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L’immorale architettura della guerra postmoderna

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Partendo dalle consolidate riflessioni sull’era postmoderna di Steven Best e Douglas Kellner (The Postmodern Adventure. Science, Technology, and Cultural Studies at the Third Millennium, Routledge, Londra 2001) e da un più recente approfondito lavoro di Chris Hables Gray sul ruolo delle tecnologie nei conflitti in corso, in particolare a Gaza (AI, Sacred Violence, and War—The Case of Gaza, Palgrave Macmillan 2025) proviamo a riflettere sugli orrori delle guerre moderne guidate dalla cosiddetta intelligenza artificiale. Per quanto similmente accade in Ucraina, ci si può riferire ad altre fonti, come i reportage del Time (8 febbraio 2024) a cura di Vera Bergeungren, How Tech Giants Turned Ukraine Into an AI War Lab” e della rivista AI Frontiers, di David Kirichenko, How AI Is Eroding the Norms of War (27 maggio 2025). In ogni caso, è necessaria una prospettiva storica per inquadrare la deriva della cultura tecnologica e scientifica, ormai completamente soggiogata al dominio del complesso industrial-militare paventato dal presidente-generale statunitense Dwight Eisenhower nel secondo dopoguerra. Gran parte di questo testo è costituita da elaborazioni del contenuto delle opere di Best e Douglas e di Hables Gray, tradotte dall’inglese a cura dell’autore.

I nostri leader e scienziati (…) hanno rinunciato alla pace sulla terra e ora cercano la pace della mente attraverso il culto di nuove divinità tecnologiche. Guardano ai satelliti di sorveglianza, nelle profondità abissali dei microcircuiti elettronici e protetti dietro schermature antiradar per individuare le macchine onniscienti e i segni incontrovertibili che possano aiutarci a vedere e, se la ragione di Stato lo richiede, eludere o distruggere l’altro. — James Der Derian [1990] The (S)pace of International Relations: Simulation, Surveillance, and Speed. International Studies Quarterly 34: 295–310

Introduzione alla postmodernità

Secondo Steven Best (Docente di Filosofia all’Università del Texas, El Paso) e Douglas Kellner (Professore del Dipartimento di Educazione, Studi di Genere e Linguaggi Germanici all’Università della California, Los Angeles) il romanzo L’Arcobaleno della Gravità (1973) dello statunitense Thomas Pynchon è paradigmatico della letteratura postmoderna. Descrive l’ascesa di un complesso militare-industriale e di una cultura di guerra sviluppatisi a partire dalla scienza, dalla tecnologia, dalla ricerca, dalle istituzioni e dalle ostilità mai seppellite della Seconda guerra mondiale. La rappresentazione letteraria di Pynchon aiuta a fare luce sulla congiuntura storica del secondo dopoguerra, che ha dato inizio all’avventura postmoderna: una costellazione di imprese della tecnica, segnata dalla co-evoluzione e dalla integrazione di scienza, tecnologia, capitalismo d’impresa e forze armate, che hanno prodotto le tecno-scienze, così come concetti come il “capitalismo del Pentagono”, “l’economia di guerra permanente” e per i cittadini del mondo uno stato di emergenza senza fine per la sicurezza nazionale.

L’integrazione di scienza e tecnologia bellica d’avanguardia ha generato le bombe atomiche e all’idrogeno (“fisica superba” secondo Enrico Fermi), le comunicazioni satellitari, i razzi e la tecnologia dello spazio, i computer e i sistemi informatici e multimediali. Queste forze hanno anche creato una tecno-cultura monolitica e una società globale che si incontrano soprattutto online; entrambe si sono prima affacciate e poi affermate nelle nostre vite dagli albori del terzo millennio. In questa costellazione di stelle tecniche, la scienza e la tecnologia sono utilizzate per la ricerca e le applicazioni militari, queste a loro volta generano innovazione in prodotti come computer, motori a reazione, tessuti sintetici e antibiotici, generando continuamente nuovi mercati. Quindi, grazie alla sovvenzione governativa dei programmi di ricerca e sviluppo, scienza e tecnologia confermano la propria importanza come forza produttiva per l’accumulazione del capitale, ma in forma sempre più politicizzata, militarizzata e mercificata.

