Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

La questione ecologica nelle scienze sociali francesi: un contributo “soggettivo” alla cartografia di un dibattito in evoluzione

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Questo breve contributo ha l’obiettivo di far conoscere alle lettrici e ai lettori di Altronovecento alcuni aspetti meno noti in Italia del dibattito sulla questione ecologica all’interno delle scienze sociali francesi, ovvero, come la questione ecologica è presente nella riflessione delle scienze sociali francesi. Si tratta di un contributo “dall’interno” del dibattito francese, nella misura in cui svolgo da 15 anni la mia attività di ricerca in Francia, come direttrice di ricerca in sociologia dell’ambiente al CNRS. Inoltre, una parte della mia formazione dottorale si è svolta in due centri di ricerca parigini che hanno avuto un ruolo importante, negli anni 1990-2000, nel promuovere approcci sociologici attenti alla dimensione materiale delle relazioni sociali: il Centre de Sociologie de l’Innovation della École des Mines, dove all’epoca lavoravano gli iniziatori della Actor-Network Theory Bruno Latour e Michel Callon (entrambi recentemente scomparsi); e il Groupe de Sociologie Politique et Morale, della Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, contesto di elaborazione della cosiddetta sociologica pragmatica (o sociologia della critica), promossa da Luc Boltanski, Laurent Thévenot e Alain Desrosières, quest’ultimo iniziatore della sociologia della quantificazione. Questi due sviluppi della teoria sociologica nella Francia degli anni 1990-2000 (che fanno parte di un più ampio movimento di “nuove sociologie francesi”) erano accomunati dalla volontà di “rimaterializzare” le scienze sociali, riconoscendo il ruolo della materialità nell’analisi dell’interazione sociale. Inoltre, entrambi questi approcci hanno proposto di ritornare criticamente sul concetto stesso di azione come classicamente inteso in sociologia, proponendo di includere l’ambiente come elemento necessario alla comprensione delle capacità umane di agire: riprendendo la terminologia del filosofo pragmatista americano John Dewey, l’azione è analizzata come l’esito di una trans-azione tra un organismo e il suo ambiente. In questo senso, le capacità umane di agire sono interpretate alla luce del supporto ambientale che è necessario al loro esplicarsi; ambiente che viene allora analizzato come il contesto di “investimenti nelle forme” (Thévenot 1984) : si tratta di regole, norme, codici, rituali, standard, infrastrutture, strumenti, oggetti e quant’altro sia volto a stabilizzare delle “convenzioni” di coordinamento, permettendo così di limitare l’incertezza che circonda sempre l’interpretazione di una situazione di azione, con un risparmio cognitivo che al tempo stesso, però, si accompagna all’espressione di un potere di ordinare, la cui legittimità è potenzialmente sempre oggetto di critica.

Nel contesto attuale, tanto dentro quanto fuori dall’università, si è affermata una postura intellettuale che privilegia la rappresentazione dei dibattiti sotto forma di due schieramenti opposti (alcuni, a questo proposito, riesumano il termine di campismo), a partire dall’identificazione di bersagli critici. In coerenza con questo modello, il dibattito sulle scienze sociali e la questione ecologica in Francia è spesso sintetizzato come il confronto tra due campi: da un lato, gli approcci critici (marxisti e bourdieusiani) che insistono su letture “intersezionali” dell’ecologia politica e sull’importanza di dare spazio all’esperienza e alle prospettive delle classi popolari (a partire dal nesso economia-ecologia). Dall’altro, il campo degli approcci detti “del vivente”, ovvero lavori filosofici e antropologici variamente ispirati dalla cosiddetta “svolta ontologica”, dove i riferimenti più citati sono Philippe Descola e Bruno Latour. La distinzione tra questi due campi ricalca, dunque, una frattura classica all’interno del dibattito sull’ecologia: la distinzione tra approcci politico-materialisti alla questione ambientale (tacciati di antropocentrismo) e approcci “profondi” o ecocentrici (in odore di idealismo).

