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Su “Energia per l’astronave terra” di Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani

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Recensione di Nicola Armaroli, Vincenzo Balzani, Energia per l’astronave terra. Ultima chiamata, Zanichelli, Bologna 2024.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi che l’umanità possa fare a meno dei fossili come fonte energetica, questo è il libro che dovrebbe leggere. La mole di informazioni e documentazione tecnica è tale da non lasciar spazio a perplessità di sorta. Del resto ci troviamo di fronte a due dei più autorevoli esperti a livello nazionale. Vincenzo Balzani, professore emerito all’università di Bologna, è stato l’erede più illustre del profeta dell’energia solare, Giacomo Ciamician (1857-1922), che nel lontano 1912 preconizzò:

E se giungerà, in un lontano avvenire, il momento in cui il carbone fossile sarà completamente esaurito, ciò non sarà un motivo per cui la civiltà si arresti: la vita e la civiltà dureranno finché splende il sole! E seppure alla civiltà del carbone, civiltà cupa, nervosa ed agitata fino allo sfinimento della nostra epoca, dovesse subentrare quella forse più tranquilla dell’energia solare, non ne verrebbe un gran danno per il progresso e per la felicità umana. […] finora la civiltà moderna è progredita quasi esclusivamente per mezzo dell’energia solare fossile: non sarà conveniente utilizzare meglio anche quella solare attuale?

Balzani ha diretto per molti anni l’istituto di chimica intitolato a Ciamician dove ha svolto importanti ricerche sulle reazioni chimiche causate dalla luce, in particolare sulla fotosintesi artificiale. Da sempre impegnato contro il nucleare, anche contro i suoi inevitabili risvolti militari, nel 2008 promosse l’appello contro il ritorno del nucleare in Italia raccogliendo l’adesione di 1.200 scienziati.

Nicola Armaroli, di una generazione successiva, lavora da anni al Cnr e dirige la rivista “Sapere”. L’ambito di ricerca è molto simile, riguardando la fotochimica e la fotofisica di composti, conoscenze fondamentali per applicazioni tecnologiche quali la conversione dell’energia solare, i nuovi materiali per l’illuminazione. Studia inoltre la transizione energetica nella sua complessità, anche in relazione alla disponibilità di risorse naturali e al cambiamento climatico.

Questo testo, peraltro ha una lunga storia, essendo uscito per la prima volta nel lontano 2008 e, quindi, è ora alla quarta edizione aggiornata. Un dato che viene richiamato nella prefazione quando con coraggio si esordisce così: “Nel 2008, quando uscì la prima edizione di questo libro, la concentrazione di CO2 in atmosfera era 385 ppm, oggi è 424 ppm (+10%). La quota di energia primaria ottenuta dai combustibili fossili era pari all’80%, valore a cui resta inchiodata ancora oggi” (p. 7).

Nonostante questa amara constatazione in premessa, i nostri insistono nella convinzione che la strada dell’energia solare sia l’unica razionalmente percorribile. E qui sta la forza convincente del libro. Sono degli esperti di livello, ma al contempo anche dei formidabili divulgatori. Lo dimostrano già dal primo capitolo, più “teorico”, e riproposto pressoché uguale in tutte le edizioni, Che cos’è l’energia. Non solo risulta chiaro anche al non specialista le caratteristiche peculiari delle varie forme di energia e i rapporti che intercorrono fra di esse, ma anche il secondo principio della termodinamica per cui il calore si trasferisce sempre da un corpo a temperatura più alta a uno a temperatura più bassa, ma mai viceversa. Quindi in ogni impiego o trasformazione di energia è inevitabile unna degradazione del valore della stessa, con la dispersione del calore in mille rivoli non più recuperabili (p. 31). Com’è noto Georgescu Roegen aggiunse che questo processo irreversibile di degrado coinvolge anche la materia, ponendo le basi della bioeconomia. Altrettanto chiara la spiegazione dell’equazione di Einstein E=mc2: “Come il ghiaccio si scioglie e si trasforma in acqua, cambiando totalmente le sue sembianze, così la massa è una forma ‘congelata’ di energia, che può essere convertita nelle sue altre forme (termica, cinetica e così via)” (p. 33). Di grande utilità l’illustrazione didascalica delle diverse unità di misura della quantità di energia nonché della potenza.

