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La questione ambientale oltre i confini dello statalismo marxista
Un allargamento della base teorica ecomarxista non può essere progettato senza tornare criticamente sul perimetro tracciato da John B. Foster nel suo fondativo Marx’s Theory of Metabolic Rift: Classical Foundations for Environmental Sociology, in particolare, sulla divisione del lascito ambientalista di Marx diversamente ereditato, a suo parere, tanto da Karl Kautsky quanto da Vladimir I. Lenin e Nikolai I. Bucharin (Forster 1999, pp. 391-394).
Da un punto di vista strettamente teorico di una sociologia dell’ambiente, l’attribuzione dell’eredità risponde a una logica stringente: Kautsky ne La questione agraria (1899), Lenin ne La questione agraria e i “critici di Marx” (1901), Bucharin in un capitolo de La teoria del materialismo storico (1920), hanno rispettivamente affrontato, tra l’altro, lo sfruttamento delle campagne da parte delle città, l’uso benefico di fertilizzanti naturali per il suolo, il rapporto interattivo tra natura e società.
Gli eredi, però, una volta guardati al di fuori della mono dimensione socio-ambientale suggestivamente perimetrata da Foster e restituiti alla loro più integrale complessione politica, non si fa fatica a vederli come un’espressione compiuta di forme diverse di statalismo: quello riformista-revisionista socialdemocratico integrato nello Stato borghese tedesco, Kautsky; quello rivoluzionario bolscevico sovietico, Lenin e Bucharin.
Inquadrata da questa prospettiva, l’eredità ambientalista di Marx tracciata da Foster finisce col risentire, che lui lo voglia o meno, di una pregiudiziale politica statalista che lascia fuori dalla ripartizione del suddetto lascito ecologista quanti e quante hanno recalcitrato a rimanere nei confini angusti dello Stato.
Nel caso di Rosa Luxemburg laddove la questione statale si è posta è stata risolta tanto in una ferrea critica dell’opportunismo riformista dei politicanti socialdemocratici valida per ogni tempo – si pensi al memorabile Riforma sociale o rivoluzione? del 1899 (Luxemburg 1975, pp. 61-187) – quanto in un altrettanto rifiuto della dittatura liberticida dei bolscevichi nel postumo, accorato La rivoluzione russa del 1921 (ivi, pp. 565-616).
Spetta al luxemburghismo provare ad allargare il perimetro di quante hanno partecipato alla spartizione dell’eredità ecologista di Marx.
Contro il dogmatismo marxista un marxismo come metodo di ricerca aperto
Innanzitutto, è lecito parlare di una questione ambientale in Luxemburg? E se sì, in che misura essa riprende quella marxiana?
Per rispondere alle due domande bisogna partire da ciò che le presuppone, ossia il modo estremamente libertario, privo di qualsiasi forma di soggezione all’autorità del ‘padre’, che Luxemburg ha di trattare Marx.
Come appare evidente dall’articolo Ristagno e progresso del marxismo uscito il 14 marzo del 1903 sull’organo di stampa del Partito socialdemocratico tedesco “Vorwärts” in occasione della ventesima ricorrenza della morte di Marx (ivi, p. 221), la rivoluzionaria si rifiuta di vedere nella sua opera un sistema compiuto da seguire e applicare dogmaticamente o da volgarizzare a fini propagandistici, da qui il ristagno del marxismo contemporaneo (ivi, p. 223). Il gran parte ignorato III libro del Capitale, uscito postumo a cura di Engels nel 1894, lo si deve proprio a ragioni di questo tipo, dall’aver considerato totalmente appagato il senso delle lotte proletarie dall’analisi del processo di produzione elaborata nel I libro e di non soffrirne alcuna carenza teorica (ivi, p. 226), cosa che al contrario esisteva visto il completamento della critica dell’economia politica con il suddetto III libro nel quale, ad esempio, viene presentata la legge della caduta tendenziale del tasso di profitto, fondamentale per capire, con le crisi cicliche del capitalismo, l’intero funzionamento del Capitale.