Come sempre quando la realtà è forzata in questo tipo di semplificazioni, viene oscurata la complessità di dibattiti che sono invece molto più ricchi e sfumati. Ed è un po’ di questa complessità che desidero, con questo contributo, mettere in evidenza, anche per evitare che si perda memoria di alcune prospettive intellettuali che, benché oggi molto marginali (o sarebbe meglio dire, non alla moda), mantengono, a mio avviso, un loro interesse.

Ecologia e politica nelle scienze sociali francesi: un ventennio di grandi trasformazioni

Per iniziare, vorrei fornire alcuni elementi per comprendere la profonda trasformazione che il dibattito francese sulla questione ecologica ha conosciuto negli ultimi vent’anni. Per farlo, mi servirò del libro di Kerry H. Whiteside: Divided Natures. French Contributions to Political Ecology, pubblicato nel 2002. Il cuore di questo lavoro è una riflessione sulla specificità del contributo francese al dibattito sulla questione ecologica come problematica che interessa e interroga le scienze sociali e, in particolare, le letture del politico. Pur riconoscendo l’importanza del cartesianesimo nella cultura francese, l’autore sottolinea che “dagli anni ’50 in poi, in Francia è stata prodotta un’abbondante e originale letteratura sul pensiero politico ambientale”. Scrive Whiteside (p.2):

Non considerare l’ecologismo francese (…) può condurre a una distorsione della comprensione del pensiero ambientale in generale. L’omissione del contributo francese dai resoconti generali sull’ecologismo rafforza l’impressione che il dibattito sui ruoli di ‘umanità e ‘natura’ nell’istituzione dei valori ambientali sia la controversia centrale nel campo della teoria politica ecologica (green political theory).

In realtà, l’impostazione del problema ecologico come problema legato all’antropocentrismo del pensiero occidentale e delle sue categorie, e che richiede dunque che si sviluppino approcci non-antropocentrici (per esempio rispetto ai modi di intendere il valore della natura), è sempre stata, fino a un tempo relativamente recente, periferica nel dibattito francese. Sempre secondo Whiteside (p.3, corsivo mio):

La Francia ha offerto terreno fertile ad approcci politico-ecologici (green theories) che, in modi diversi, eludono le categorie del pensiero sull’ambiente di lingua inglese. La questione che emerge dallo studio dell’ecologismo francese non è chi abbia ragione nei dibattiti tra ecologisti antropocentrici e non antropocentrici. La domanda è se questo dibattito debba davvero essere il leitmotiv dell’ecologismo. In questo libro sostengo che l’assenza di questo dibattito in Francia ha mantenuto il campo discorsivo aperto a diverse strategie di argomentazione ecologica non-centrica (noncentered ecological argument)”.

Per spiegare cosa debba intendersi per argomentazione ecologica non-centrica, Whiteside scrive (p.3):

I pensatori francesi del rapporto tra ecologia e politica tendono a studiare come le concezioni della natura e dell’identità umana si intreccino. Elaborano la loro riflessione sull’ambiente problematizzando reciprocamente le nozioni di ‘natura’ e di ‘umanità’, piuttosto che approfondendo la distinzione tra di esse. In questo senso, si può dire che i pensatori francesi dell’ecologia ragionano nei termini di nature distinte (divided natures). Sostengono, cioè, che ciò che conta come ‘natura’ cambia in relazione a come si modificano i presupposti epistemologici, sociali ed etico-politici. Gli ecologisti non-centrici vedono la ‘natura’ come multiforme e come inestricabilmente mescolata con i progetti e le auto-comprensioni dell’umanità. Sono attenti a come il significato stesso dell’essere umano sia legato alle nostre costruzioni di ‘natura’. Per questo motivo, ritengono che l’ecologia politica possa perseguire i suoi compiti con lucidità solo diventando consapevole dei processi che collegano la ‘natura’ e l’identità umana.

