio generale dei saperi umanistici come fattori potenziali in grado di favorire la creatività. Di fronte a questi scenari, è lecito, se non doveroso, domandarsi se non si profili all’orizzonte una nuova, ineludibile missione per l’università. Se l’abuso di queste «protesi digitali» rischia di innescare quella che potremmo definire una vera e propria emergenza cognitiva — caratterizzata da un’atrofia delle connessioni neurali e da una dipendenza funzionale — l’accademia non può più limitarsi a essere luogo di trasmissione del sapere o di mero addestramento professionale. L’università è chiamata forse a evolversi in un presidio di «resistenza biologica», una palestra dove l’esercizio faticoso del «solo-cervello» non venga archiviato come retaggio del passato, ma valorizzato come l’unico antidoto per preservare l’autonomia intellettuale. La sfida non è rifiutare la tecnologia, ma garantire che l’essere umano che la maneggia rimanga cognitivamente integro, capace di quello sforzo neurale profondo che, come ci dicono i dati, resta la condizione necessaria per la vera creazione di senso13.
Questo allarme è motivato anche dall’eccezionale invasività di queste nuove tecnologie, in particolare tra i giovani. La più nota di queste, ChatGPT di OpenAI è entrata sul mercato alla fine del 2022, con una pletora di servizi che, utilizzando tecnologie d’intelligenza artificiale generativa, offrono la possibilità, a partire da richieste dell’utente, di creare testi, illustrazioni, fotografie, video, composizioni musicali, e tanto altro, con risultati di qualità significativi. L’invasione nel quotidiano di tanti di noi si può misurare dal fatto che a soli due mesi dalla sua introduzione contava già cento milioni di utenti nel gennaio 202314 e che oggi siamo già nell’ordine dei miliardi. E dalle poche analisi accurate disponibili, come il Rapporto Online nation 2023, realizzato da Ofcom15, il regolatore della comunicazione inglese, la generazione Z, cioè i nati tra il 1996 e il 2012, è di gran lunga prevalente tra gli utenti dell’IA. E per fare che? Per divertimento, per passatempo, per lavoro e per studio, con un grande interesse, ma anche con una certa preoccupazione per le possibili conseguenze sul mondo del lavoro, mentre totale è l’indifferenza per il possibile impatto ambientale. Cosicché la deriva consumistica potrebbe essere confortata dall’illusione indotta dal fatto di trattarsi solo di informazioni, nell’immaginario definite dall’aggettivo inglese soft, che non a caso campeggia in un logo di una nota Big Tech del settore, che, secondo il dizionario Treccani, “significa soffice, morbido, oppure attenuato, discreto, non troppo marcato”. Ma questa è appunto l’immagine, mentre la realtà è ben più pesante, rude e dirompente.
Il peso sociale dell’IA: accaparramento sregolato di dati con tanti “burini” al lavoro
Per dare l’idea del peso del digitale in termini di consumi energetici, di acqua e di matrie prime, Altreconomia ha pubblicato quattro anni fa una prima analisi critica di ecologia digitale16, molto interessante perché, con il contributo di diversi studiosi, cerca di approfondire tutti gli aspetti della complessa problematica. Più recentemente, uno degli autori, Francesco Cara, si è preoccupato di aggiornare i dati di un settore in rapidissima evoluzione17, rilevando come in meno di due anni si stessero estremizzando alcuni dei fenomeni già precedentemente evidenziati.
Il violento e disinvolto estrattivismo dell’intelligenza artificiale generativa si manifesta in due diversi ambiti, quello dell’accaparramento dei dati e quello del prelievo di risorse materiali ed energetiche per costruire il complesso sistema strutturale di gestione e distribuzione, nonché per farlo funzionare.
Per il primo ambito si tratta innanzitutto di accaparrare tutti i contenuti disponibili su internet, perché servono giganteschi volumi di dati, fatti anche di testi di qualità, come libri e articoli scientifici, migliaia di miliardi di pagine presenti in rete prelevate senza chiedere nessun permesso o riconoscere alcun diritto agli autori. Si utilizzano anche sistemi di riconoscimento della voce parlata per trascrivere “oltre un milione di ore di audio dai video pubblicati su YouTube”, insomma si rastrella tutto il possibile e forse anche quello che non dovrebbe essere possibile, come archivi privati collocati in servizi di cloud, in barba alla privacy e al sacro diritto proprietario.