Dopo aver tratteggiato una breve storia dell’energia, di Ieri e oggi, correttamente il testo, prima di spiegare perché i fossili vanno abbandonati, il nucleare è un vicolo cieco e l’alternativa sono le rinnovabili, si sofferma sull’energia di gran lunga più virtuosa, quella che non consumiamo, con un capitoletto che appare una lunga e sacrosanta invettiva, Quanta energia sprechiamo, che si conclude con un’argomentazione perentoria: “Deve entrare nella mentalità comune un concetto semplice, ma assai poco attraente: in vista della transizione energetica i cittadini più ricchi del pianeta – noi compresi – devono ridurre i propri consumi energetici e non soltanto ‘migliorarli’” (p. 91). E aggiungerei che devono ridurre non soltanto i consumi energetici, ma anche i consumi materiali (ma su questo tornerò più avanti). I capitoli sui fossili e sui conseguenti Cambiamenti climatici e altri danni, appaiono in gran parte scontati, vista l’insistenza quasi esclusiva sul tema dei mass media e anche del “nuovo” ambientalismo dell’ultimo decennio. Da segnalare, perché di questo problema invece vi è diffusa ignoranza, quanto viene dedicato agli “altri danni” provocati dai combustibili fossili: “Alle alte temperature generate dai processi di combustione, l’azoto e l’ossigeno dell’aria si combinano per generare ossidi di azoto, generalmente indicati come NOx. Questi gas sono dannosi per le vie respiratorie, nonché precursori di altre sostanze inquinanti […] ozono e le polveri fini secondarie”, PM10 e PM2,5. “Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente l’inquinamento atmosferico – includendo PM2,5, NOx e ozono – nel 2021 ha causato oltre 380.000 morti premature in Europa, 63.000 delle quali in Italia” (pp. 134-135).

Fondamentale, convincente e di grande attualità è la parte dedicata all’Energia nucleare: il sogno fallito, la cui lettura è vivamente consigliata al nostro ministro, si fa per dire, dell’ambiente Pichetto Fratin che troppo straparla di nucleare senza timore di mostrare la sua crassa ignoranza. Basterebbe leggere alle pagine 168-169 i 10 motivi per cui “il nucleare non si è affermato” per capire che si tratta di un capitolo da anni chiuso, senza alcuna prospettiva. La situazione dell’Italia, peraltro, è per certi versi tragicamente comica, come fanno rilevare gli autori: “E’ probabilmente impossibile trovare un luogo più inadatto dell’Italia per rilanciare il nucleare, perché manca tutto quello che serve. Siti, soldi e tempo. Oltre a un consenso vero che vada oltre la demagogia: nessun politico a favore del nucleare è pronto a candidare seriamente la propria regione o il proprio comune a ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti nucleari, una necessità sempre più impellente [che attende da oltre 30 anni!]. Figuriamoci una nuova centrale”. Dunque solo chiacchiere al vento e propaganda per i gonzi.

Quindi si entra nella parte propositiva del testo dell’energia indiretta dal sole, ovvero “dall’aria, dall’acqua e dalla Terra” e dell’energia solare diretta, accennando anche all’idrogeno, chiarendo da subito che quest’ultimo non è una fonte di energia, ma semplicemente, come l’elettricità, un vettore, le cui convenienze nell’impiego, allo stato attuale, per ragioni tecniche e di sicurezza, sono alquanto limitate.

In gran parte, com’è noto, si tratta di tecnologie ormai mature concorrenziali anche sul piano economico con i fossili, ancor più con il nucleare. Tecnologie che hanno registrato negli ultimi anni un enorme impulso verso l’elettrificazione del sistema energetico alimentato da fonti rinnovabili, grazie alle nuove batterie per l’accumulo, che era il tallone d’Achille del solare per sua natura incostante alla fonte: “le batterie oggi dominanti per gli impianti di stoccaggio di elettricità rinnovabile sono agli ioni di litio […] Sono anche in sviluppo batterie agli ioni di sodio che, molto probabilmente, sostituiranno le batterie al litio in molti settori, [ciò] allenterà la domanda su quelle al litio, che dovrebbe beneficiarne in termini di prezzo, contribuendo ad abbassare i prezzi delle vetture elettriche” (p. 216-217).

Trattando delle diverse tecnologie che si stanno sviluppando, compreso il solare a concentrazione, gli autori si soffermano giustamente sul cosiddetto “collo di bottiglia” dei sistemi energetici, l’EROI (Energy Return On Investment). Di che cosa si tratta? L’EROI esprime in termini numerici il rapporto tra la quantità di energia che fornisce un determinato sistema e l’energia necessaria per produrre e far funzionare quello stesso sistema. Quindi se l’EROI è inferiore a 1 quel sistema non è in realtà fonte di energia, ma dissipatore di energia (pp. 257-258). La questione è fondamentale per valutare l’accettabilità di determinate tecnologie ed è particolarmente complessa, soprattutto per la misurazione dei costi energetici reali, spesso molto difficile da far emergere in tutte le componenti. La complicazione aumenta se poi queste tecnologie sono incentivate con danaro pubblico, per motivazioni che esorbitano dal settore energetico. Si pensi a tutto il settore delle bioenergie, degli impianti “agricoli” di biogas, che qui giustamente vengono affrontati criticamente (pp. 221-227). E’ lo scoglio contro cui va a cozzare da diversi decenni la tecnologia della fusione nucleare che dal 1950 promette di essere disponibile tra venti anni. A questo proposito, un amico, fisico nucleare, convertito al solare, dice saggiamente: ma perché devo costruire un sole su un pianeta, un evidente controsenso, quando il Sole esiste già e la sua energia è a disposizione della Terra?