Nella lettura di Whiteside, i teorici francesi attingono a quello che l’autore qualifica nei termini di un umanesimo scettico per elaborare un “umanesimo ecologico non-centrico”, in cui la chiave di lettura privilegiata del rapporto essere umano-ambiente è quella della tecnica e, più specificamente, del milieu tecnico. Tornerò su questo punto centrale nel prosieguo dell’articolo. Prima, però, vorrei brevemente dare conto della cartografia che Whiteside traccia dei principali pensatori francesi di ecologia politica nel passaggio al nuovo millennio.

Un primo riferimento è Serge Moscovici (1925-2014), il cui contributo è considerato l’esemplificazione di un ecologismo in cui la natura e la società si co-producono storicamente a partire dall’interazione umana con il mondo materiale. Un secondo filone identificato è quello influenzato dalla teoria dei sistemi e dal pensiero della complessità, di cui l’esponente più noto è Edgar Morin (1921). Ci sono poi quelli che Whiteside definisce i teorici politicizzanti (politicizing theorists), ovvero Michel Serres (1930-2019) e Bruno Latour (1947-2022), che, a suo avviso, esemplificano un ecologismo che mette in discussione la scienza in modo scettico, evitando di ridurla a mero veicolo di dominio. La panoramica di Whiteside si chiude, infine, con il filone dell’ecosocialismo, caratterizzato dal fatto che, in questo caso, la riflessione francese è da subito entrata in un rapporto di mutua influenza con le elaborazioni del mondo anglosassone. Qui i riferimenti principali sono André Gorz (1923-2007) e Félix Guattari (1930-1992), ma anche Jean-Paul Deléage (1941-2023), uno dei fondatori della rivista Ecologie & politique, creata nel 1992. Si tratta di una rivista cheha contribuito a promuovere in Francia l’ecologia politica di ispirazione marxista, tra cui, in particolare, la prospettiva di Joan Martinez-Alier sull’ambientalismo dei poveri.

Se l’approccio dell’ecosocialismo ha mantenuto una sua centralità nei dibattiti attuali, arricchendosi di nuove prospettive critiche (in particolare quelle provenienti dagli approcci decoloniali e femministi) e se Latour è rimasta una figura di riferimento nel dibattito pubblico (ma la sua traiettoria intellettuale è tutto fuorché coerente, per cui è difficile riconoscere nell’ultimo Latour le preoccupazioni del Latour di inizio 2000) è l’approccio alla questione ecologica attraverso il prisma della tecnologia e del milieu che sembra aver perso progressivamente centralità, a favore di argomentazioni ecologiche “centriche” – per riprendere il vocabolario di Whiteside – ovvero focalizzate sulla problematica della separazione tra natura e cultura e il superamento dell’antropocentrismo. Prima di proseguire, una specificazione è d’obbligo: il termine “tecnologia” va inteso in questo testo nel senso che a questo termine viene dato nell’antropologia culturale : l’insieme delle attività materiali sviluppate dalle varie culture per valorizzare l’ambiente ai fini dell’insediamento e del sostentamento. La tecnologia deve essere qui intesa come scienza umana delle tecniche, e non come traduzione dell’inglese “technology”, che sarebbe meglio rendere con la perifrasi “scienza applicata”.

Ecologia e tecnologia: la prospettiva del milieu

In un articolo del 2016 dedicato alle origini intellettuali dell’ecologia politica europea, la filosofa Catherine Larrère sostiene che è la nozione di tecnica, e non quella di natura, ad esserne il fulcro. In altri termini, nella tradizione europea continentale i problemi ambientali non sono interpretati come frutto di un deterioramento del rapporto con la natura, bensì “come una lotta tra gli esseri umani e il loro potere tecnico, diventato una forza incontrollabile” (Larrère, 2016, p.17). In questa lettura, “l’originalità dell’ecologia politica europea risiede nella sua capacità di mettere in discussione lo sviluppo tecnologico sia sul piano degli obiettivi sociali sia su quello della mancanza di controllo politico” (p.21).