Lasciando per il momento l’ottimo Francesco Cara, a questo proposito non possiamo non evidenziare anche il risvolto umano della faccenda, che non è meno grave. Nella costruzione e gestione di questi enormi data center, alle spalle di pochi professionisti di altissimo livello e strapagati che progettano e dirigono il sistema, vi sono moltitudini sterminate di “burini” che fanno il lavoro di raccolta dati e di manovalanza, come nelle campagne del nostro Sud, in nessun modo tutelati, a disposizione di un sistema che, essendo globale, opera con algoritmi 24 ore al giorno e per 365 giorni all’anno, come fa notare Giuseppe De Ruvo in un saggio originale in cui affronta uno dei crucci del nuovo Papa Leone XIV, appunto l’IA18:
Il fare di tutti e di ciascuno non può mai fermarsi. Tutto deve essere in funzione della tecnica e del suo sviluppo. L’America ha bisogno di forza lavoro e i tecnovassalli di Trump non fanno altro che ripeterlo. Ma tendono a omettere un dettaglio fondamentale: gli Usa hanno bisogno di lavoratori desindacalizzati, sempre pronti a correre in fabbrica e a fare turni sovraumani, spesso dettati proprio da un algoritmo. Questa è la realtà sociale dell’IA, nascosta dietro alle narrazioni del capitalismo immateriale e della società della comunicazione. La connessione universale è resa possibile dal lavoro non tutelato di milioni di persone. E se riusciamo a comunicare in tempo reale con i quattro angoli della Terra è solo grazie alla mediazione della fatica di chi lavora. Nessuna immediatezza del cloud. Oggi come allora, la comunicazione immediata resta prerogativa angelica19. […] Attraverso l’IA, i magnati della tecnologia americana mirano infatti a ricostruire la spina dorsale dell’America, arruolando milioni di burini (billbillies) nelle infrastrutture fisiche del tecnocapitalismo. Necessarie non solo per allenare ChatGpt, ma anche per migliorare le prestazioni delle armi e dei droni autonomi prodotti ad esempio da Anduril20.
Anche questa è una violenza sull’ambiente, o meglio su una delle componenti della natura che non ci può non stare particolarmente a cuore, gli umani.
Il peso ambientale dell’IA: prelievo selvaggio di risorse, energia e materiali rari
Tornando a Francesco Cara, vediamo ora l’altro aspetto dell’estrattivismo dell’IA quello degli impatti ambientali significativi in termini di sfruttamento delle risorse, inquinamento, emissioni climalteranti, rifiuti, ma anche sfruttamento del lavoro umano. I grandi centri di calcolo, le reti di trasmissione e i vari dispositivi, per la loro costruzione e la loro gestione, richiedono molta energia, materie prime, acqua e comportano emissioni climalteranti e dispersione di rifiuti in ambiente. Cara ci ricorda che “per ricevere l’informazione, archiviarla, trattarla e trasmetterla, il sistema digitale necessita quindi di materiali con caratteristiche conduttive ed elettromagnetiche particolari, di microprocessori molto impattanti, e di una fornitura ininterrotta di elettricità. Inoltre, il flusso elettrico disperde calore che, nei centri di calcolo, viene gestito con l’ausilio di sistemi di raffreddamento che, a loro volta, richiedono materiali, lavorazioni, elettricità e acqua. E lo stesso discorso vale per le reti di trasmissione dati […]. Si stima, per esempio, che generare una sola immagine consumi tanta energia quanto una carica della batteria del proprio smartphone”21. Un allarme viene anche dall’istituzionale Agenzia internazionale dell’energia (Iea), che, per la prima volta, si dimostra preoccupata nel suo rapporto Electricity 2024, laddove prevede il raddoppio del consumo d’elettricità di queste strutture da qui al 2026. Rispetto al 2022 quando i centri di calcolo hanno consumato circa 460 TWh di elettricità, pari al 2% della domanda globale -con picchi del 4% negli Stati Uniti dove si trovano il 33% dei centri di calcolo e in Europa dove si trova il 16%- la Iea prevede che nel 2026 il consumo si situerà nella forchetta tra 620 TWh e 1.050 TWh, all’incirca quanto consuma un grande Paese industriale come il Giappone22. Com’è noto, l’elettricità non è una fonte di energia, ma un vettore, e deve essere prodotta con fonti primarie che ad oggi sono in gran parte fossili, con relative emissioni di gas climalteranti. Una tendenza, questa dell’aumento dei consumi, che spinge verso il ritorno al nucleare, la forma ambientalmente più critica di produzione di elettricità.