Tuttavia, per contestualizzare dal punto di vista delle tecnologie militari ciò che accade nelle guerre contemporanee, soprattutto in Medio Oriente, constatare l’asservimento scientifico e culturale al conclamato e perfino esaltato capitalismo di guerra, non è più sufficiente. Occorre partire dai miti che sottintendono e giustificano la “violenza sacra” dei conflitti interconnessi, che sia quella di Israele, dei suoi alleati o perfino dei loro nemici. Ciò include un’analisi dell’immaginario dei tecnocrati e il modo in cui questo sta guidando le tecnologie digitali. Questi principi hanno guidato Chris Hables Gray, docente di Cultural Studies of Science and Technology al Crown College dell’Università della California (Santa Cruz, USA) ed esperto di sociologia delle tecnologie digitali, nella realizzazione di un libro, AI, Sacred Violence, and War—The Case of Gaza (Palgrave Macmillan 2025), scaricabile online dal sito di Springer Nature, sull’uso incredibilmente approssimativo delle tecnologie militari e sull’intelligenza artificiale, partendo proprio dall’esplorazione dell’immaginario, sia dei principali belligeranti che le usano sia dei loro creatori.

Il ruolo dell’immaginario

Le tecnologie nascono dall’immaginario, non accade il contrario – spiega Hables Gray – “Per gli imprenditori tecnologici, può trattarsi della sacra fame del capitalismo, della brama di immortalità singola o collettiva, della fantasia della singolarità e persino di seguire il mito del Signore degli Anelli”. Il mondo della tecnologia ha anche abbracciato l’immaginario tecnologico e morale della fantascienza e del fantasy. Dalla fantascienza si traggono sogni di immortalità, la speranza di una singolarità dell’intelligenza artificiale e la colonizzazione dello spazio. Dal fantasy è stato fatto proprio il mito del Signore degli Anelli nelle sue interpretazioni più conservatrici (gerarchiche, bianche, maschiliste, quasi fasciste). In effetti, non sono solo i magnati della tecnologia come Thiel (Paypal, Palantir, Facebook), Bezos (Amazon), Musk (Tesla, X), Luckey (fondatore di Oculus VR e designer di Oculus Rift, un sistema di realtà aumenta con visori montabili su occhiali. Nel 2017, ha venduto Oculus e ha fondato Anduril Industries, compagnia specializzata in droni autonomi e sensori per applicazioni militari) e i loro seguaci a essere ispirati dalla Terra di Mezzo, ma anche i neofascisti, soprattutto in Italia, che vedono nella tradizione della Terra di Mezzo una lotta esistenziale tra le forze della tradizione e della modernità che assomiglia alla loro ideologia. Quando l’attuale primo ministro Giorgia Meloni era una giovane attivista del Movimento Sociale Italiano era anche una fan di Tolkien. Ancora oggi descrive Il Signore degli Anelli come un testo sacro e il 15 novembre 2023 ha inaugurato personalmente la mostra, per il cinquantenario dalla scomparsa di Tolkien, presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

L’amore dei miliardari del settore tecnologico per Il Signore degli Anelli sembra diverso. Mentre Tolkien stesso diventava sempre più simpatizzante dell’anarchismo con l’avanzare dell’età, come nella Shire degli Hobbit, governata in modo leggero, i suoi fan super potenti che si arricchiscono grazie ai contratti militari sono attratti dall’elitarismo insito in un mondo in cui maghi e re giocano un ruolo importante. Il fatto che i veri salvatori della Terra di Mezzo siano gli umili Hobbit è un dettaglio che si sforzano di ignorare. Così come ignorano che nel libro l’anello (l’intelligenza artificiale) e persino i Palantíri (le indistruttibili sfere di cristallo, simili a un sistema di sorveglianza totale) sono tecnologie pericolose che devono essere distrutte.