Per il caso francese, una riflessione simile è stata avanzata da Victor Petit e Bertrand Guillaume in un contributo dal titolo evocativo “non siamo mai stati selvaggi” (Petit e Guillaume, 2018). Gli autori evidenziano una tradizione intellettuale francese che intreccia strettamente l’ecologia e la questione della tecnologia e propongono di distinguere tra un’“ecologia della natura” e quella che definiscono un’“ecologia della tecnologia”. Ciò che caratterizza l'”ecologia della tecnologia” francese è il fatto di non opporre la natura alla tecnologia ma di considerarle in un rapporto di coproduzione, adottando la prospettiva del milieu. Il milieu non è riducibile né alla natura (non toccata da alcuna tecnologia), né all’ambiente (senza soggetto), né alla cultura (umana).

Il rifiuto di opporre tecnologia e natura, e di pensare in termini di antropocentrismo o di ecocentrismo, si spiega con il fatto che la tecnologia è vista come un elemento costitutivo della natura umana, come una “membrana” indispensabile a qualsiasi forma di vita collettiva degli umani in un ambiente. Il concetto di “milieu tecnico” funge allora da ponte tra la filosofia della tecnologia e quella della natura.

Di “milieu tecnico” aveva parlato per la prima volta, André Leroi-Gourhan, antropologo e paleontologo, formatosi all’etnografia alla scuola di Marcel Mauss e profondamente influenzato dalla riflessione filosofica di Bergson (da lui riprende la nozione di homo faber). Si deve a Leroi-Gourhan (1911-1986) una visione non intellettualistica della tecnologia, nel senso che le tecniche sono analizzate a partire dai gesti, dal movimento, dagli spazi in cui hanno preso forma. Nei suoi lavori, Leroi-Gourhan porta alle sue logiche conseguenze l’intuizione di Marcel Mauss, che, nella sua conferenza sulle “tecniche del corpo” (pronunciata nel 1934), descriveva il corpo umano come il primo e più naturale oggetto tecnico e, allo stesso tempo, come un mezzo tecnico. Ispirandosi a Mauss, Leroi-Gourhan ha rivoluzionato la paleontologia, a partire da un approccio attento al movimento e ai gesti, alle tecniche corporee e all’ecologia della percezione e dell’azione. Nella sua lettura, la tecnicità umana è pienamente parte del mondo vivente.

Questo stesso approccio ecologico alla comprensione delle tecniche, e una stessa influenza maussiana, ha caratterizzato il lavoro sulle tecnologie di domesticazione di piante e animali sviluppato da André-Georges Haudricourt (1911-1996), una figura di studioso eclettico (botanista, etnologo, geografo, linguista) la cui riflessione sulle relazioni tra gli esseri umani, le piante e gli animali è stata pionieristica. In un articolo pubblicato nel 1962 sulla rivista L’Homme, Haudricourt distingue diverse logiche di azione (diretta e indiretta, positiva e negativa) che possono guidare l’intervento umano nell’ambiente volto ad addomesticare (Haudricourt, 1962). In diversi contesti, a seconda dell’interazione tra piante, animali e clima, il gesto dell’addomesticamento può configurarsi come un’azione diretta positiva che cambia direttamente la natura di piante e animali, costringendone i modi di espressione (per esempio l’allevamento delle pecore), o come un’azione indiretta negativa che agisce sull’ambiente per favorire alcuni esiti piuttosto che altri, di processi su cui non si interviene però mai direttamente (per esempio la coltura dell’igname in Melanesia). Questa riflessione sui gesti tecnici nel rapporto con piante e animali, che si estende anche ai rapporti tra esseri umani (in particolare ai modi di governare), non è molto conosciuta al di fuori del contesto francese, ma ha avuto un’influenza importante sul lavoro di pensatori francesi molto noti. Ad esempio, Gilles Deleuze fa riferimento a Haudricourt nel suo seminario su Foucault, nel 1986, come l’autore a cui Foucault si sarebbe ispirato per sviluppare l’idea di potere pastorale. Soprattutto, Haudricourt ha influenzato in Francia molti etnologi che si sono interessati a questa prospettiva tecnica nello studio, per esempio, delle culture contadine.