Onde evitare un ristagno mortifero di questo tipo e realizzare un effettivo progresso della teoria marxista in quello che è il suo campo di elezione, cioè “la scienza della società” (ivi, p. 229), Luxemburg invita a utilizzarla, specialmente per ciò che riguarda “la concezione dialettico-materialista della storia”, come un “metodo di ricerca” aperto, che consente “i più arditi voli in territori inesplorati” (ivi, p. 224).
In realtà, queste continue esortazioni a una lettura libera e creativa di Marx che lo portino verso ciò che è sempre da scoprire, si basano su di una certa insofferenza nei confronti della sua scrittura come ha modo di dire apertamente a Leo Jogiches in una lettera del 9 settembre 1904 dalla cella di Zwickau: “Ma tu lo sai, Marx alla fine mi irrita, non lo posso tuttora mandar giù, cioè mi ci sprofondo sempre e vi posso respirare a fatica” (ivi, p. 221).
Capitalismo, distruzione delle economie naturali e antispecismo
Ed è proprio grazie a un trattamento libertario del Capitale di questo tipo che Luxemburg incontra quella che grosso modo possiamo definire la questione ambientale, o meglio, una sua dimensione particolare: l’antispecismo. Impossibile scollegare le due cose: espansione del processo produttivo sul piano mondiale e sfruttamento delle risorse umane e naturali, imperialismo e distruzione di tutte le specie viventi considerate inferiori rispetto alla superiorità dell’uomo europeo bianco, cristiano, armato ideologicamente di un’ipocrita missione civilizzatrice e materialmente di un letale militarismo.
Nella sua opera di maggiore respiro teorico economico-politico, L’accumulazione del capitale (1913), Luxemburg perviene a questi risultati partendo proprio da uno sguardo critico e disincantato sulla principale opera di Marx. Scrive nell’Avvertenza:
[…] non riuscivo a presentare con sufficiente chiarezza il processo d’insieme della produzione capitalistica nei suoi rapporti concreti e nei suoi limiti storici obiettivi. A un esame più attento, dovetti convincermi che non si trattava di una semplice questione di esposizione, ma di un problema connesso sul piano teoretico al contenuto del II libro del Capitale e, nello stesso tempo, alla prassi dell’attuale politica imperialistica nelle sue radici economiche (Luxemburg 2012, p. 3).
Sebbene un economista marxista del calibro di Paul M. Sweezy abbia dimostrato con sufficiente chiarezza l’errore teorico nel quale incorre Luxemburg per risolvere il problema da lei individuato nel II libro del Capitale (Sweezy 2012, pp. XXV-XXX), non esita nel riconoscere che la sua analisi dell’imperialismo formulata nella III sezione dell’Accumulazione, fondata proprio sullo sviluppo logico di quell’errore, “innalza tutto il lavoro al livello di un classico rivoluzionario” (ivi, p. XXII).
Ed è proprio in questa sezione, in particolare nel capitolo XXVII dedicato alla “lotta contro l’economia naturale”, che possiamo reperire una significativa traccia di antispecismo connesso allo sviluppo distruttivo del capitalismo in aree non capitaliste.Prima, però, una precisazione.