Nella parte finale vengono infine proposti modelli teorici di Piani energetici per l’Italia interamente basati su energie rinnovabili, solare indiretto e solare diretto (pp. 277-278). Godibili per il lettore curioso sono, infine, le due appendici divulgative, 15 miti da sfatare e Forse non sapevi che.

Insomma, ancor più quest’ultima edizione aggiornata ci conferma che la vera transizione energetica è oggi tecnicamente possibile.

Come abbiamo visto all’inizio, gli autori non sono così ingenui da ritenere che a questo punto il problema sia risolto: se pochi passi avanti sono stati compiuti negli ultimi 16 anni, ci sarà pure un motivo. Nelle conclusioni lo ribadiscono: “Il lungo e faticoso cammino della transizione energetica non è soltanto un’affascinante prova sul piano scientifico e tecnologico, ma è ancor più una sfida culturale e morale verso la sobrietà e la responsabilità individuale, nella quale tutti siamo coinvolti”.

Certo, gli autori sono degli esperti, degli scienziati, e in questo lavoro sono portati a mantenersi sul terreno di loro stretta competenza.

Ma proprio la loro impresa che si è dispiegata in ben 16 anni pone a tutti come centrale il tema della politica e dell’economia, cioè dei poteri reali che dovrebbero avviare e governare questa straordinaria transizione, forse la più impegnativa per l’umanità.

Sorge un primo interrogativo a questo proposito, un interrogativo che si ponevano oltre mezzo secolo fa i pionieri della “Primavera ecologica”. Per tutti Barry Commoner 1972):

Molto più seria è la preoccupazione di chiedersi se un’economia di ‘mercato’ tradizionale sia fondamentalmente incompatibile con l’integrità dell’ambiente […] II legame critico tra inquinamento e profitti sembra essere la moderna tecnologia, che è la fonte principale dei recenti incrementi di produttività -e quindi dei profitti- e al tempo stesso dei recenti assalti all’ambiente […]. È chiaro che dovremo saperne assai di più sulla connessione tra inquinamento e profitti, nell’economia imprenditoriale privata. Frattanto faremmo bene a riflettere un momento sul nesso funzionale tra inquinamento e profitti, com’è almeno suggerito dai dati attualmente disponibili.

Ebbene, se mettiamo mente a quanto è successo da allora, all’imbroglio dello “sviluppo sostenibile” inventato dalle multinazionali a partire da Rio ‘92 per fare ancor più affari con l’ambiente, alla riduzione della politica e degli stati a vassalli delle logiche del libero mercato capitalistico, ovvero della ricerca del massimo profitto, infine ai dati incontrovertibili dell’aggravamento della crisi ecologica, le preoccupazioni e i dubbi di Commoner sembrano trovare troppe conferme e ci pongono, quindi, di fronte a questioni politiche di enorme rilevanza: come mettere le briglie al neoliberismo e piegare l’economia capitalista al servizio dell’ecologia?

Inoltre vi è un altro tema in gran parte sottovalutato nel libro. L’energia è solo un pezzo della crisi ecologica. Gli stessi fossili hanno impieghi importanti e a tutt’oggi insostituibili, in gran parte come materia prima, per produrre i famosi quattro pilastri dell’economia e società attuali: il cemento, l’acciaio, la plastica e l’ammoniaca. Le stesse energie rinnovabili hanno un carico di materiali non indifferenti. I pionieri dell’ecologia ci spiegavano che la natura “non offre spati gratis” (Commoner), che tutte le merci sono “violente” (Nebbia), ovvero hanno un carico più o meno elevato di distruttività nei confronti dell’ambiente e dell’uomo, che per conciliare l’economia con l’ecologia, bisogna pensare ad un “de-sviluppo” (Nebbia 1971). Serge Latouche ha dedicato oltre venti anni a motivare come la prospettiva della decrescita sia l’unica che possa salvare l’umanità e il Pianeta.

I nostri autori non sembrano ignorare il problema, ma poi lo affidano a buone intenzioni di sobrietà individuale, da un canto, e alla capacità salvifica dell’economia circolare, dall’altro. Non c’è qui lo spazio per discuterne a fondo. Basti ricordare che il cosiddetto riciclaggio non ricostituisce nei nuovi prodotti il 100% di materia e energia incorporati nelle merci “rifiuto” a fine uso. Oltre al fatto che nei flussi di materia ed energia, ad esempio dell’Unione europea che pure sarebbe la più virtuosa al mondo, la componente da riciclo dopo decenni si attesta attorno al 10%.

Insomma la prospettiva della decrescita, che appare ai molti piuttosto indigesta, non sembra eludibile.

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