L’approccio di Haudricourt all’ecologia del gesto tecnico rimanda alla visione dell’essere umano come un “animale umano” che evolve in interazione, in senso intraspecifico, interspecifico ed ecologico sviluppando una “membrana” tecnica, in cui dimensioni materiali e culturali sono intrecciate in modo inestricabile. A ben guardare, le questioni sollevate da Haudricourt anticipano di quasi mezzo secolo problematiche che oggi sono affrontate dalla prospettiva che indica la necessità di andare “oltre natura e cultura” e che pone il problema nei termini di “svolta ontologica”, sulla scia dei lavori di Philippe Descola.

Interessante, in questa prospettiva, è la ricostruzione dell’antropologa Elise Demeulenaere (Demeulenaere, 2021) sul modo in cui, storicamente, le questioni ecologiche hanno acquisito centralità nella disciplina antropologica in Francia. Il suo contributo relativizza la novità, da molti vista come dirompente, dei contributi di Philippe Descola e Bruno Latour, sottolineando l’esistenza, nell’antropologia francese, di approcci “minori”, sviluppati in istituzioni meno prestigiose e più tecniche del Collège de France, come, per esempio, il Muséum national d’histoire naturelle, attenti alle relazioni tra gli umani e i sistemi viventi. Questi approcci, più vicini all’etnologia che all’antropologia, hanno adottato un approccio ecologico alle tecniche già negli anni Settanta. Le relazioni tra risorse naturali e società sono viste come mediate da strumenti e gesti tecnici. Certo, in questi approcci c’è un riferimento al materialismo di Marx, ma soprattutto c’è una metodologia che porta ricercatrici e ricercatori ad essere molto vicini al “terreno”, in ascolto e attenti alla concretezza dei gesti e alla materialità delle situazioni, all’ecologia della percezione e all’ergonomia dei movimenti. Il tentativo consiste nell’avvicinarsi il più possibile al significato che le persone attribuiscono alla loro esperienza, a partire dalle caratteristiche del contesto in cui questa esperienza si produce.Questi lavori si sono interessati, ben prima della svolta ontologica, alle relazioni interspecifiche tra gli esseri umani e le piante e gli animali, mostrando in modo molto dettagliato una diversità di rapporti all’ambiente connessi alle esigenze di riproduzione delle società umane. A partire da questa ricostruzione, Elise Demeulenaere mette in guardia su un rischio di idealismo nell’approccio di Descola. A suo avviso, l’interesse di Descola non è rivolto alle relazioni pratiche e contestualizzate con la materialità del mondo, bensì all’elaborazione di teorie del mondo e di un grand récit della modernità occidentale, il cui tratto distintivo sarebbe, come affermato anche da Latour, la separazione tra natura e cultura. Questa narrazione si basa esclusivamente su una storia delle idee che uniforma e omogeneizza la modernità occidentale, che è stata, nei fatti, una vicenda molto meno univoca.

L’importanza delle categorie di comprensione ecologica e della loro traduzione

Il ragionamento svolto fin qui credo permetta di apprezzare l’interesse a tenere conto dell’esistenza di diversi spazi linguistico-culturali di riflessione sui rapporti tra ecologia e politica, caratterizzati da modalità proprie di organizzazione del dibattito. Come sottolineato anche da Whiteside (p.5, corsivo mio) “la prevalenza di certi concetti e modalità di ragionamento all’interno di una comunità linguistica crea un campo retorico. Un campo retorico favorisce la spinta all’indagine in determinati territori, lasciandone altri relativamente inesplorati”.