Se alla radice dell’errore contestatole c’è il rifiuto di credere che al livello della riproduzione allargata, ossia quello nel quale il capitalista non consuma più interamente il plusvalore estorto agli operai come avviene nella riproduzione semplice e lo reinveste nel ciclo produttivo per allargare il suo mercato avendo sempre e solo come acquirente una popolazione di capitalisti e operai in una sorta di sistema puro, ciò avviene perché Luxemburg ritiene, guardando allo sviluppo reale del capitalismo – ad esempio, all’azione della Peruvian Amazon Co. Ltd a Putumayo in Perù per l’ottenimento del caucciù (ivi, p. 353) o a quella degli inglesi e degli olandesi in Sudafrica per lo sfruttamento di diamanti e di oro (ivi, pp. 411-415) – che questi abbia sempre avuto e abbia sempre più bisogno delle società non-capitaliste da colonizzare per ottenere tanto nuovi acquirenti quanto nuovi schiavi salariati da sfruttare, menomare, trucidare qualora resistano alla ‘civilizzazione’, per consentite la creazione e l’accumulazione del profitto:
La produzione capitalista si basa fin dalle sue origini, nelle sue forme e leggi di sviluppo, sull’intero orbe terracqueo come serbatorio delle forze produttive. Nella sua spinta all’appropriazione delle forze produttive a fini di sfruttamento, il capitale fruga tutto il mondo, si procura mezzi di produzione da tutti gli angoli della terra, li conquista o li acquista in tutti i gradi di civiltà, in tutte le forme sociali. Il problema degli elementi materiali dell’accumulazione del capitale, lungi dall’essere risolto dalla forma materiale del plusvalore prodotto capitalisticamente, si trasforma in un problema completamente diverso: per l’impiego produttivo del plusvalore realizzato è necessario che il capitale abbia sempre più a disposizione l’intero globo in modo da avere una possibilità quantitativamente e qualitativamente illimitata di scelta nei suoi mezzi di produzione […] Senonché, anche nella sua maturità piena, il capitalismo è legato in ogni suo rapporto all’esistenza contemporanea di strati e società non-capitalistici (ivi, pp. 352, 360).
Questa relazione costante con mondi non capitalisti da conquistare e successivamente da trasformare in sistemi produttivi capitalisti si basa sulla distruzione delle economie naturali che il capitalismo, specialmente nella fase imperialista, incontra sul suo cammino. E con questo arriviamo al ventisettesimo capitolo dell’Accumulazione.
Dal momento che le formazioni sociali basate su economie naturali non conoscono valore di scambio mercantilmente inteso ma scambiano beni in funzione del loro valore d’uso, esse si oppongono a ogni punto del programma capitalista, e cioè:
- 1) impadronirsi direttamente di importanti sorgenti forze produttive come il suolo, le foreste, i minerali, le pietre preziose, i prodotti della flora esotica (come il caucciù) ecc.;
- 2) “liberare” forze-lavoro e costringerle a lavorare per il capitalismo;
- 3) introdurre l’economia mercantile;
- 4) separare agricoltura e artigianato (ivi, 364).
Per distruggere questa opposizione, i paesi colonizzatori hanno a loro disposizione: “la violenza politica (rivoluzioni, guerre), la pressione fiscale, il basso prezzo delle merci” (ibidem). Ora, è in questa lotta tra processi imperialistici di dominazione e forze di resistenza opposte dalle società naturali, che Luxemburg manifesta una spiccata sensibilità antispecista nel segnalare tra le forme di proprietà che i colonizzati si rifiutano di cedere assieme alla terra ricca di risorse minerarie, alle foreste, alle acque, anche il “patrimonio zootecnico dei primitivi popoli allevatori” (ivi, p. 365).
Sarebbe azzardato riportare questa apparentemente tenue traccia testuale nel solco dell’antispecismo se non la collegassimo all’immensa ricchezza epistolare di Luxemburg nella quale la rivoluzionaria non smette mai di esprimere il suo infinito amore per la fauna – al di sopra di tutti la gatta Mimì – e la flora del modo naturale – quest’ultimo documentato finanche dalla redazione di un erbario personale (Luxemburg 2025b, pp. 135-166) – un amore mai fine a se stesso ma sempre vissuto in funzione dello sfruttamento e della distruzione della natura agiti dagli uomini al servizio del sistema produttivo.