Oltre l’energia, va infine messo in conto il consumo di materiali. Innanzitutto quelli tradizionali per l’infrastrutturazione del sistema ovvero cemento, acciaio e plastiche, con processi produttivi dipendenti dai fossili, tutti materiali ad alto impatto ambientale che, secondo Vaclav Smil, costituiscono, con la sintesi dell’ammoniaca, i “quattro pilastri della civiltà moderna”23. Infine vanno messi in conto quei materiali rari ricercati quasi più dell’oro e dei diamanti dall’oligarchia digitale, le Big Tech che detengono il monopolio dell’IA. Infatti “l’infrastruttura digitale dipende criticamente da materie prime strategiche: elementi come neodimio (una delle cosiddette ‘terre rare’ fondamentale per la produzione di magneti), tantalio, cobalto e litio sono indispensabili per smartphone, server e componenti elettronici avanzati. La concentrazione di questi materiali essenziali – la Cina produce circa l’80% delle terre rare, il Congo il 70% del cobalto – crea vulnerabilità nelle filiere globali e forti dipendenze geopolitiche”.24
Il caso del Congo: una barbarie ecologica e umana figlia della tecnologia digitale
Se fossimo in un mondo giusto e pacificato nei rapporti tra i popoli e con l’ambiente, possedere questi materiali strategici sotto la propria terra potrebbe essere una benedizione per le popolazioni che l’abitano, ma in un mondo governato dalla sete inesausta di accaparrare potere e ricchezza, ovvero dal capitalismo neoliberale, per nazioni fragili del Sud del mondo ciò può tradursi in una dannazione. E’ il caso del Congo, al quale un valente studioso francese, Fabien Lebrun, ha dedicato una ponderosa e documentatissima ricerca dal titolo fin troppo eloquente, Barbarie numerica, un’altra storia del mondo connesso25, riassunta così in quarta di copertina: “la civilizzazione dello schermo è sinonimo di una barbarie numerica che così si manifesta nel Congo: un’economia militarizzata e una criminalità istituzionalizzata, un saccheggio generalizzato, lavoro forzato, lo stupro come arma di guerra, la distruzione delle foreste e l’annientamento della biodiversità… tante catastrofi che fanno del Congo una delle più grandi tragedie della storia contemporanea, l’altissimo prezzo da pagare per un mondo connesso”26. Il problema è che il Congo detiene, oltre al già citato da Floridi cobalto, l’80% delle riserve minerarie mondiali di tantalio, indispensabile per i dispositivi elettronici, derivato dal famoso coltan o col-tan, nome composto del complesso minerale diffuso in quelle terre, costituito da colombite, da cui si estrae il niobium, e da tantalite da cui si estrae, appunto, il tantalio27.
