Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Recensione di Cosimo Schinaia (a cura di), “Contro il catastrofismo. Psicoanalisi in dialogo”, Jaca Book, Milano 2025

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Perché recensire un testo di psicanalisti su una rivista che si occupa di ambiente, tecnica e società?

Per di più da parte di uno che di psicanalisi sa poco più di nulla?

Quindi scusabile la mia perplessità, quando l’amico Sante Bagnoli, che con Vera Minazzi dirige l’editrice Jaca Book, mi ha passato questo libro perché lo leggessi. Senonché, mentre tornavo in treno da Milano e vi davo una prima occhiata, mi è scattata la curiosità per un punto di vista originale e di grande interesse rispetto a un tema che ci sta particolarmente a cuore, la crisi ecologica. Perché il “catastrofismo”, che quegli studiosi della mente umana cercano di mettere in discussione con le loro argomentazioni, si riferisce appunto ad una lettura o percezione della crisi ecologica come evento imminente e fatalmente distruttivo della vita umana sul Pianeta. Una postura che chi si occupa da decenni di queste tematiche ha troppe volte incontrato, verificandone empiricamente la scarsa efficacia. Dunque, per questa ragione, merita di essere considerato con attenzione il lavoro collettivo curato da Cosimo Schinaia, psichiatra, membro della Società psicoanalitica italiana, a cui nel 2023 è stato conferito l’ipa Climate Prize Award da parte dell’International Psycoanalytical Association. Una lettura, peraltro, facilitata da una generale cura comunicativa rivolta non tanto e non solo agli specialisti ma a chiunque sia curioso di approfondire un tema rilevante per la costruzione di un comune sentire maturo e capace di produrre cambiamenti reali rispetto alla crisi climatica ed ecologica.

Schinaia dialoga con altri nove colleghi, alcuni con interessi anche in ambito antropologico, economico e nella sicurezza alimentare, non solo italiani e tutti di primo livello, “per tentare di districare dal catastrofismo la creatività, la speranza radicale, l’interdipendenza essenziale e la crescita psichica attraverso una serie di saggi straordinari”, come scrive nella quarta di copertina Paul Williams del Psycoanalytic Institute of Northern California.

In questa sede mi limiterò a riportare le mie personali suggestioni ricavate da alcuni dei contributi, che mi hanno particolarmente colpito. Inizia trattando di “collassologia” il primo saggio del curatore, La speranza nel mondo che cambia tra creatività individuale ed elaborazione collettiva. A differenza della “pedagogia della catastrofe” sostenuta tempo addietro da Serge Latouche che avrebbe un ruolo positivo nel decolonizzare l’immaginario collettivo dall’accettazione dell’attuale megamacchina distruttiva, “negli ultimi anni, una lettura pessimistica e traumatizzante permea la narrazione postmoderna della decadenza, prosperando sulla drammatizzazione dei rischi ambientali, sempre più avvertiti come certezze che portano al collasso della nostra civiltà” (p. 23). Questo “terrorismo […] può favorire l’accettazione nichilistica e passiva del danno senza alcuna speranza di cambiamento, un’accettazione che costituisce una forma di ansia che, proprio perché strettamente legata all’esperienza dell’inevitabilità della catastrofe climatica, può essere definita «ecoansia»“ (p. 27). Oppure può produrre una capacità di “adattamento a qualsiasi cosa” funzionante come meccanismo di sopravvivenza anche in situazioni estreme. In ogni caso il risultato è l’impotenza e la passività. Per questo occorre reagire al “terrorismo climatico”, alla retorica del “non c’è più tempo per sottrarsi al collasso”: “è importante evitare di avallare una visione chiusa del futuro e, invece, dare uno spazio anche visionario ai futuri possibil, proponendo un’ecologia del desiderio invece di un’ecologia solo del dovere e della rinuncia” (p. 29). Un’ecologia che alimenta la “speranza costruttiva”, quella che nel 1970 Tomàs Maldonado denominava, nel suo classico testo, “progettuale” e che oggi Byung-chul Han ritiene sia l’unica capace di “restituirci una vita che va oltre la mera sopravvivenza. La paura isola le persone e le rinchiude in sé stesse; la speranza ci permette di pensare a ciò che deve ancora venire e di agire creativamente dandoci uno scopo” (p. 31). Segue poi una ricca rassegna delle visioni della speranza nella storia della psicanalisi, per riaffermare che la speranza, oltre ad essere costruttiva, deve essere “radicale”: essa “è diretta verso un bene futuro, tende ad anticiparlo, anche se è praticamente impossibile dire in anticipo quale sarà la forma della nuova modalità di esistenza, del nuovo stile di vita. Questa deve emergere dall’inquietudine e dal dubbio in nuove forme specifiche e originali, attingendo alle particolari risorse culturali di ogni società” (p. 36).