Su questo punto una lettera molto nota del dicembre 1917 scritta dal carcere di Breslavia a Sophie Sonja Liebknecht, potrà bastare:
Ah, Sonitschka, ho avuto un grande dolore; nel cortile dove passeggio, spesso arrivano carri militari, pieni di sacchi o vecchie uniformi e camicie di soldati, spesso macchiate di sangue… Vengono scaricati qui, distribuiti nelle celle, rattoppati, poi ricaricati e consegnati all’esercito. Recentemente è arrivato un carro, trainato non da cavalli, ma da bufali. Sono più robusti e massici dei nostri buoi, con la testa piatta e le corna ricurve, il cranio assomiglia più a quello delle nostre pecore: completamente neri con grandi occhi dolci. Provengono dalla Romania, sono trofei di guerra… I soldati che guidano il carro raccontano che è stato molto difficile catturar questi animali selvatici e ancora più difficile usarli per il trasporto, abituati com’erano alla libertà. Li frustavano così forte, fino a far avverare per loro il detto “vae victis” … Si dice che ci sia un centinaio di questi animali solo a Breslavia; abituati ai pascoli rigogliosi della Romania, ricevono ora cibo misero e scarso. Vengono sfruttati senza pietà per trainare tutti i tipi di carri e così muoiono rapidamente. – Alcuni giorni fa è arrivato un carro pieno di sacchi, il carico era così pesante che i bufali nono riuscivano a superare la soglia del portone. Il soldato che li accompagnava era un tipo brutale; ha iniziato a colpire gli animali con l’estremità spessa del manico della frusta, tanto che la sorvegliante lo ha rimproverato indignata, chiedendogli se non avesse compassione per gli animali! “Nessuno ha compassione per noi esseri umani”, ha risposto […] e ha colpito ancora più forte… Gli animali alla fine hanno tirato e sono riusciti a superare l’ostacolo, ma uno sanguinava… Sonitschka, la pelle del bufalo è proverbiale per il suo spessore e per la resistenza, eppure era lacerata. Gli animali stavano lì immobili, esausti, e uno, quello che sanguinava, guardava davanti a sé con un’espressione in quel volto nero e negli occhi dolci, come un bambino che ha appena pianto. Era proprio l’espressione di un bambino che è stato duramente punito senza sapere perché, non sa come sfuggire al dolore e alla violenza brutale… Ero lì davanti e l’animale mi guardava, le lacrime mi scendevano – erano le sue lacrime, non si può fremere per il fratello più caro con più dolore di quanto vibrassi io nella mia impotenza per questa sofferenza silenziosa. Quanto sono lontani, quanto sono irraggiungibili e oramai perduti i pascoli verdi e rigogliosi della Romania! Quanto diversa doveva apparire lì la luce del sole, il soffio del vento, quanti diversi il canto degli uccelli o i richiami melodiosi dei mandriani. E qui – questa città straniera e spaventosa, la stalla cupa, il fieno disgustoso e ammuffito mescolato con paglia marcia, gli uomini stranieri e terribili, e i colpi, il sangue che scorre dalla ferita fresca… Oh, mio povero bufalo, mio povero, amato fratello, siamo uno nel dolore, nell’impotenza, nella nostalgia (Luxemburg 2025, pp. 63-65).
Il dramma del bufalo vissuto in prima persona nelle carceri di Breslavia e così magistralmente narrato nella lettera appena letta, realizza in forma microscopica il destino presentito riservato al patrimonio zootecnico delle popolazioni asiatiche, indiane, africane una volta entrato in possesso dei colonialisti occidentali, e fissato oggettivamente a livello macroscopico nell’Accumulazione.
Se nel trattato del 1913 l’amore per la specie animale minacciata dalla supremazia europea non può che trovare spazio se non in un linguaggio scientifico, nella lettera del 1917 alla quale fa eco, esso trova finalmente la sua espressione più consona, ricca di pathos e di spontaneità.
Come il bufalo è straziato dalla frusta del soldato solo per ottimizzarne lo sfruttamento, allo stesso modo le risorse zoologiche delle società non capitaliste sono distrutte nell’interesse economico dei colonizzatori.