Per un uso parsimonioso, responsabile e consapevole dell’IA
Le considerazioni critiche fin qui sviluppate, che non intendono demonizzare l’IA, ma semmai consigliarne un uso parsimonioso, responsabile e critico, spiegano forse perché il nuovo Papa Leone XIV ponga grande attenzione a questa res novissima. Nel suo messaggio alla seconda conferenza dedicata all’IA dal Vaticano, dal 19 al 2a giungo 2025, ha voluto mettere a punto alcune essenziali valutazioni sui pericoli che essa può rappresentare per “la persona umana”:
Insieme al suo straordinario potenziale di recare beneficio alla famiglia umana, il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale solleva anche questioni più profonde riguardanti l’uso corretto di tale tecnologia nel generare una società globale più autenticamente giusta e umana. […] In alcuni casi l’intelligenza artificiale è stata utilizzata in modi positivi e perfino nobili per promuovere una maggiore uguaglianza, ma esiste anche la possibilità che venga usata male per un guadagno egoistico a spese altrui o, peggio ancora, per fomentare conflitti e aggressioni. […] Purtroppo, come ha sottolineato il compianto Papa Francesco, le nostre società oggi stanno vivendo un certo «smarrimento o quantomeno un’eclissi del senso dell’umano» e questo a sua volta sfida tutti noi a riflettere più a fondo sulla vera natura e sull’unicità della nostra comune dignità umana (Discorso alla Sessione del G7 sull’Intelligenza Artificiale, 14 giugno 2024). L’intelligenza artificiale, specialmente quella generativa, ha dischiuso nuovi orizzonti a molti livelli differenti, tra cui il miglioramento della ricerca in ambito sanitario e le scoperte scientifiche, ma solleva anche domande preoccupanti circa le sue possibili ripercussioni sull’apertura dell’umanità alla verità e alla bellezza, sulla nostra particolare capacità di comprendere ed elaborare la realtà. Riconoscere e rispettare ciò che caratterizza in modo unico la persona umana è essenziale per il dibattito su qualunque quadro etico adeguato per la gestione dell’intelligenza artificiale28.
L’importanza del tema è confermata anche dal XVII summit dei Brics a Rio de Janeiro, del luglio 2025, che ha approvato un importante e articolato documento sul tema, che qui per ragioni di spazio possiamo solo citare riportando il paragrafo introduttivo che chiarisce il punto di vista del cosiddetto Sud Globale:
L’Intelligenza Artificiale (IA) rappresenta una opportunità unica per spingere lo sviluppo nella direzione di un futuro più egualitario, promuovendo la innovazione, aumentando la produttività, avanzando pratiche sostenibili e migliorando la vita delle persone in tutto il pianeta in maniera concreta. Per conseguire questo obiettivo, il governo globale dell’IA deve mitigare i rischi potenziali e occuparsi delle necessità di tutti i paesi, specialmente quelli del Sul Globale. Esso deve operare in conformità alle strutture regolatorie nazionali e alla Carta delle Nazioni Unite, rispettare la sovranità, ed essere rappresentativa, orientata allo sviluppo, accessibile, inclusiva, dinamica, responsabile, fondata sulla protezione de dati personali, sui diritti e interessi dell’umanità, sulla sicurezza, sulla trasparenza, sulla sostenibilità e indirizzata al superamento delle crescenti disparità digitali e di dati, dentro e tra i paesi. É necessario uno sforzo globale collettivo per stabilire un governo dell’IA che rappresenti i nostri valori condivisi, mitighi i rischi, costruisca fiducia e garantisca collaborazione e accesso internazionale ampio e inclusivo, compresa la messa in condizione di parteciparvi per i paesi in via di sviluppo, con le Nazioni Unite al centro29.
Come conclusione di questa riflessione vorrei condividere le ultime righe della ricerca di Lebrun:
Il numerico, ovvero il digitale, come sfida del XXI secolo, pone scelte di civiltà, avendo ben chiara la definizione dei bisogni. Dieci miliardi di smartphone sono stati prodotti in dieci anni: Possiamo parlare di emancipazione individuale e collettiva? Siamo più autonomi e più liberi? Le ingiustizie e le disuguaglianze sono diminuite? Al contrario, la tecnologia digitale ha esacerbato tutte le tendenze distruttive del capitalismo ed è ora al centro della catastrofe ecologica e dei conflitti mortali in Africa Centrale. Ecco perché una prospettiva di emancipazione per il Congo in particolare e per il mondo in generale implica l’organizzazione collettiva di una de-escalation tecnologica e di una de-digitalizzazione della vita. In questo senso, possiamo sostenere con Cornelius Castoriadis che una società che “si ponesse esplicitamente la questione della trasformazione consapevole della propria tecnologia” sperimenterebbe “una rivoluzione totale senza precedenti nella storia”30.
1 Per un primo approccio alla conoscenza di Giorgio Nebbia si veda: M. Ruzzenenti, Giorgio Nebbia precursore della decrescita. L’ecologia comanda l’economia,Jaca Book, Milano 2022; inoltre l’archivio digitale presso la Fondazione Luigi Micheletti: http://giorgionebbia.fondazionemicheletti.eu/s/centro-di-storia-dell-ambiente/page/homepage.