Da questa prospettiva, l’ecologia politica contemporanea, intesa come dibattito intellettuale sui rapporti tra ecologia e politica, si caratterizza come un’impresa transnazionale, fortemente dominata dalla lingua inglese e dalle sue categorie di pensiero sull’ambiente. Le categorie attraverso le quali si esprime l’esperienza dell’ambiente nei diversi contesti linguistici, però, anche solo restando in Europa, non sono esattamente traducibili da una lingua all’altra (il caso di milieu è un buon esempio di quello che intendo) e hanno una storia intellettuale e politica di circolazioni, adozioni e rifiuti specifica ai diversi contesti culturali. Oggi, la spettacolare accelerazione della produzione e della circolazione globale di innovazioni concettuali e il ricorso generalizzato all’inglese nella comunicazione scientifica (spesso un vero e proprio globish povero di sfumature) fin dalle fasi iniziali della carriera scientifica nelle scienze sociali portano a una relativa disattenzione all’origine storico-culturale di queste categorie e alla posta in gioco nella loro traduzione.

Ritornando al contesto francese, i geografi Denis Chartier e Estienne Rodary (Chartier e Rodary, 2015) hanno messo in luce, per esempio, come il crescente interesse per la political ecology anglosassone nel contesto accademico francese, rivendicata come opzione in rottura con la tradizione francofona di écologie politique, rimandi più a una strategia di posizionamento in dinamiche accademiche sottoposte a una forte pressione per la produzione e la competizione che non a una reale discussione dei presupposti che caratterizzano queste due tradizioni. In Francia, rivendicare la propria iscrizione nel campo dell’ecologia politica di matrice anglosassone è un modo per far valere il proprio posizionamento nelle reti internazionali e produrre effetti di innovazione, oggi particolarmente valorizzati dalle istituzioni della ricerca. Secondo gli autori, il riferimento alla political ecology, ha permesso di valorizzare itinerari di ricerca personali attraverso il riferimento a temi e approcci presentati in rottura con una tradizione francese giudicata poco attenta alle questioni ecologiche. I promotori e le promotrici di queste “rotture” si sono allora posti nel ruolo di “intermediari della conoscenza” (knowledge brokers). Così facendo, il rischio è però quello di “sminuire o addirittura cancellare la produzione scientifica francofona, piuttosto che incoraggiare un dialogo costruttivo tra due tradizioni di pensiero diverse e reciprocamente autonome”. In particolare, sono gli approcci che non sono mai stati egemonici (come nel caso della riflessione su ecologia e tecnica di Haudricourt di cui ho dato brevemente conto) a finire per essere totalmente oscurati in questo tipo di operazioni. Come affermano Chartier e Rodary, “sollevare la questione della lingua (inglese o altro) nella pratica delle ecologie politiche è una posizione molto ecologica e politica”, nella misura in cui esiste una varietà di categorie della comprensione ecologica che vengono utilizzate nei diversi contesti culturali per comunicare l’esperienza dell’ambiente

Come ho sottolineato in diversi passaggi di questo scritto, non è possibile comprendere il dibattito francese sull’ecologia senza considerare la nozione di milieu, che è intraducibile in italiano, ma anche in inglese. Il lavoro dello storico delle tecniche Wolf Feuerhahn (2017) è, in questo senso, di particolare interesse nella sua esplorazione del modo in cui la nozione di milieu ha “viaggiato” dalla Francia alla Germania ed è stata incorporata nei discorsi politici, in particolare reazionari. Prestare attenzione alle diverse categorie della comprensione ecologica è un invito ad analizzare i diversi modi in cui l’ambiente è qualificato per essere comunicato ed è valorizzato (o “messo in valore”, che è questione diversa ma connessa con l’idea di “messa a valore”), ovvero integrato in processi culturali volti a stabilizzare un certo ordine sociale-materiale.