In entrambi i casi Luxemburg lotta contro la razzia della specie animale con i pochi strumenti a sua disposizione: prima con la scienza, poi con le lacrime. Che si tratti del bufalo rumeno, un tempo libero e spensierato, ora ridotto in schiavitù e alimentato miserevolmente con cibo putrefatto, o dell’intero patrimonio zootecnico dei popoli extraeuropei, il suo antispecismo non smette mai di legarsi alla questione dello sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, animali e umane da parte del sistema produttivo capitalista. Come dire, la natura nella prospettiva del lavoro sfruttato.
A tale riguardo rimane esemplare, quasi archetipica, l’immagine che tanto l’aveva impressionata quando era nell’Alta Slesia polacca per questioni di organizzazione politica e di cui aveva scritto a Leo Jogiches il 9 giugno del 1898:
Il paesaggio mi ha colpito più di tutto il resto: i campi di segala, i prati, i boschi, le distese infinite, la lingua polacca e i contadini polacchi. Non puoi immaginare come tutto questo mi renda felice, Mi sento rinata, come se avessi ritrovato la terra sotto i piedi. Non sono mai sazia delle loro parole, del sapore dell’aria di qui! Ieri ho dovuto aspettare un’oretta il treno per tornare a Legnica. Quanto ho girato là nel grano e quanti fiori ho raccolto […] E i nostri contadini miseri, sporchi, ma che bella razza! A Kandrzin ho visto tre famiglie, due contadine e una ebrea, che stavano partendo per l’America! Che miseria! Mi sono sentita soffocare dalle lacrime, ma nello stesso tempo ero tanto felice di vederli che non potevo distogliere lo sguardo da loro (Luxemburg 2025c, p. 94).
Una visione nella quale la percezione della bellezza paesaggistica si concatena alla tragedia lavorativa dell’emigrazione, la serenità della vegetazione all’avvilimento dei proletari rurali, la ricchezza della natura alla povertà della loro condizione economica. E poi le lacrime, quelle che in seguito verserà per il dolore stanziante del bufalo nell’epistola del 1917, ora sono versate per la sofferenza sentita nei confronti dei contadini; e prima ancora la scienza, quella che dopo utilizzerà per diagnosticare il destino del patrimonio zootecnico della popolazioni colonizzate nell’Accumulazione del 1913, ora è messa alla prova nella regione operaia e contadina dell’Alta Slesia, infatti il 12 marzo del 1897 Luxemburg aveva conseguito magna cum laude il dottorato in scienze politiche presso l’Università di Zurigo con una tesi sullo “Sviluppo industriale della Polonia”, titolo che proprio mentre soggiorna in questa regione pensa di cambiare in “Sviluppo capitalistico della Polonia”, cosa che non accadrà ma della cui possibilità parla a Jogiches sempre nella lettera del 9 giugno 1898 (ibidem).
L’avifauna: nella distruzione capitalista della natura un divenire rivoluzionario
Da queste poche cose dette, appare chiaro che l’epistolario rimane un luogo privilegiato per accedere all’ecoluxemburghismo. Dalla sua lettura è possibile capire che la relazione della rivoluzionaria con la natura non si esaurisce tutta nella dimensione dello sfruttamento del lavoro, come del resto quella con la fauna non si risolve interamente con l’antispecismo.
In particolare, il rapporto con l’avifauna rivela aspetti del tutto inediti di Luxemburg che sarebbe banalizzante catalogare come un amore per gli uccelli nel quale si manifesterebbe tutta la sua umana sensibilità per il variegato mondo naturale.
Il caso delle cinciallegre è quello che meno di tutti si presta a un’interpretazione di questo tipo.