I conflitti in corso in Medio Oriente e in Ucraina, secondo Hables Gray sono chiaramente parte del sistema di guerra postmoderna, ma in concezione ancora tardiva (non consapevole dei propri fallimenti), un aggettivo che spiega perché la tecnologia non produce magicamente la vittoria attesa e promessa e non aiuta affatto nell’illusoria rincorsa di conflitti meno distruttivi di risorse e popolazione.

Scrive Hables Gray: “Ai vertici dell’economia mondiale si trovano oggi bande cleptocratiche, avidi broker di potere, politici corrotti, culti della personalità, eserciti nazionali che agiscono come organizzazioni criminali, ispirandosi a sistemi autoritari. Nel cuore avanguardista dell’economia dominante, l’impero statunitense, ci sono titani aziendali che ritengono che il saccheggio della natura vivente e della cultura umana non solo sia necessario, ma anche lodevole. È ormai chiaro che ciò che oggi viene chiamato capitalismo non è affatto in grado di offrire soluzioni che non peggiorino la situazione, e va considerato che le origini del capitalismo sono radicate nella schiavitù razzista (creata dall’Europa), nella finanza moderna per facilitare il colonialismo (gli olandesi), nel colonialismo globale europeo (in particolare degli inglesi) e nell’invenzione da parte degli Stati Uniti dell’attuale sistema imperialista postmoderno dominante”.

Origine della guerra post moderna

È stato durante la Seconda Guerra Mondiale che esercito, industria, scienza e tecnologia sono diventati strettamente interconnessi. La Guerra Fredda ha ulteriormente intensificato la loro integrazione. Sebbene le ostilità fossero terminate nel 1945, l’economia di guerra aveva appena iniziato a espandersi, mentre le forze armate stringevano alleanze sempre più strette con grandi appaltatori convenzionale della difesa, come Lockheed e Boeing, ma anche con grandi produttori industriali come la General Motors e la Ford.

Con il bombardamento di Pearl Harbor e la decisione USA di entrare in guerra, le aziende statunitensi, spinte dal governo federale, passarono dalla produzione civile a quella militare. I profitti aumentarono, la produzione bellica cresceva del 25 % all’anno, la spesa federale aumentò di oltre 10 volte rispetto ai livelli prebellici. Il prodotto nazionale lordo (PNL) USA passò da 100 miliardi di dollari nel 1940 a oltre 212 miliardi nel 1945, gli effetti della Grande Depressione si attenuarono e gli Stati Uniti emersero come la più grande potenza mondiale.

Best e Kellner spiegano che radicandosi in siti come Hanford, Washington, Oak Ridge, Tennessee, e Los Alamos nel New Mexico, l’industria delle armi atomiche divenne grande quasi quanto quella automobilistica e utilizzò le stesse tecniche di produzione di massa. La bomba divenne non tanto un mezzo per mantenere la sicurezza degli Stati Uniti, quanto un bene di consumo. Aziende come la General Electric (dove perfino il giovanissimo Kurt Vonnegut, ritornato dalla prigionia in Europa, trovò un primo incarico di lavoro come addetto stampa) si dedicarono alla produzione di munizioni e sistemi militari, esercitando al contempo una forte pressione per promuovere l’aumento della spesa per la difesa.

La riorganizzazione anche culturale postbellica del capitale, secondo Best e Kellner, non può passare inosservata. Nella sua opera fondamentale L’élite del potere (1956), C. Wright Mills avvertiva che l’esercito stava diventando un’istituzione sempre più potente e autonoma. Nuovi signori della guerra stavano dettando la politica sociale e costruendo una definizione militare della realtà che serviva i loro interessi piuttosto che quelli collettivi.

Consapevole di un nuovo panorama co-evolutivo, in cui intere regioni erano diventate dipendenti dai contratti del Pentagono, Mills scrisse: “lo sviluppo scientifico e tecnologico è diventato sempre più parte dell’ordine militare, che ora è il più grande singolo sostenitore e direttore della ricerca scientifica”. Attingendo anche alla sua prospettiva di ex generale, il Presidente Dwight D. Eisenhower, nel suo discorso di addio del gennaio 1960, deplorò lo spreco della corsa agli armamenti e mise in guardia l’America dall’emergere di un “complesso militare-industriale” che stava diventando un’influenza crescente (“economica, politica, persino spirituale”) e che stava propagando un’economia e una società altamente militarizzate.