Mettere in valore: dalla questione del valore ai processi di valorizzazione

Mi avvio alla conclusione di questo breve contributo, volto a testimoniare della vivacità del dibattito francese sui rapporti tra ecologia e politica, al di là delle posizioni più note e più alla moda. In particolare, ho cercato di dare conto di una tradizione “non-centrica” nel dibattito francese sull’ecologia, ovvero un ragionamento sull’ecologia a partire dall’importanza della tecnica come membrana a suo modo “naturale”, perché indispensabile all’organizzazione della vita umana nell’ambiente. Non ho fatto che sfiorare un campo di riflessioni ben più complesso, di cui ho dato conto selettivamente solo nell’ambito dell’antropologia e di alcune sue diramazioni.

Vorrei però sottolineare un’ultima questione emersa nella conclusione della sezione precedente: l’esistenza di una diversità di forme potenziali di valorizzazione dell’ambiente. Senza poter entrare nel merito di questo dibattito (rimando a Blok, 2013 e, mi permetto, anche a un mio lavoro di sintesi, Centemeri, 2022 ), l’attenzione ai diversi modi di valorizzare l’ambiente si pone in continuità con una lettura dell’ecologia dalla prospettiva della tecnologia. Si ispira però anche alla filosofia pragmatista, che invita a passare da un’analisi incentrata sui “valori” come entità ideali a un’attenzione processuale sul come, individualmente e collettivamente, si stabilizzano le forme di valutazione e di valorizzazione, con un’attenzione al ruolo della materialità ambiente in questa stabilizzazione. Attraverso questo approccio processuale della valutazione e della valorizzazione è possibile collegare un interesse per le forme di esperienza dell’ambiente con un’interrogazione economica sul valore, attraverso l’attenzione alle categorie, alle tecniche e ai processi di infrastrutturazione e socializzazione che iscrivono, tanto nelle abitudini delle persone, quanto nei territori concreti in cui si organizzano le società umane, specifici “regimi di valorizzazione” che stabilizzano delle architetture di potere di valorizzare.

Questa prospettiva conduce a prendere la misura della complessità delle operazioni volte a modificare un dato regime di valorizzazione, specie quando tali operazioni devono fare i conti con “investimenti nelle forme” la cui reversibilità comporta costi elevati di smantellamento. Al di là dei vincoli materiali e dell’esistenza di evidenti squilibri nel potere di valorizzazione (ovvero di attori dominanti in grado di imporre delle forme di valorizzazione), esiste una varietà di “attaccamenti” al regime di valorizzazione esistente, di cui è necessario tenere conto. Un esempio di un approccio alla problematica ecologica da questa prospettiva (che, oltre all’approccio pragmatista, riannoda il legame anche con i primi lavori di Latour sull’innovazione tecnica) sono le ricerche di Alexandre Monnin, Diego Landivar e Emmanuel Bonnet che mettono l’accento sulla necessità di indagare e mappare la rete degli “attaccamenti” e dei “beni comuni negativi” di cui è necessario tenere conto nel momento in cui si promuovono processi di dismissione e smantellamento.

Un altro contributo ispirato a un approccio pragmatista è quello di Francis Chateauraynaud, che ha sviluppato un’interessante metodologia per lo studio dell’emergere di problemi pubblici ambientali (tra cui quelli connessi al ricorso a OGM o al nucleare). Nei suoi lavori, Chateauraynaud tiene insieme la dimensione etnografica dell’esperienza dell’ambiente con la dimensione della costruzione di problemi pubblici, quest’ultima analizzata a diverse scale e in diverse “arene” di dibattito (l’arena dei media, quella politica, quella dei saperi esperti coinvolti, ecc.) in cui si confrontano ed entrano in conflitto argomenti e immaginari della valorizzazione. A fare da filo conduttore tra queste diverse scene sono i concetti di “presa” (ispirato alla nozione di affordance) e di “prova” (che rimanda ai processi di costruzione sociale di un’oggettività probante) (Chateauraynaud e Debaz, 2017). La costruzione dei problemi pubblici ambientali e le loro traiettorie sono, allora, analizzate nel tempo, tenendo conto della storicità e della specificità dei diversi contesti politico-culturali, con un’attenzione non solo al gioco degli attori (e alle diseguaglianze di potere) ma anche alle condizioni che rendono più o meno credibili e accettabili certe argomentazioni rispetto ad altre. Nei suoi lavori, Chateauraynaud si è interessato in particolare ai lanceurs d’alerte, conducendo ricerche su processi di denuncia di rischi ambientali (Chateauraynaud e Torny, 1999), lavorando a stretto contatto tanto con gli attori delle politiche che con i movimenti .