Sì, proprio quegli amabili uccellini per i quali si esibiva cantando nella fortezza polacca di Wronke dove era stata richiusa sempre a causa della sua attività politica:
Le cinciallegre mi assistono fedeli alla finestra, conoscono già benissimo la mia voce e sembrano contente quando canto. Recentemente ho cantato l’aria della contessa di Figaro, erano appollaiate in cinque o sei sull’arbusto davanti alla finestra e hanno ascoltato immobili fini alla fine; una scena moto buffa” (lettera a Luise Kautsky, 26 gennaio 2017 in Luxemburg 2025c, pp. 62-63).
E con le quali andava a passeggio quotidianamente come si suole fare con le amiche:
Una cinciallegra, con cui sono particolarmente amica, spesso passeggia con me e fa così: io cammino sempre su due lati del giardino, lungo i muri, ma la cincia salta accanto a me da un cespuglio all’altro, avanti e indietro. Non è carino? Nessuna delle due teme il maltempo e abbiamo già fatto la nostra passeggiata quotidiana anche sotto la neve. Oggi l’uccellino sembrava così arruffato, bagnato, tutto malridotto, proprio come me, ma stavamo entrambi così bene. Ora, nel pomeriggio, è così tempestoso che non osiamo più uscire. La cincia si siede sulla mia grata alla finestra e gira la testolina a destra e a sinistra per guardarmi attraverso il vetro, mentre io sono seduta qui alla scrivania, mi godo il ticchettio dell’orologio che rende la stanza così accogliente e lavoro (lettera a Hans Diefenbach, 16 aprile 1917 in Luxemburg 2025, p. 93)
Quelle stesse creature adorate così tanto da volere che il loro suono fungesse da iscrizione funeraria del suo sepolcro:
Non ci saranno frasi pompose sulla mia tomba così come nella mia vita. Sulla mia lapide possono comparire solo due sillabe: “zwi-zwi”. È il richiamo delle cinciallegre, che io imiti così bene che subito arrivano. E pensa che in questo “zwi-zwi”, che altrimenti brillava in modo chiaro e sottile, come un ago d’acciaio, da qualche giorno c’è un trillo molto piccolo, un tono minuscolo del petto. E sa, signorina Jacob, cosa significa? Questa è la prima sensazione tranquilla della prossima primavera – nonostante la neve, il gelo e la solitudine, noi – le cinciallegre e io – crediamo nella prossima primavera! E se non lo provo per impazienza, non dimentichi che sulla mia lapide non si può scrivere altro che “zwi-zwi” (lettera a Mathilde Jacob, 7 febbraio 1917; ivi p. 174).
Ebbene, tutte queste attenzioni estremamente personalistiche per le cinciallegre che l’accompagnano tanto nei momenti di gaia spensieratezza (i pochi che riusciva a strappare nei tanti anni di carcerazione durante tutta la Prima guerra mondiale) e di felicità corporea come il canto in cella o una passeggiata lungo le cinte murarie del carcere, quanto in quelli più depressivi legati alla morte, elementi importanti che potrebbero autorizzare una visione intimista del rapporto di Luxemburg con le cinciallegre, non ci devono distogliere dall’approccio totale che Luxemburg applica non solo all’economia ma anche all’avifauna canora: “Per me la voce degli uccelli è inseparabile dal loro intero comportamento e dalla loro vita, mi interessa solo il tutto, non qualche dettaglio isolato” (lettera del 2 agosto 1917 a Sophie Sonja Liebknecht; ivi, p. 57).
In questo caso il tutto vuol anche dire interessarsi alle ragioni che stanno progressivamente portando all’estinzione degli uccelli canori, proprio come molto tempo dopo farà Rachel Carson nella sua memorabile inchiesta del 1962, Primavera silenziosa (Selvaggi 2023), sulla scomparsa dei pettirossi americani in seguito all’uso del DDT:
Ieri stavo appunto leggendo riguardo alla causa della scomparsa degli uccelli canori in Germania: sono la crescente coltura razionale delle foreste, la coltura dei giardini e la coltivazione dei campi a privarli di tutte le condizioni naturali per nidificare e nutrirsi – alberi cavi, terreni desolati, sterpi foglie secche sul suolo, che passo dopo passo vengono distrutti. Ho provato così tanto dolore quando l’ho letto. Non che mi importi del canto per le persone, ma è piuttosto l’immagine dell’estinzione silenziosa e inarrestabile di queste piccole creature indifese a farmi male, tanto che ho finito per mettermi a piangere (lettera del 2 maggio 1917 a Sophie Sonja Liebknecht; ivi, p. 41).