Il dopoguerra ha visto la rivalità nella Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, rappresentanti di una lotta titanica tra il capitalismo aziendale occidentale e il comunismo del blocco orientale, con le relative corse agli armamenti e allo spazio, gli interventi nelle guerre regionali e la competizione mondiale in ambito economico, scientifico, tecnologico, politico e culturale. Entrambe le modalità di organizzazione sociale moderna erano radicate nella propagazione di società tecnologiche e militari e in quella che Pynchon chiama “cultura della morte”. Il capitalismo di Stato dipendeva in modo vitale dal complesso militare-industriale per generare la spesa pubblica, il progresso tecnologico e i posti di lavoro necessari ad alimentare la prosperità economica. Il comunismo sovietico rispecchiava il progetto militare, tecnologico e industriale del capitalismo occidentale, che pretendeva di fornire una strada superiore alla modernizzazione e al progresso.

L’intreccio tra scienza, tecnologia, esercito e capitale si è intensificato durante la corsa allo spazio –si veda in questo numero anche il contributo tratto dall’autobiografia di Max Born. Le distinzioni tra questioni militari e scientifiche sono sfumate nell’esplorazione dello spazio e nella genesi dei sistemi satellitari, della tecnologia missilistica e dei voli spaziali. Come afferma McDougall, “la separazione tra attività militari e civili era sempre più artificiale in un’epoca di guerra scientifica e di guerra fredda totale. Anche i programmi scientifici, sotto l’egida di un’agenzia civile, erano strumenti di lotta politica, nella misura in cui l’immagine del dinamismo tecnico era importante quanto le armi vere e proprie. Il programma spaziale era un’operazione paramilitare nella Guerra Fredda, indipendentemente da chi lo gestisse. Tutti gli aspetti dell’attività nazionale stavano diventando sempre più politicizzati, se non addirittura militarizzati” (Walter A. McDougall, 1985. The Heavens and the Earth: A Political History of the Space Age. New York: Basic Books, p. 174).

Il velenoso intreccio tra scienza, tecnologie, cultura e guerra

Si può plausibilmente datare l’interrogazione radicale dell’era moderna con gli eventi legati alla fine della Seconda Guerra Mondiale: le rivelazioni sugli orrori dei campi di concentramento nazisti e lo sganciamento delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, seguiti da una corsa agli armamenti nucleari e dalla produzione di strumenti di distruzione sempre più catastrofici. I crescenti timori di estinzione nucleare hanno presto messo in crisi l’ingenuo ottimismo tecnologico secondo cui la scienza e la tecnologia avrebbero potuto propagare un progresso e un benessere sempre maggiori. La bomba illustrava i pericoli di una tecnologia fuori controllo e avvertiva che la modernità aveva generato i semi della propria distruzione. Una tecnologia militare sempre più sofisticata ha generato armi nucleari letali, in grado di cancellare l’umanità e il mondo molte volte. La cultura della bomba provocò sia una letteratura dell’apocalisse sia un immaginario popolare che anticipava la fine del mondo. La bomba atomica e la possibilità dell’apocalisse alimentarono l’immaginario postmoderno e contribuirono a propagare una coscienza che poteva prevedere una rottura totale, una rottura e una grande frattura rispetto ai sogni della modernità: la fine del mondo come incubo finale.

Le armi atomiche rivelarono così profonde falle nel progetto della modernità, nonché la capacità dell’umanità di infrangere le leggi delle scienze moderne. Dimostrarono che la materia poteva essere polverizzata, che conteneva una potente energia che poteva essere utilizzata per scopi distruttivi e che il progetto di dominio della natura era andato storto, dando vita a strumenti di impensabile devastazione. Si può considerare l’agosto 1945 come l’inizio dell’avventura postmoderna: la fine del fascismo europeo corrispose all’avvento dell’era atomica e all’accelerazione della corsa agli armamenti che intensificò l’integrazione di scienza, tecnologia e capitalismo. La convivenza con la perenne possibilità di una catastrofe apocalittica durante l’era della Guerra Fredda, caratterizzata da guerre a bassa intensità e ansie ad alta intensità, ha generato un’immaginazione del disastro e ha messo in discussione le promesse dell’Illuminismo, che aveva previsto la pace e il progresso mondiale grazie alle benedizioni della scienza, della tecnologia e dell’industria.

