Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Il fallimento del nuovo ordine mondiale liberale

image_pdfScaricaimage_printStampa

Recensione di Alessandro Colombo, Il suicidio della pace. Perchè l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024), Raffaello Cortina Editore, Milano 2025.

Se c’è un libro di cui oggi è caldamente consigliabile la lettura è questo testo di Alessandro Colombo, professore Ordinario nel Dipartimento di Studi Internazionali, Giuridici e Storico-Politici dell’Università Statale di Milano, che ci offre una minuziosa e documentatissima ricostruzione dei trent’anni “ingloriosi” della globalizzazione neoliberista a trazione unipolare, che lui definisce Nuovo Ordine Mondiale (d’ora in avanti NOM).

Molti commentatori politici nostrani, privi dello sguardo lungo dello storico, si rivelano in totale stato confusionale di fronte all’inatteso e imprevedibile turbinio della nuova amministrazione americana e si dimostrano del tutto privi di strumenti per comprenderne la ratio, anzi spesso se la cavano lamentando che la Casa Bianca, purtroppo, sarebbe stata proditoriamente violata da un personaggio non proprio equilibrato, del tutto alieno ai “valori” della civiltà occidentale.

Ebbene il testo di Colombo dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che l’attuale situazione caotica, in realtà, è l’inevitabile esito del fallimento di un progetto, appunto il NOM, elaborato oltre trent’anni fa, condiviso e perseguito da tutte le Amministrazioni americane, repubblicane e democratiche, fino a Biden.

Riavvolgiamo dunque il nastro e vediamo, con il nostro autore, il momento cruciale del travagliato parto del NOM.

Siamo alla caduta del muro e all’implosione dell’Unione sovietica con la fine traumatica del lungo bipolarismo seguito alla seconda guerra mondiale. L’America si trova improvvisamente senza il grande contendente e con l’altro mondo non occidentale privo di leadership. Poteva essere il momento ideale per rilanciare l’ONU, per superarne la logica paralizzante della guerra fredda e per rendere operante, non più solo sulla carta, quell’insieme di trattati e di normative che hanno costituito il cosiddetto “diritto internazionale” oggi tanto evocato, insomma per ricostruire relazioni fra gli Stati sovrani effettivamente multilaterali, “in condizioni di parità”, almeno formali. Certo, anche in questo quadro gli USA avrebbero mantenuto comunque un’oggettiva superiorità, data dalla potenza economica, tecnologica e militare senza pari e avrebbero avuto tutto lo spazio per tutelare i propri interessi. Ma non avrebbero dovuto sobbarcarsi l’onere della governance globale del mondo, delegandola in qualche modo agli organismi internazionali che facevano capo all’ONU.

Ciò che di primo acchito sarebbe sembrato l’esito più logico di quella crisi epocale, invece, non fu neppure preso in considerazione dall’America.

Colombo insiste con dovizia di documentazione sulla torsione imposta dagli USA all’indomani del 1991. Il NOM, annunciato come una nuova era per l’umanità (classici i testi dei Neocn su Il nuovo secolo americano o di Fukuyama su La fine della storia), si poneva l’ambizioso e impegnativo obiettivo di “riformare in senso liberale la convivenza interna ed internazionale […] attraverso una transizione universale al mercato e alla democrazia” (p. 57). Forse giocò un ruolo l’euforia per l’inattesa vittoria sull’“impero del male” che indusse un eccessivo ottimismo nelle élites liberali occidentali eccitate dalla rara opportunità di plasmare il mondo, con gli Stati uniti da soli al vertice del potere.

A questo proposito, a parere dello scrivente, le motivazioni di questa svolta meritavano un maggiore approfondimento nella storia di lungo periodo, riprendendo le ricerche di Wallerstein e di Arrighi sull’Occidente moderno e sulla sua originaria e permanente pulsione per cinque secoli a dominare il mondo e ad esercitarvi la propria egemonia e ricordando l’origine degli stessi USA nati dal mito fondativo della “nuova frontiera” e della corsa all’Ovest compiuta sulla distruzione dei nativi, per dominare ed espandersi sempre oltre.