Ho trovato particolarmente stimolante anche il saggio Catastrofiche culture del fossile e altri desideri di relazionalità ambientale di Mauro Van Aken, perché ci rappresenta con grande efficacia come la questione dei fossili e della moderna società termoindustriale che ne è derivata sia molto più complessa dell’emergenza climatica. In realtà i fossili hanno prodotto una nuova antropologia della quale è difficilissimo liberarsi.

Non sono solo i bacini geologici del fossile a essere in esaurimento, sono in esaurimento i giacimenti di senso del fossile per le loro dimensioni distruttive delle forme di abitabilità delle prossime generazioni. Ed è la loro dimensione utopica e culturale che va demitologizzata: i giacimenti di oro nero sono stati mitici serbatoi di speranza, forme simboliche che hanno ridefinito ciò che è desiderabile, i sogni (l’American dream), i riti di passaggio, le fantasie inconsce collettive, in un’effettiva onnipresenza, ubiquità e dipendenza non solo materiale ma emotiva e sociale. Una dimensione mistica della potenza dei fossili ha accompagnato la loro invisibilità sociale in un «realismo magico del petrolio» (McDermott Hughes 2017) che ha saturato la pensabilità della modernità come spettacolo di potere, benessere e controllo ambientale, così che altre dimensioni di futuro non sembrano più immaginabili. L’immaginario fossile ha infatti alimentato l’idea di un paradiso di merci in Terra, dove la natura immaginata come gratuita e infinita si fa supporto inanimato e le merci stesse assumono invece nuove anime, valori, credenze. Il fossile è alla base perciò di un sistema morale, valoriale, identitario, etico delle idee di umano e di individuo. (p. 88)

Per questo, sostiene l’autore, bisogna innanzitutto “decarbonizzare l’immaginario”, operazione molto impegnativa che spiega, in parte, perché l’abbandono dei fossili sia impresa continuamente rinviata, al di là dei proclami:

Nonostante sappiamo cosa sta succedendo e cosa deve essere fatto, nonostante le rinnovabili siano più economiche dei fossili e possano aprire a forme decentrate e riterritorializzate di cittadinanza energetica, e perciò politica; nonostante le dimensioni di collasso e degrado ecologici e l’impatto sulle forme di autonomia locale, i passi sono lenti e contraddittori e le aspirazioni colme di incertezze. Una decarbonizzazione dell’economia non può esulare da una decarbonizzazione dell’immaginario culturale e da una ridefinizione degli affetti, dei desideri di ciò che compone una buona vita, verso forme di sobrietà energetica connessa e un raffrescamento dei nostri bisogni e delle nostre idee di collettività nel vivente. Ciò che era completamente delegato alla gestione tecnica oggi può tornare, anche nel conflitto a causa delle profonde resistenze e dilazioni, a essere sociale, partecipato, decentrato, politico, estetico. (p. 92)

Infine, un altro saggio che mi preme citare è quello di Mark Halle, Creare una nuova narrazione della natura per opporsi al catastrofismo. L’autore non cade nel tranello della “fine della storia”, dunque delle ideologie, che il pensiero unico occidentale ha saputo accreditare e imporre negli ultimi decenni. Anzi, per esemplificare come oggi sia necessaria una nuova narrazione della natura, ovvero una nuova “ideologia” intesa come visione del mondo, fa appunto l’esempio della narrazione o ideologia che si è affermata come potente fattore di cambiamento in questo periodo e che ha indubbiamente assecondato l’attuale crisi ecologica, ovvero il neoliberismo:

Per iniziare con un esempio di cambiamento di paradigma economico globale, è interessante riflettere sulla rapidità con cui sono andati delineandosi, fino a risultare predominanti, gli accordi economici incentrati sulla garanzia della stabilità macroeconomica e sulla conseguente possibilità per i mercati di fissare i prezzi. Tali accordi si basano sul cosiddetto «Washington Consensus». Questa espressione successivamente ha assunto un significato più ampio per riferirsi a un generale orientamento economico neoliberista. Arrivato dopo il caos economico degli anni Settanta e Ottanta che sembrava che non dovesse finire mai, questo pacchetto di direttive di politica economica prometteva di offrire ordine, disciplina e l’espansione deregolamentata del potere economico della finanza e degli investimenti a favore di quei Paesi che sceglievano di adottarlo. […] Esse hanno tratto grande profitto dalle politiche economiche forti, favorevoli alle imprese private e scettiche nei confronti del settore pubblico, che hanno imperversato negli Stati Uniti sotto la presidenza Reagan e nel Regno Unito con il primo ministro Margaret Thatcher. Negli Stati Uniti, l’idea che fossimo arrivati alla «fine della Storia», con l’umanità che finalmente raggiungeva il suo apice grazie all’avvento di un capitalismo incontrastato, era un tentativo di chiudere definitivamente il dibattito sul valore degli accordi economici predominanti (Fukuyama 1992; Bhargava e Luce 2023). L’ampio utilizzo da parte di Margaret Thatcher dello slogan TINA – There is No Alternative! – esprime bene il senso di inevitabilità che sta alla base del successo del cambiamento narrativo. (pp. 169-170)

Per questo, secondo Mark Halle, è necessaria una nuova “narrazione della natura”:

Come la vita stessa, anche una nuova narrazione della natura deve affondare le sue radici nei sentimenti di rinascita e rinnovamento. La natura può rigenerarsi, se le permettiamo di farlo. La natura perdona; offre una seconda possibilità; è gentile; offre riparo, sostentamento, compagnia. La nuova narrazione non deve, però, basarsi su un conservatorismo di retroguardia, perché rischia di combattere una battaglia già persa in partenza nel tentativo illusorio di salvare gli ultimi brandelli di paesaggi o ecosistemi incontaminati. Deve invece sfruttare il nuovo interesse per la rigenerazione, la riparazione ecologica, la rinaturazioni tutte tese a partire dal danno per trasformare, migliorare situazioni negative” (p. 179). E così conclude: “Con l’aumento delle critiche al modello economico neoliberista dominante e alle sue conseguenze sul pianeta e sul benessere umano sempre più negative e preoccupanti, esiste l’opportunità di puntare a un importante cambiamento dei principi di fondo che sorreggono il vivere comune, che deve essere sostenuto da una narrazione che ponga la salute e l’equità planetaria al centro delle finalità dello sviluppo. Il mondo è maturo per un cambiamento narrativo che si ricongiunga ai valori basali che invitano gli esseri umani a cercare una connessione vitale con la natura, della quale prendersi cura. Tuttavia, questa nuova narrazione – necessaria per sostituire il potere e il dominio del pensiero neoliberista – non può emergere se continua a basarsi sulle rappresentazioni catastrofiste della crisi climatica e della perdita della biodiversità. Una nuova narrazione, per ottenere successo, deve essere costruita a partire dalla speranza di un cambiamento possibile (Solnit 2004). Essa deve avere l’effetto di mobilitarci, prospettandoci strade percorribili verso il futuro, attraverso l’emergere di pratiche comunitarie che mettano al centro l’interesse per un pianeta in buona salute. Soltanto una nuova e adeguata narrazione può prefigurare un’azione di difesa e valorizzazione della natura rapidamente e su vasta scala. (p. 180)

Insomma una lettura che conforta gli “antichi” ambientalisti che da diversi decenni continuano testardamente nel tentativo di costruire una “nuova narrazione della natura”, ma che può essere utile anche per i nuovi movimenti giovanili per il clima che, dopo l’iniziale euforia sospinta anche dall’enfasi mediatica costruita attorno a Greta, sembrano scoraggiati dalle mancate risposte immediate che erano attese: come ci avverte saggiamente questo cenacolo di psicoanalisti, il cambiamento è necessario, e per questo la speranza radicale è un viatico essenziale, ma il processo è straordinariamente complesso e impegnativo, di lunga lena, e richiede che non vengano mai meno “desiderio, entusiasmo e passione” (Luca Caldironi p. 111).

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