Già il XX secolo era stato testimone del trionfo del fascismo, di due guerre mondiali che hanno ucciso milioni di civili, della perversione del socialismo nello stalinismo, dell’olocausto genocida degli ebrei e di altri obiettivi del nazismo, delle bombe atomiche sganciate sul Giappone e della possibilità di uno sterminio nucleare totale. Senza dubbio, la possibilità di un annientamento totale e di una regressione a una barbarie inimmaginabile mina le pretese umanistiche del progetto illuminista e la moderna fede nello sviluppo tecnologico come ulteriore passaggio evolutivo degli sapiens sapiens. È oggettivamente difficile parlare oggi positivamente di “progresso”, dell’instaurazione di un regno della ragione e della virtù o delle meraviglie della civiltà. Anzi …

Attualmente, nonostante la crescente integrazione tra soldati e macchine e la ricerca di armi perfette, per condurre la guerra postmoderna è addirittura necessario modificare, degradandoli ulteriormente, i cosiddetti “codici di condotta” sul campo di battaglia. Nel caso delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), l’uso massiccio di strumentazioni digitali ha richiesto un fondamentale degrado di ogni possibile codice spirituale per le truppe operanti a Gaza.

Nel capitolo 4 del suo libro, L’IA in guerra, Hables Gray illustra alcune applicazioni militari dell’IA e delle tecnologie avanzate dell’IDF. Il capitolo inizia con una discussione sui Limiti della correttezza e spiega perché i sistemi d’arma a intelligenza artificiale non potranno mai svolgere la funzione di controllo e di riduzione del danno per cui si afferma siano stati progettati.

Cosa significano questi limiti per le sofferenze subite dalla popolazione a Gaza si può dedurre considerando il localizzatore di telefoni cellulari basato sull’intelligenza artificiale utilizzato dall’IDF nella zona nord di Gaza per l’individuazione di soggetti “non collaborativi”. Quando Israele afferma che l’IA aveva valutato un’area come libera prima di distruggere infrastrutture nemiche, ignora una serie di problemi. Human Rights Watch sottolinea che i dati di triangolazione cellulare non sono così perfetti come Israele presume. Sono approssimati dalla torre cellulare funzionante più vicina. Quando manca la corrente in un quartiere di Gaza Nord, però, i telefoni si collegano alle torri che dispongono di elettricità anche se sono molto più lontane. Quando i comandanti militari utilizzano tali dati per “calcolare la presenza di civili al fine di prendere decisioni relative alle operazioni militari”, gli errori sono inevitabili. Concludere che non ci sia nessuno in quel quartiere sulla base dei dati dei telefoni cellulari è una azione irresponsabile, comunemente adottata dall’IDF.