Comunque il progetto poggiava su presupposti del tutto inediti. Vantaggiosi i primi due: l’esistenza di un’unica superpotenza e l’assoluta libertà d’azione della stessa. Critici gli altri due: il rischio di incostanza e incoerenza e il rischio di abuso, data l’assenza di contrappesi. E questi ultimi si riveleranno tanto influenti da portare il NOM in pochi anni dall’apogeo del 1992-93 alla crisi del 2005-10, che sarà senza soluzione di continuità fino ad oggi, ovvero al suo definitivo fallimento.

Il progetto era basato sulla sostanziale identificazione tra politica estera e politica interna degli Usa e sulla emarginazione dell’ONU e del sistema di diritto internazionale che ad esso faceva capo. Questo è bene sottolinearlo perché solo oggi troppi piangono sull’annichilimento dell’ONU dimenticando che questo dato è una realtà ultra trentennale che ha accompagnato l’egemonia liberale degli Usa.

L’ONU, di conseguenza, è stato sostituito da formule, sempre egemonizzate dagli USA, come “comunità internazionale” che aggregava e aggrega nazioni che si riconoscono nella civiltà occidentale della democrazia liberale, del mercato e dei diritti individuali, oppure come “coalizione dei volenterosi” o NATO, a composizione variabile in relazione agli obiettivi geopolitici da perseguire e ai “nemici” da mettere in riga. Altrettanto flessibile e arbitraria dal punto di vista del vero diritto internazionale l’individuazione del nemico che ostacolerebbe l’affermazione del NOM. Gli Stati canaglia e autoritari, possono essere risparmiati da “operazioni di polizia internazionale” se collaborativi e in forme diverse acquiescenti al NOM, mentre sono castigati se troppo riottosi e soprattutto se hanno la “sventura” di trovarsi sotto i piedi petrolio e altre risorse preziose (elemento, questo, forse non messo in evidenza a sufficienza nel testo). Un doppio standard nel giudicare “legittimi” o “illegittimi” i comportamenti degli Stati che durerà per oltre 30 anni, mandando alle ortiche il diritto internazionale sancito dall’ONU, sostituito dal cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole” (rules-based international order, RBIO) dettate, appunto, dagli USA. Solo ora i commentatori e i politici europei, scandalizzati, ne scoprono gli effetti infausti perché per la prima volta nella storia, con la vicenda della Groenlandia, il sistema RBIO si ritorce contro l’Europa; ma in realtà è una storia vecchia di decenni in cui l’Europa tutta (ad eccezione di Francia e Germania nella seconda guerra “illegale” del Golfo) è stata complice acquiescente o coprotagonista.

Ma questa realtà contraddittoria fu occultata nei suoi risvolti critici da una possente campagna propagandistica che coinvolse non solo i mass-media e i nuovi social, ma anche l’intellettualità e la cultura in generale, spinta dalle iniziative globali sviluppate con forti investimenti dall’USAID americana. Si affermò la retorica di un mondo liberale e “liberato” in cui ognuno avrebbe avuto la possibilità di “reinventarsi la proprio vita”, con un’espansione globale non solo dei mercati e dei commerci, ma anche delle relazioni e degli interscambi tra individui e culture, un “mondo senza confini”, che affascinò anche tanta parte della politica progressista, la celebrata globalizzazione.

Ma anche questa narrazione ha mostrato la corda svelando la sua contraddizione intrinseca: da un canto il NOM voleva essere universale e cosmopolita, dall’altro, come rileva Colombo, ha riservato a Stati esterni al suo nucleo organico trattamenti e operazioni militari che ne minavano l’integrità territoriale e la sicurezza. Dunque in realtà vi erano dei confini sottintesi: di qua la “comunità internazionale”, l’Occidente, che detta le regole e le impone con le armi, di là il resto del mondo che deve adeguarsi. Analogamente è avvenuto con la retorica del superamento del nazionalismo e della sovranità degli Stati, dell’irrisione dei “sovranismi” e della celabrazione di un mondo senza frontiere, mentre nella realtà si affermava l’“ipersovranità” ultranazionalista degli USA e alleati, unici “legittimati” ad usare anche metodi terroristici per imporre il NOM.