2 “Altronovecento. Ambiente Tecnica Società”, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/.
3 G. Nebbia, il mondo delle cose, https://ilmondodelle cose.fondazionemicheletti.eu/.
4 G. Nebbia, La violenza delle merci, Ecoistituto del Veneto, Mestre 1999.
5 G. Nebbia, Per una visione cristiana dell’ecologia, apparso in sette puntate su «Il Popolo», tra settembre e ottobre 1971.
6 L. Floridi, Pensare l’infosfera, Raffaello Cortina Editore, Milano 2020.
7 https://www.gminsights.com/it/industry-analysis/application-lifecycle-management-market.
8 F. Guattari, Les trois écologies, Galilée, Paris 1989, trad. it. di Riccardo d’Este, Le tre ecologie, Sonda, Casale Monferrato1991.
9 S. Lanza, L’attenzione contesa. Come il tempo schermo modifica l’infanzia, Armando, Roma 2024.
10 AA. VV., IA basta!, 29 novembre 2025, https://centroriformastato.it/i-a-basta/.
11 https://cloud.eudema.net/s/scuoluddismo?dir=/&editing=false&openfile=true.
12 https://openletter.earth/an-open-letter-from-educators-who-refuse-the-call-to-adopt-genai-in-education-cb4aee75.
13 P. Benanti e S. Maffettone, Se l’AI indebolisce il cervello.Università e intelligenza artificiale: bisogna prevenire una possibile emergenza cognitiva. Il digitale non allena la mente, in “Corrire della Sera” 3 dicembre 2025.
14 K. Hu, ChatGPT sets record for fastest-growing user base – analyst note, in “reuters.com”, February 2, 2023, https://www.reuters.com/technology/chatgpt-sets-record-fastest-growing-user-base-analyst-note-2023-02-01/.
15 https://www.ofcom.org.uk/siteassets/resources/documents/research-and-data/online-research/online-nation/2023/online-nation-2023-report.pdf?v=368355.
16 AA. VV., Ecologia Digitale. Per una tecnologia al servizio di persone, società e ambiente, Altreconomia, Milano 2022.
17 F. Cara, L’ecologia digitale alla prova dell’intelligenza artificiale generativa, in “altreconomia.it”, 28 maggio 2024.
18 G. De Ruvo, Rerum Novissimarum? Leone, l’AI e la questione burina, in AA.VV, Il rebus di Papa Leone, “Limes”, n. 5, 2025, pp. 63-73.
19 Ivi, p. 69.
20 Ivi, p. 72.
21 F. Cara, op. cit.
22 IEA, Report Electricity 2024. Analysis and forecast to 2026, may 2024, https://iea.blob.core.windows.net/assets/18f3ed24-4b26-4c83-a3d2-8a1be51c8cc8/Electricity2024-Analysisandforecastto2026.pdf.
23 V. Smil, Come funziona davvero il mondo. Energia, cibo, ambiente, materie prime: le risposte della scienza, Einaudi, Torino 2023, pp. 137-180.
24 S. Floridi, L’era digitale richiede responsabilità, in “La lettura-Corriere della sera”, 20 luglio 2025, pp. 7-9.
25 F. Lebrun, Barbarie numérique. Une autre histoire du monde connecté, L’échappée, Paris 2024.
26 Ivi, quarta di copertina.
27 Ivi, pp 225-227.
28 Leone XIV, Messaggio del Santo Padre Leone XIV ai partecipanti alla seconda conferenza annuale su intelligenza artificiale, etica e governance d’impresa, Vaticano, 17 giugno 2025, https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/pont-messages/2025/documents/20250617-messaggio-ia.html.
29 Declaração dos líderes do BRICS sobre governança global da inteligência artificial, Rio de Janeiro, 6 de julho 2025, file:///C:/Users/Utente/Downloads/250706_BRICS_DeclaracaoFinal_GGIA_ptbr-7.pdf, mia traduzione.
30 F. Lebrun, op. cit., p. 384, mia traduzione.