Sempre lo staff di Human Rights Watch, sulla base di una presentazione delle operazioni di intelligenza artificiale dell’Unità 8200, ha spiegato che i sistemi decisionali utilizzati per individuare nuovi terroristi, impiegati a Gaza dal 2021, utilizzano dati di sorveglianza per classificare le persone in base alla loro presunta probabilità di associazione con un gruppo militante. L’IA utilizza una forma di apprendimento automatico semi-supervisionato chiamato ‘apprendimento positivo non etichettato’ per addestrare l’algoritmo centrale. Utilizzando una logica binaria semplicistica, tutte le informazioni sono positive (prova di un collegamento con un gruppo militante) o negative (assenza di prove). L’algoritmo abbina queste qualità ai sospetti: tutti gli abitanti di Gaza. Se l’appartenenza ad Hamas nel 2014 è significativamente correlata all’appartenenza ad Hamas nel 2024, allora le persone che hanno lasciato Hamas nel 2015 sono ancora classificate come obiettivi validi. Se i dati mostrano che un telefono cellulare era già stato rilevato in prossimità di diversi attacchi contro l’IDF, ciò è prova che è una minaccia per l’IDF chi risulta proprietario di quel telefono, anche se magari gli era stato sottratta mesi prima. Come ha concluso Human Rights Watch, quando questa tecnica di valutazione è applicata a una popolazione numerosa, il processo decisionale si basa in larga misura su ipotesi non comprovate. Un’analisi del Financial Times del dicembre 2023 ha dimostrato che in pochi mesi la Striscia di Gaza aveva subito più danni (con 10.000 attacchi aerei) rispetto alle tre città tedesche (Colonia, Amburgo e Dresda) più bombardate dagli Alleati durante la Seconda guerra mondiale, tra cui due sottoposte a una tempesta di fuoco artificiale. Una tecnologia successivamente utilizzata su Tokyo ma perfezionata su Amburgo e Dresda (come ricordava Kurt Vonnegut in Mattatoio N.5 del 1969) dove fu utilizzata una miscela di esplosivi ad alto potenziale e bombe incendiarie per creare tornado di fuoco che hanno fatto sciogliere le strade.

Hables Gray osserva che gli Stati Uniti hanno sviluppato munizioni non esplosive in grado di ridurre quasi a zero i danni collaterali. Hanno utilizzato un missile di questo tipo, l’Hellfire R9X, per uccidere il leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri a Kabul nell’agosto 2022. L’edificio in cui si trovava non ha subito danni rilevanti e i membri della sua famiglia sono rimasti tutti illesi. L’IDF, che dispone di queste munizioni incredibilmente precise, ha utilizzato invece le armi più distruttive e letali del proprio arsenale nel cuore dei quartieri più densamente popolati di Gaza, prendendo di mira militanti di basso livello. Israele riserva i propri missili intelligenti per obiettivi di alto valore, a costo di causare ingenti vittime civili. Le immagini satellitari hanno rivelato in tutta la Striscia di Gaza centinaia di nuovi crateri larghi più di 10 metri, normalmente associati a bombe da almeno una tonnellata. In alcune zone di Gaza sono state sganciate così tante bombe che i cerchi sovrapposti del loro raggio letale coprono interi quartieri. Difficile negare che si tratti di pulizia etnica sistematicamente perseguita.

Nelle sezioni seguenti, Hables Gray presenta una discussione dettagliata dei principali sistemi di IA usati all’IDF, come i software Gospel, Lavender, Where’s Daddy e Depth of Wisdom e dei sistemi più vecchi, tra cui Pegasus, Iron Dome e Alchemist. Si tratta di sistemi informatici che sembrano in realtà più pertinenti a una fabbricazione finalizzata alla produzione industriale di omicidi di massa. Insieme alla loro politica Power Target (edifici senza valore militare ma utili da distruggere per ottenere uno “shock” sulla popolazione, tecnicamente terrorismo), Gospel, Lavender, Where’s Daddy e Depth of Wisdom hanno permesso all’IDF di giustificare l’abbattimento di quasi tutte le case e molti dei tunnel e l’uccisione di oltre 40.000 presunti membri di Hamas, assieme a militanti, giornalisti e leader della comunità. Molti dei giornalisti uccisi a Gaza, sono morti insieme a tutta la loro famiglia.

Una cultura ossessiva

L’Arcobaleno della gravità di Pynchon – con la sua visione apocalittica e la sua ossessiva rappresentazione delle forme e minuzie di un emergente stato di guerra e di una cultura della violenza – evoca il senso irresistibile di follia della modernità, che ha trovato la sua incarnazione nel complesso militare-industriale, lo stesso che torna in auge oggi e che ha dominato sia le società capitaliste, sia quelle comuniste durante l’epoca della guerra fredda.

La spinta al dominio del mondo e la lotta epocale tra le superpotenze in competizione durante la Guerra Fredda hanno generato vasti apparati statali militari, di intelligence e burocratici e intensi scontri tra di essi, che a loro volta hanno provocato conflitti in tutto il pianeta. La distruzione reciprocamente assicurata (MAD) divenne l’ideologia dominante ma anche il freno ufficiale all’uso delle armi nucleari durante la Guerra Fredda.