Naturalmente la scoperta della distruzione del mondo naturale grazie all’industrializzazione dell’agricoltura, non può che richiamare quella della società umana ad opera della ‘civilizzazione’. Al silenzioso sterminio degli uccelli canori, Luxemburg fa corrispondere il genocidio degli indiani d’America, sempre nella stessa lettera scrive:
Mi ha ricordato un libro russo del prof. Sieber, che ho letto mentre ero a Zurigo, sulla scomparsa dei pellerossa nel Nordamerica: esattamente allo stesso modo, passo dopo passo, vengono cacciati dalla loro terra dalla civiltà e vengono lasciati a un’estinzione silenziosa e crudele (ibidem).
Se il tutto dell’avifauna canora di cui le cinciallegre sono rappresentati d’eccezione nel cuore di Luxemburg porta alla determinazione macroeconomica della loro incipiente estinzione, quindi della loro condizione attuale e dei pericoli che ne minacciano la specie, questo stesso tutto socio-economico non esaurisce il suo rapporto con gli amati uccellini perché con essi Luxemburg sperimenta un vero e proprio “divenire animale” per dirla con Gilles Deleuze, quello che lei chiama misteriosamente, sempre nella stessa straordinaria lettera, il suo essere un uccello: “A volte ho la sensazione di non essere un vero e proprio essere umano, ma un qualche uccello o un altro animale in forma umana” (ivi, p. 42).
Una così profonda compenetrazione trasformativa che la porta finanche a capirne il loro proprio linguaggio canoro:
anch’io comprendo il linguaggio degli uccelli e degli animali. Naturalmente non come se usassero parole umane, ma capisco le diverse sfumature e le sensazioni che mettono nei loro suoni. Solo all’orecchio rozzo d’una persona indifferente il canto degli uccelli può essere sempre lo stesso. Se si amano gli animali e li si comprende, si troverà una grande varietà d’espressione, un intero linguaggio (lettera del 23 maggio 1917 a Sophie Sonja Liebknecht; ivi, p. 46).
E a dubitare della sua sanità mentale: “l’intima fusione con la natura organica […] assume quasi forme patologiche, il che probabilmente è legato allo stato dei miei nervi” (lettera del 12 maggio 1918 a Sophie Sonja Liebknecht; ivi, p. 70).
Questo irrefrenabile trasporto verso la cinciallegra non penso abbia né un significato simbolico-escapista (di libertà per lei che è incarcerata), né un valore consolatorio-compensativo (il suo amore è preferibile a quello degli esseri umani) né tanto meno uno schizoide-fusionale (io sono un uccello canoro). Il divenire cinciallegra di Luxemburg lo si deve immaginare, piuttosto, lungo due direttrici profondamente intrecciate tra di loro: una politica, una emotiva.
La prima si sviluppa contro l’apparato del partito socialdemocratico tedesco e dei suoi grandi teorici da Bernstein a Kautsky che avevano progressivamente svenduto il destino rivoluzionario del proletariato tedesco prima col revisionismo opportunista, poi con l’entrata in guerra causando lo sterminio di milioni di proletari, infine con il boicottaggio della rivoluzione russa: quello della rivolta spartachista a Berlino nel gennaio del 1919 – l’ala rivoluzionaria del suddetto partito cappeggiata da lei e da Karl Liebknecht – lo pagherà personalmente con la morte.