Per concludere, vorrei insistere su quella che mi sembra una necessità urgente, oggi, di mantenere spazi di dibattito sui rapporti tra ecologia e politica che si sottraggano tanto all’ingiunzione continua allo schierarsi sui temi caldi dell’attualità quanto alla corsa all’innovazione intellettuale di rottura, tornando a dare valore a un modo di fare ricerca attento alla diversità delle voci e dei contesti di elaborazione del pensiero ecologico, a tutte le latitudini. È in questa tradizione che la rivista Altronovecento mi sembra iscriversi.

Riferimenti bibliografici

Blok, Anders. 2013. “Pragmatic Sociology as Political Ecology: On the Many Worths of Nature(S).” European Journal of Social Theory, 16(4):492–510.

Bonnet, Emmanuel, Diego Landivar, e Alexandre Monnin. 2021. Héritage et fermeture. Une écologie du démantèlement. Paris: Editions divergences.

Centemeri, Laura. 2022. “Green Justification and Environmental Movements.” In Diaz-Bone, R. e de Larquier (eds.), G., Handbook of Economics and Sociology of Conventions, Cham: Springer International Publishing, pp. 1–21.

Chartier, Denis e Estienne Rodary. 2015. “Globalizing French Écologie Politique: A Political Necessity.”In Bryant, Raymond L. (ed.) The International Handbook of Political Ecology, Cheltenham, UK e Northampton, MA, USA: Edward Elgar, pp. 547–560

Chateauraynaud, Francis e Josquin Debaz. 2017. Aux bords de l’irréversible. Sociologie pragmatique des transformations. Paris : Petra.

Chateauraynaud, Francis e Didier Torny. 1999. Les sombres précurseurs. Une sociologie pragmatique de l’alerte et du risque. Paris: Éditions de l’EHESS.

Demeulenaere, Élise. 2021. “Anthropology beyond Anthropos: A Historical Insight into French Contributions to Environmental Anthropology”, BEROSE International Encyclopaedia of the Histories of Anthropology, Paris. URL BEROSE: article2529.html

Feuerhahn, Wolf. 2017. “Les catégories de l’entendement écologique : milieu, Umwelt, environment, nature…”. In Blanc, G., Demeulenaere, E, e Feuerhahn, W. (dir.) Humanités environnementales, Paris, Éditions de la Sorbonne, https://doi.org/10.4000/books.psorbonne.84325.

Haudricourt, Georges-André. 1962. “Domestication des animaux, culture des plantes et traitement d’autrui,” L’Homme, 2(1): 40–50

Larrère, Catherine. 2016. “Aux origines intellectuelles de l’écologie politique européenne : la question de la technique.” Revue française d’histoire des idées politiques, 44(2):9-31.

Petit, Victor e Bertrand Guillaume. 2018. “We Have Never Been Wild: Towards an Ecology of the Technical Milieu”. In Loeve, S., Guchet, X., Bensaude Vincent, B. (eds.), French Philosophy of Technology: Classical Readings and Contemporary Approaches, Cham Heidelberg New York Dordrecht Londra , Springer, pp.81-100.

Thévenot, Laurent. 1984. “Rules and Implements: Investment in Forms.” Social Science Information 23(1):1–45.

Whiteside, Kerry H. 2002. Divided Natures. French Contributions to Political Ecology. Cambridge MA, London England: The MIT Press.

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