
Tabella 1

Tabella 2
Le due tabelle sopra riportate provengono dagli atti del Convegno nazionale su Zootecnia intensiva e ambiente (Editrice Trevigiana, 1975) tenutosi a Treviso il 21 e 22 aprile 1972. L’evento rivestì un ruolo particolarmente significativo, rappresentando un momento di snodo nel progressivo emergere di una riflessione critica sulla sostenibilità ambientale degli allevamenti intensivi.
Sebbene in una fase ancora ampiamente esplorativa, l’indagine documentaria sembrerebbe confermare che proprio nei primi anni Settanta tale modello di sviluppo zootecnico, che dal secondo dopoguerra aveva conosciuto ampia diffusione soprattutto nelle regioni settentrionali del Paese, cominciò a essere messo in discussione come fonte di pressione e inquinamento ambientale.
Inizialmente furono le grandi porcilaie a rendere visibile l’impatto della loro presenza sul suolo, ma soprattutto sui corpi idrici circostanti (tabella 1). A differenza di quanto avveniva con le forme di allevamento tradizionale, quello intensivo richiedeva lavaggi quotidiani dei box e dei recinti, con il superamento della tradizionale lettiera di paglia. Con le acque di lavaggio il volume delle deiezioni prodotte aumentò notevolmente e il loro sversamento in fossi e canali generò i primi casi di proteste animate da comitati cittadini e di interventi della magistratura, nonostante l’assenza di un quadro giuridico ben definito di strumenti normativi adeguati.
Ben presto, tuttavia, anche gli allevamenti avicoli e bovini divennero oggetto di un articolato dibattito di carattere tecnico-scientifico. Nato negli ambienti accademici delle facoltà di veterinaria e nei principali centri di ricerca – in primo luogo il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) – il confronto si ampliò oltre la cerchia degli specialisti, incidendo sul discorso politico e sociale e contribuendo a definire un quadro concettuale che avrebbe anticipato, e in parte orientato, alcune delle soluzioni normative confluite nella legge Merli. In tale processo, il convegno di Treviso, organizzato dalla Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura, costituì un passaggio decisivo: il sapere scientifico si confrontò in modo strutturato con le istanze dei comitati cittadini e con gli interessi organizzati delle associazioni datoriali degli allevatori. Il professore Renzo Vendrami, dell’Università degli studi di Padova nel suo intervento ribadì che l’agricoltura e la zootecnia erano orami fonti di inquinamento al pari degli insediamenti urbani e dell’industria. Nel particolare caso della zootecnia intensiva, il processo di autonomizzazione rispetto alla più ampia produzione agronomica aveva comportato la sua sottrazione ai ritmi dell’agricoltura, alle sue cadenze stagionali e agli equilibri costruiti nel corso di secoli di evoluzione delle tecniche agrarie. Le evidenze scientifiche mostravano con chiarezza come la concentrazione, in spazi ristretti di centinaia e centinaia di capi favorisse la diffusione fra di essi di patologie infettive, determinando al contempo il rilascio nell’ambiente di ingenti quantità di sostanze organiche contenenti tali agenti. Nei periodi di maggiore piovosità, tali materiali venivano convogliati dagli allevamenti nei corpi idrici superficiali – ruscelli, fiumi, canali e laghi – dove alimentavano una proliferazione di flora batterica ad elevato consumo di ossigeno. Questo processo induceva condizioni di ipossia e anossia, rendendo i corpi d’acqua inospitali per la sopravvivenza degli organismi aerobi, dai protozoi ai molluschi, fino alle specie ittiche. La natura ancora localizzata di tali fenomeni, prevalentemente circoscritti alle aree circostanti le zoopoli, spiegava la relativa scarsità, in Italia, di studi sistematici sull’impatto ambientale del settore. Al contrario, dagli Stati Uniti – dove la diffusione di tali pratiche produttive era ormai estesa – provenivano ricerche particolarmente innovative. In questo contesto si inseriva il contributo di Weatland, autore di una tabella finalizzata alla quantificazione del carico inquinante prodotto dall’allevamento di diverse specie animali, presentata all’auditorio (con alcune lievi modifiche) (tabella 2).