Infatti, al di là delle retoriche delle “guerre umanitarie e chirurgiche” e delle “bombe intelligenti”, se si scorrono le pagine che ricostruiscono questa ultima disastrosa “guerra dei Trent’anni” “a pezzi” combattuta dal NOM in diverse parti del mondo per imporsi all’umanità intera, si comprende come fosse destinata al fallimento: all’enorme impiego di risorse economiche da parte degli USA, alla lunga insostenibile, e ai milioni di vittime e alle devastazioni di territori provocati non è corrisposto nessun risultato concreto nel consolidamento e nell’estensione del NOM, anzi la frammentazione del mondo è addirittura aumentata: dal 2005 al 2018 il NOM invece che progredire è regredito, con una diminuzione del 44% degli Stati considerati liberi dall’Occidente (pp. 203-205).

Nel contempo, possiamo immaginare, anche se per noi eurocentrici e occidentalocentrici sembra molto difficile se non impossibile, come quello che ora si autodefinisce Sud Globale abbia vissuto questo trentennio e quanto sia crollata nel resto del mondo la reputazione degli USA e del NOM.

Non vi è qui lo spazio per dettagliare la puntuale ricostruzione delle diverse fasi, vere “tappe della disfatta” del NOM, che ci propone Colombo e richiamiamo solo nei titoli.

  • La radicalizzazione e l’involuzione del Nuovo Ordine Mondiale, 2001-2008 (pp. 149-184)
  • Il tornante. La crisi economico-finanziaria e l’erosione delle basi politiche, economiche e istituzionali dell’ordine liberale, 2008-2013 (pp. 185-214)
  • Il ritorno della competizione tra grandi potenze, 2013-2020 (pp. 215-244)
  • Il crollo, 2020-2024 (pp. 245-264)

La cosa certa, secondo l’autore è che siamo alla fine di un ciclo, che il NOM ha fallito e che l’attuale caos ci espone al pericolo della diffusione di nuove forme di conflitti dagli esiti incerti, per cui ci ritroviamo in un “mondo fuori controllo”, come titola l’ultimo capitolo.

Quattro gli scenari futuri che si potrebbero ipotizzare secondo l’autore.

  1. Il passaggio del testimone dagli USA in declino ad un’altra superpotenza, che potrebbe essere solo la Cina, la quale però “non ha le risorse né tantomeno la volontà di esercitare un’egemonia globale” che peraltro “non è un buon affare per nessuno”.
  2. La dissociazione, da parte degli USA, della supremazia dall’egemonia, puntando solo sulla prima in un confronto muscolare con le altre potenze.
  3. Un nuovo bipolarismo tra USA e Cina a conflittualità controllata.
  4. Un multipolarismo come auspicato dai BRICS.

Aggiungiamo noi che, se avessimo una leadership europea all’altezza, sarebbe a quest’ultima prospettiva che l’Europa dovrebbe guardare, sganciandosi dalla subordinazione autolesionista nei confronti degli USA, sia perché ciò potrebbe ridare slancio alla costruzione di un’UE autonoma e realmente democratica, sia perché potrebbe riaprire uno spazio alla ricostruzione di quel progetto di un vero “diritto internazionale” nelle relazioni pacifiche tra gli Stati che l’ONU aveva immaginato.

image_pdfScaricaimage_printStampa
Total
0
Shares
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articolo Precedente

Recensione di Pierre Charbonnier, "Vers l'écologie de guerre", La Découverte, Paris, 2024

Articolo Successivo

Lezione di commiato. La storia. Un sapere delle trasformazioni nel tempo

Articoli Collegati
Total
0
Share