A questi uomini e alla loro organizzazione politica, non si può che opporre un divenire uccello: “nella parte più intima, appartengo più alle cinciallegre che ai “compagni” (lettera del 2 maggio 1917 a Sophie Sonja Liebknecht; ivi, p. 42), non foss’altro perché nei momenti di maggiore pericolo per la propria specie come quelli affrontati durante le migrazioni, l’avifauna è capace di una solidarietà e di una cooperazione incredibilmente rivoluzionarie:
Ho letto recentemente in un’opera scientifica sulla migrazione degli uccelli, che finora rappresenta un fenomeno piuttosto enigmatico, che è stato osservato come cinquantuno specie diverse, che in genere si combattono e si divorano come nemici mortali, facciano pacificamente una accanto all’altra il grande viaggio verso su attraverso il mare: in Egitto arrivano per l’inverno enormi stormi di uccelli che volano in alto come nuvole e oscurano il cielo, e in queste schiere volano senza lacuna paura migliaia di piccoli uccelli canori, come allodole, regoli, usignoli, in mezzo a rapaci, astori, aquile, falchi, gufi che altrimenti li caccerebbero. Durante il viaggio sembra quindi regnare tacitamente una trève de Dieu, tutti si dirigono verso l’obiettivo comune e cadono mezzo morti per la stanchezza sulla terra del Nilo, per separarsi poi secondo specie e paese di provenienza. Ma c’è di più: è stato osservato che durante questo viaggio “sopra il grande stagno” gli uccelli più grandi trasportano quelli piccoli sulla loro schiena, così sono stati avvistati stormi di gru con piccoli uccelli migratori che cinguettavano allegramente sul loro dorso! Non è affascinante? (lettera del novembre 1917 a Sophie Sonja Liebknecht; ivi, pp. 58-59).
La seconda direttrice lungo la quale si sviluppa il divenire cinciallegra di Luxemburg è interamente affettiva, si basa sulla capacità di provare empatia per il totalmente altro da sé: dagli uccelli canori in via d’estinzione, al bufalo frustato a sangue fino al patrimonio zoologico extraeuropeo destinato alla distruzione. Non un altro genericamente inteso ma sempre posizionato in una condizione di sofferenza e di sfruttamento.
Quindi è l’empatia a muovere il divenire cinciallegra di Luxemburg, a colmare di senso affettivo il tutto socio-economico della sua relazione con il mondo animale, sia esso nella forma dell’antispecismo che in quella dell’avifauna canora. Un’empatia ‘naturale’ che si fonde con quella sociale provata per il proletariato industriale e rurale, per le popolazioni colonizzate, in breve, un genuino sentimento internazionalista: “mi sento a casa solo nel mondo, dove ci sono nuvole, uccelli e lacrime umane” (lettera del 16 febbraio 1917 a Mathilde Wurm; ivi, p. 127).
Bibliografia
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J. B. Foster (1999), “Marx’s Theory of Metabolic Rift: Classical Foundations for Environmental Sociology”, in “American Journal of Sociology”, vol. 105, n. 2.
R. Luxemburg (2025), Nuvole, uccelli e lacrime umane. Lettere su natura e rivoluzione, NdA press, Rimini.
R. Luxemburg (2025b), Un ardente desiderio di primavera. Erbe, animali e cieli nelle lettere dal carcere, Edizioni Casagrande, Bellinzona.
R. Luxemburg (2025c), Lettere di lotta e disperato amore. La corrispondenza con Leo Jogiches, Feltrinelli, Milano.
R. Luxemburg (2012), L’accumulazione del capitale, Pgreco Edizioni, Milano.
R. Luxemburg (1975), Scritti scelti, Einaudi, Torino.
D. Selvaggi (2023), Rachel dei pettirossi. Primavera silenziosa, Rachel Carson e un nuovo inizio per la cultura ecologica, Pandion Edizioni, Città di Castello.
P. M. Sweezy (2012), Introduzione a Luxemburg 2012.