Poiché la guerra nucleare era impensabile, vennero integrate e utilizzate nuove forme di guerra. La contestazione della Guerra Fredda portò al grande conflitto della Corea e a una conflagrazione in Vietnam che scoppiò negli anni Cinquanta, infuriò per tutti gli anni Sessanta e terminò nel 1975 con la vittoria dei Viet Cong e la prima grave sconfitta militare degli Stati Uniti. Fu anche l’epoca della guerra segreta, con la CIA e l’intelligence sovietica che fomentavano insurrezioni e intervenivano nei conflitti locali in tutto il mondo.

In retrospettiva, la Guerra Fredda appare oggi più come una rivalità tra simili, tra due percorsi di modernizzazione opposti, che intendevano entrambi coltivare al massimo la scienza, la tecnologia e l’industria per creare un sistema economico e sociale superiore. Naturalmente, questa competizione socio-economica fu inficiata da un’eccessiva produzione di munizioni, da tensioni militari e dalla pura follia del conflitto.

L’infrazione delle leggi di gravità attraverso i viaggi nello spazio ha spinto la specie umana in una nuova arena cosmica al di là delle leggi della scienza newtoniana. I razzi e i viaggi spaziali hanno aperto nuovi regni per l’avventura umana, hanno promosso la proliferazione di sistemi di comunicazione e di armamento avanzati e hanno lanciato la specie umana in un’impresa che ha reso plausibili le fantasie dei grandi scrittori di fantascienza, con conseguenze ancora sconosciute.

Il lancio dello Sputnik nel 1957 dimostrò che l’esplorazione e i viaggi nello spazio erano possibili, mentre il viaggio dell’Apollo 11 sulla Luna nel 1969 suggerì la possibilità di colonizzare lo spazio e di scoprire nuovi mondi e forse nuove forme di vita. Le immagini dello sbarco sulla Luna trasmesse in diretta hanno messo in luce le meraviglie delle comunicazioni satellitari, mentre le immagini della Terra riprese dallo spazio hanno rivelato un pianeta piccolo e limitato, un “pallido punto blu” (Carl Sagan) in mezzo a uno spazio infinito. Le immagini hanno anche evidenziato la fragilità dell’ambiente, l’artificiosità delle linee di confine nazionali e la necessità di rispettare e preservare la vita nella delicata biosfera. Allo stesso tempo, però, la costruzione di armi nucleari e la rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica si intensificarono.

L’uso da parte degli Stati Uniti di munizioni altamente letali in Vietnam ha indotto molti a esaminare criticamente le forze e le élite scientifiche e tecnologiche che producevano e utilizzavano senza remore etiche tecnologie di così grande potere distruttivo. Hables Gray sottolinea che la conoscenza è sempre imperfetta perché è una produzione umana. La realtà è così vasta sotto ogni aspetto che gli esseri umani possono conoscerne solo una piccola parte. I politici e gli scienziati spesso sostengono di comprendere molto più di quanto non facciano realmente del mondo reale. È necessario resistere alle tentazioni che accompagnano tale arroganza. Accettare i nostri limiti epistemologici è fondamentale per controllare le tecnologie dal punto di vista politico e operativo. Ciò è diventato chiaro durante i dibattiti sulla Strategic Defense Initiative (SDI) – Star Wars – e sul suo addendum, lo Strategic Computing Program (SCP), negli anni ‘80.

L’amministrazione Reagan aveva deciso di porre fine alla follia della MAD (Mutually Assured Destruction), il regime di deterrenza nucleare sotto cui viviamo che teoricamente impedisce la guerra nucleare promettendo una massiccia rappresaglia per qualsiasi attacco con questo genere di armi. La soluzione sembrò quella di sviluppare un’efficace capacità di primo attacco inventando un sistema di intelligenza artificiale (SCP) per controllare uno scudo di difesa spaziale contro i missili, che sparasse laser, proiettili e rocce contro qualsiasi arma in arrivo. Questo era l’SDI, soprannominato Guerra delle Galassie. Aumentando la precisione dei missili balistici fino a un metro, gli Stati Uniti calcolarono che avrebbero potuto lanciare con successo un primo attacco “decapitante” contro l’Unione Sovietica.

La risposta sarebbe stata assorbita dall’SDI, con un numero accettabile (pochi milioni) di vittime americane. In questo modo, l’egemonia degli Stati Uniti sarebbe stata ripristinata. Quando questa proposta fu avanzata, molti scienziati e ingegneri reagirono con orrore. L’associazione Computer Professionals for Social Responsibility mobilitò una risposta intellettuale cruciale che ha plasmato in modo fondamentale il modo in cui l’informatica è stata intesa da allora. Ogni programma per computer è un modello di realtà o un modello di fantasia. Entrambi i tipi di modelli hanno conseguenze reali nel mondo reale e cosa potrebbe essere più importante delle armi nucleari? Alla fine, una forte maggioranza di informatici (e di esperti di molti altri campi) concordò sul fatto che l’SDI e l’SCP fossero errori pericolosi.

Conclusioni

La scienza e la tecnologia hanno mostrato negli ultimi decenni meraviglie e orrori ineguagliabili e sono diventate forze altamente desiderate e contestate, con epigoni e critici. Dalla fine del conflitto in Vietnam, sono emerse nuove modalità high-tech di guerra postmoderna che hanno cambiato radicalmente la natura del confronto militare. Le armi di distruzione di massa di oggi hanno una potenza esponenzialmente aumentata. La computerizzazione della guerra ha aumentato le possibilità di un olocausto nucleare accidentale, trasformando inoltre l’uccisione in un’astrazione digitale. I nuovi tipi di armi fanno sistematicamente crollare i confini tra esseri umani e tecnologia, sostituiscono i soldati umani con le macchine e ridefiniscono radicalmente la natura della guerra. L’emergere di modalità più virulente di guerra chimica e biologica, così come di potenziali forme di guerra cibernetica e di guerra dell’informazione, portano il combattimento sia nel regno microbiologico che in quello virtuale, costituendo nuovi pericoli per la specie umana, l’ecosfera, l’infrastruttura informatica e l’economia globale.

Interpretare le vicissitudini della guerra nell’avventura postmoderna aiuta a coglierne le origini, la traiettoria, le novità e i pericoli. Le applicazioni dell’IA sono quasi sempre sottosistemi di reti più grandi. Ciò è particolarmente vero per la tecnologia militare. L’esercito contemporaneo è impegnato in sistemi interconnessi. Questa è la visione che il sistema militare ha oggi di sé stesso, non come formato da soldati e armi, ma da sistemi d’arma che includono entrambi. Nel complesso, si tratta di un sistema di sistemi. L’aeronautica militare statunitense sta guidando gli sforzi per creare una rete di controllo che integrerà le informazioni provenienti da tutti i rami delle forze armate, dai partner e dagli alleati in un internet delle “cose” militari, rendendo le informazioni accessibili ovunque e in qualsiasi momento per decisioni rapide sul campo di battaglia. Fallirà, come tutti i precedenti tentativi di creare un campo di battaglia elettronico (Vietnam) o una cognizione totale del campo di battaglia (Iraq e Afghanistan). Le illusioni sull’efficacia delle armi più recenti e di altri sistemi sono uno dei motivi per cui le potenze occidentali stanno continuando a perdere i conflitti postmoderni. In queste guerre non c’è alcuna possibilità di uscirne vincitori, da qualunque parte si intenda combattere. Qualunque sincero tentativo di concepire le varie strategie di mappatura del mondo, finalizzate tanto a controllare o solo a comprendere le turbolente trasformazioni dell’epoca attuale, suggerisce che l’unico rimedio scientifico, culturale, sociale è quello di aggiungere la resistenza contro l’idea che la soluzione tecnologica possa lenire gli orrori delle guerre, assieme alla lotta contro l’idea della guerra come modalità di risoluzione dei conflitti, mentre continua ad essere impossibile “pensare con razionalità che nella nostra era, che si gloria della forza atomica, la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia” (Pacem in terris, 1963, n. 67, l’uso della guerra).

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